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Benedetto XVI in Australia
Dossier Speciale

COMMONWEALTH OF AUSTRALIA

 

“Terra Australis”. La parola «Australia» significa «meridionale» (dal latino australis). Il nome fu scelto in relazione all'antica espressione latina "terra australis incognita", che indicava un immaginario continente occupante tutto l'emisfero australe o meridionale. Nelle carte geografiche rinascimentali il “presunto” continente era raffigurato con profili immaginari. Nel 1531 il cartografo Oronce Fine[10] lo indicò con il nome “Terra Australis”, ma nessuno aveva mai messo piede su queste terre.

«Australia». La parola Australia fu usata per la prima volta in inglese nel "A note of Australia of the Espiritu Santo”, di Master Hakluyt (1625). Il continente era stato scoperto nel 1606 dal navigatore olandese Willem Janszoon (c. 1570 - 1630).[11] Nel 1642 Abel Tasman scoprì l’isola che poi in suo onore sarà chiamata Tasmania. Nello stesso anno navigatori olandesi scoprirono anche la Nuova Zelanda.

I popoli autoctoni. La presenza delle popolazioni autoctone in Australia risale ad un periodo compreso tra i 45 e i 60.000 anni fa. Da Capo York questi popoli, che non vissero per molti secoli in stanziamenti permanenti, si diffusero in tutto il territorio dell’isola-continente dedicandosi prima alla caccia e al raccolto e successivamente alla semina. Non praticarono mai attività minerarie. Non risulta che queste popolazioni abbiano avuto contatto con popolazioni vicine (polinesiane, cinesi o indonesiani). Tra l’altro gli arabi, sbarcati nel XIV secolo nelle Filippine e in Indonesia, e i portoghesi già presenti nell’area dallo scorcio del XIII secolo, non si sono mai avventurati verso l’Australia. Questi popoli per millenni sono rimasti isolati completamente dal resto del mondo. Oggi gli aborigeni sono poco più di 515.000: il 2,2% della popolazione totale, attualmente quasi 21 milioni di abitanti.

La colonizzazione. Nel 1770, dopo l'arrivo del capitano inglese John Cook (1608 - 1660) sul continente, due terzi orientali del paese (chiamati “Nuovo Galles del Sud”) furono reclamati dal Regno Unito. Il resto fu reclamato dalla corona nel 1829. Nel frattempo, nel 1779 per suggerimento del naturalista Joseph Blanks, queste terre cominciarono ad essere utilizzate per la deportazione dei condannati inglesi che prima erano “spediti” nelle colonie dell'America settentrionale ormai perse. Giorgio III nominò nel 1786 Governatore del Nuovo Galles del Sud il capitano Arthur Phillip che il 26 gennaio 1788 stabilì il primo insediamento europeo in Australia, a Sydney Cove. Al comando della Prima Flotta (undici navi che trasportavano 736 carcerati destinati alla neonata colonia penale), Phillip dovette affrontare molte difficoltà. Le deportazioni proseguiranno fino al 1853 sulla costa orientale e fino al 1868 su quell’occidentale. Fino al 1931, anno della fine delle deportazioni si calcola che il totale dei deportati dalle carceri britanniche sia stato tra i 180 e i 200mila. Molte altre città nacquero dai campi di lavoro forzato, come Brisbane, Newcastle, Perth e Hobart (Tasmania). Intanto nel 1802 la circumnavigazione del continente da parte del capitano Matthew Flinders introdurrà definitivamente sulle carte geografiche il nome di “Australia”.

La nuova Nazione. La nascita della nuova Nazione coincide con l’immigrazione forzata e per la storiografia moderna ciò non è altro che il simbolo della “società della redenzione e del nuovo inizio”. Spesso, in proposito, si ricordano le parole del capitano Phillip che sul destino dei deportati dichiarò solennemente: “Nel Galles del Sud saranno naturalmente introdotte le leggi di questo paese [Regno Unito], ma ve n'è una che desidero entri in vigore nel momento stesso in cui le forze di Sua Maestà prenderanno possesso di quella regione: in una terra libera non può esservi schiavitù e di conseguenza non possono esservi schiavi”. Fino al 1859 il Paese si presentava diviso in sei Colonie di Sua Maestà: Nuovo Galles del Sud, Victoria, Queensland, Australia Meridionale, Australia Occidentale, Tasmania. Nel 1850 la scoperta dell'oro nel Victoria portò ad un incremento dell'immigrazione, favorito anche dal continuo flusso di liberi cittadini dalla Gran Bretagna che preferivano l'Australia agli Stati Uniti. L'incremento demografico fu notevole. Il milione di abitanti del 1860 raddoppiò nel corso di 20 anni e nel 1901 era quasi quadruplicato. La politica dei finanziamenti pubblici, forniti dalla madrepatria, dal 1947 e fino ai primi anni '80 fu estesa anche agli altri paesi europei. Ma fin dal 1901 – anno della creazione del Commonwealth di Australia – provenienze extraeuropee erano perentoriamente vietate (Immigration Restriction Act).

Il Commonwealth. Il 1° gennaio 1901, nasce il Commonwealth, o Federazione d'Australia, come dominio, all'interno dell'Impero britannico. L'Australia era oramai indipendente, anche se gli ultimi legami legali con il Regno Unito non furono recisi fino al 1986, quando i Parlamenti statali australiani, il Parlamento Federale e Westminster approvarono contemporaneamente l’«Australian Act» che cancellò per sempre la facoltà britannica di sancire leggi, nell’ambito della difesa e della politica estera, applicabili in Australia. Due anni prima gli australiani avevano rinunciato al “God Save The Queen” in favore di un proprio inno nazionale adottando anche una bandiera nazionale che però mantenne l’Union Jack. Nel 1999 la popolazione è stata chiamata a votare un referendum per effettuare un cambio costituzionale e trasformare l'Australia in una Repubblica, con un Presidente e sostituire la Regina come Capo dello stato, ma è stato rifiutato. I “no” furono il 54,9%. Oggi, l’Australia, monarchia costituzionale e Stato federale nell’ambito del Commonwealth, comprende 6 Stati (ciascuno con un Parlamento elettivo e un Governatore) e 3 Territori (del Nord, della Capitale e Jervis Bay). Non fanno parte della Federazione australiana, ma sono amministrati da essa (o dai singoli Stati federati), alcuni Territori esterni. In base alla Costituzione del 1901, il Sovrano del Regno Unito è rappresentato da un Governatore generale. Il Consiglio esecutivo federale è responsabile dinanzi al Parlamento che si compone di due Camere: Senato (76 membri eletti a suffragio diretto per 6 anni e rinnovabili, per metà, ogni 3) e Camera dei rappresentanti (150 membri, non meno di 5 per ciascuno Stato, eletti a suffragio diretto per 3 anni). Il voto è obbligatorio. Dopo il 1941 alla guida del governo si sono alternati il Partito Liberale e il Partito Laburista, attualmente al governo con Kevin Rudd, vincitore delle elezioni del 24 novembre 2007 dopo undici anni di governo conservatore.

La complessa identità dell’Australia. Per molti anni la «White Australia Policy»[12] determinò una struttura demografica precisa: quasi il 95% degli australiani era di origine europea, in maggioranza inglesi o irlandesi, mentre gli asiatici, tra cui persone provenienti dal Medio Oriente, rappresentavano circa il 3% della popolazione. La fine di questa politica, a partire degli anni ’60, cambiò rapidamente le cose con l’apertura dei confini all’immigrazione proveniente anche dall’America Latina e dal Medio Oriente (in particolare dal Libano) e, successivamente, dall’Asia, soprattutto dal Sud-Est asiatico e dalla Cina. Nel censimento del 2001 il 53,7% degli australiani dichiarò origini europee, quasi il 6% origini non-europee, il 2,2% si definì “aborigeno” e il 39% “australiano”. A prima vista sembrerebbe la struttura di una società multiculturale e plurietnica, ma le cose sono più complesse e articolate. Per comprendere meglio, si deve tener conto che la densità media è di 2,7 abitanti per km². Si tratta però di un dato poco indicativo, poiché gli insediamenti, per ragioni climatiche e ambientali, sono concentrati in alcune zone, mentre grandi estensioni di territorio sono quasi disabitate. Il 90% della popolazione vive, infatti, in una minima parte dell’immenso e sconfinato territorio australiano, per la precisione circa il 3%. Complessivamente, il 93% (2005) della popolazione vive in aree urbane, nelle città lungo le coste orientali, sudorientali e sudoccidentali, e in Tasmania; inoltre, la maggior parte della popolazione rurale, che rappresenta il 7% di quella totale, è stanziata in una stretta fascia costiera, che si estende da Brisbane, nel Queensland, ad Adelaide, nell’Australia Meridionale. Il resto del territorio australiano è scarsamente popolato e in alcune zone disabitato, con una densità media della popolazione inferiore a 0,03 abitanti per km². In sostanza: oggi la forte diversificazione etnica coinvolge soprattutto le grandi città, come Sydney, Melbourne, Adelaide, Perth, Wollongong, Brisbane, Canberra, Geelong. Le province interne rimangono invece profondamente monoculturali ed anglofile.

«AYERS ROCK»

 

“Prima dell'arrivo dei colonizzatori gli aborigeni avevano un'organizzazione sociale libera, oggetto per la sua specificità di illustri studi da parte dei padri fondatori della sociologia e dell'antropologia, Emile Durkheim e Claude Levi-Strauss. Sul piano religioso essi avevano sviluppato un sistema di miti che spiegavano il mondo e l'esistenza attraverso i racconti del Dream Time (“Tempo del Sogno”) e che trovavano nella celebrazione di Uluru (oggi Ayers Rock) la loro massima espressione. Il luogo è un gigantesco monolite di arenaria rossastra nel cuore dell'Australia. Ogni sentiero circostante e ogni fessura erano considerati luoghi sacri e lì avvenivano i rituali magici. I popoli aborigeni si consideravano i “custodi della terra” e interpretavano l'ambiente naturale in senso animista.  Vivevano in tribù formate da gruppi di famiglie e guidate dai padri e dai mariti. Il matrimonio aveva un grande valore e prima di sposarsi i giovani chiedevano il permesso degli anziani. Questi rappresentavano a tutti gli effetti, la guida politica e religiosa delle varie tribù (nelle quali regnava la parità tra tutti i membri divisi in classi). Gli anziani formavano una sorta di gerontocrazia, un consiglio nel quale le decisioni venivano prese collegialmente”.

(A. Marguccio).

I POPOLI ABORIGENI

La «questione degli aborigeni» entrò prepotentemente nel dibattito politico, culturale e religioso australiano negli anni ’60. Emerse nel corso della crescente mobilitazione politica degli aborigeni, quando le rivendicazioni di uguaglianza salariale furono superate da quelle relative alla proprietà dei territori ancestrali, aventi un particolare significato religioso, culturale o storico. I primi contatti dei colonizzatori europei con i popoli nativi furono disumani e distruttivi. Nell’isola di Tasmania già nel 1876 i suoi abitanti erano considerati estinti e perciò alcuni studiosi parlano di “genocidio”.

Applicando esoteriche teorie fisiognomiche si arrivò a negare ai nativi la condizione umana, considerati “un anello intermedio dell'evoluzione tra la scimmia e l'uomo”. Per molti anni si ritenne del tutto legittimo sostenere che gli aborigeni non avevano alcun diritto sulle terre da loro abitate. In proposito si usava il tecnicismo pseudogiuridico «terra nullius»:terra disabitata liberamente occupabile”. Durante il lungo e complesso processo di formazione della Federazione e delle discussioni delle clausole costituzionali non fu mai data alcuna importanza alla questione dei popoli nativi. Tranne pochissime eccezioni essi furono ignorati. Nelle sezioni 51 e 127 della Costituzione la questione fu posta sempre in modo spregiativo. Nel primo caso si escludeva dai poteri del Parlamento federale quello di legiferare sulla “razza aborigena”.

Nell’altro caso si disponeva che “nel considerare il numero degli abitanti del Commonwealth, o di uno Stato o di un'altra parte del Commonwealth, i nativi aborigeni non saranno contati”. Così fu per oltre 50 anni, ma le discriminazioni venivano da lontano: nel 1902, per esempio, il «Commonwealth Franchise Act» vietava agli aborigeni il diritto di voto. Dall’altra parte, legislazioni speciali dei singoli Stati spingevano forzatamente gli aborigeni a vivere in “riserve” sotto un controllo severo che prevedeva l'ispezione della posta, la gestione dei salari delle donne che lavoravano come domestiche ma anche degli uomini, in genere dediti alla pastorizia, e addirittura la richiesta di un permesso per contrarre matrimonio.

«Marjorie's bird»

Paramenti originali per la Giornata Mondiale della Gioventù 2008 di Sydney. Si tratta di 700 casule e circa 3mila stole realizzate per i cardinali e i vescovi, così come per i sacerdoti e i diaconi che parteciperanno alle celebrazioni. “I paramenti sono di un colore rosso terra per rispecchiare l’unicità del paesaggio australiano”, ha detto padre Peter Williams, Direttore della Liturgia della GMG 2008. “Sul davanti c’è la Croce del Sud, per simboleggiare che l’Australia è la Grande Terra del Sud dello Spirito Santo”, mentre “sul retro della casula è raffigurata un’immagine aborigena – Marjorie’s Bird (l’Uccello di Marjorie) – che rappresenta lo Spirito Santo”. Il Marjorie’s Bird è stato dipinto dall’artista aborigena Marjorie Liddy, delle isole Tiwi nel Northern Territory.

COSA RACCONTERÀ LA STORIA?

 

Questa nostra terra sta marciando verso la grandezza, e molto spesso ci vantiamo che questa grandezza sarà ottenuta senza versare nemmeno una goccia di sangue. Temo che lo storico del futuro racconterà una storia un po' diversa”.

Padre Donald MacKillop, S.I.

(sul «Sydney Morning Herald» - 1892).

P. Donald era fratello della Beata Mary MacKillop, la prima e per ora unica dell’Australia. Nacque nel 1853 e morì nel 1925.  Nel giugno 1872, a 19 anni, entrò nella Compagnia di Gesù. Tra il 1882 e il 1990, insieme con altri 18 gesuiti, fu tra gli animatori di una singolare esperienza missionaria nel Territorio del Nord portando a compimento, tra le popolazioni aborigene, un’evangelizzazione che si rifaceva al modello delle “reducciones indìgenas” gesuiti guaraní (Paraguay, secolo XVIII). Fondò altre stazioni missionarie simili e divenne nel 1890, con sede a Darwin, Superiori di tutte le missioni gesuiti.

· Nell’ambito della difesa dei nativi, insieme a padre Donald, si ricorda anche il benedettino spagnolo Rosendo Salvado (1814-1900). Dopo molti anni di lavoro missionario tra i nativi (che chiamava “i veri australiani”), fondatore dell’Abbazia “New Norcia”, padre Salvado nel 1849 fu nominato vescovo di Port Victoria. Durante i lavori per la stesura della Costituzione, padre Salvado, difese con forte impegno gli aborigeni presso i legislatori costituenti.

«Una generazione rubata». La dolorosa vicenda dei bambini sottratti ai loro genitori segnò forse il punto più crudele della disumanizzazione. Verso il 1930 in tutti gli Stati, in base a norme governative, migliaia di bambini aborigeni furono sottratti alle loro famiglie per essere educati e cresciuti nelle istituzioni dei bianchi. In queste pratiche aberranti furono coinvolte anche le Chiese e associazioni civili e territoriali. La crescita demografica degli aborigeni e l’aumento di bambini meticci apparivano come una sfida al modello anglosassone e alla sua impermeabilità culturale. Il rapporto «Bringing them home» (Riportandoli a casa) del 1997, che calcolò in 100mila i bambini sottratti tra il 1930 e il 1970, usò l’espressione “generazione rubata” (stolen generation). Tra l’altro, secondo il citato rapporto, molti di questi bimbi furono vittime di violenze fisiche, morali e psicologiche oltre subire le sofferenze della separazione forzata.

Il riscatto graduale. Toccato il fondo dell’abisso non restava che risalire la china e così fu. Il riscatto, seppure graduale e faticoso, cominciò proprio dalle vittime. Molti dei giovani cresciuti e educati nelle missioni e istituzioni cristiane, incluse molte cattoliche, e in altre civili o caritatevoli,

GIOVANNI PAOLO II

 

“Il passato non può essere cambiato, ma un onesto riconoscimento di passate ingiustizie può condurre a misure e atteggiamenti che aiutano a rettificare gli effetti dannosi sia per la comunità indigena sia per la società in senso più ampio. La Chiesa esprime profondo rincrescimento e chiede perdono là dove i suoi figli sono stati o sono tuttora complici di questi errori. Consapevoli delle ingiustizie vergognose fatte a danno dei popoli indigeni dell'Oceania, i Padri sinodali hanno chiesto scusa senza riserve per la parte in esse svolta da membri della Chiesa, specialmente quando bambini furono separati a forza dalle loro famiglie”.

 

Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica postsinodale «Ecclesia in Oceania», 22 novembre 2001, n. 28.

elaborarono creativamente il proprio trauma maturando consapevolezza e reattività. Furono i primi a porre la questione dell’essere aborigeno nell’ambito dei diritti civili al punto di celebrare la “Giornata del lutto” nel 1938 in occasione del 150mo anniversario dell'arrivo della flotta del capitano Arthur Phillip. Furono loro a fondare l’«Aborigines Progressive Association» e l’«Australian Aborigine's League»). Il 27 maggio 1967 il «Federal Council For The Advancement Of Aborigines And Torres Strait Islanders» (Fcaatsi), un altro frutto di questa presa di coscienza degli aborigeni, riuscì a far passare con il 90,2% di “sì” un referendum che aboliva gli articoli costituzionali discriminatori sopra citati. Era la consacrazione giuridica di abrogazioni cominciate nel 1965 in quasi tutti gli Stati. Da lì a poco seguirono altre rivendicazioni: sul diritto di proprietà delle terre, sulla distribuzione delle risorse statali e sui servizi sanitari e scolastici. La “generazione rubata” riuscì a smontare l’apartheid e, alla fine, anche lo Stato a suoi massimi livelli prese atto della nuova realtà incoraggiando, tramite diversi strumenti, una nuova politica, cosiddetta «salad bowl» (una sorta di insalata mista nella quale tutti gli ingredienti, anche se mescolati, rimangono ben riconoscibili). Nel 1975, durante il mandato del Premier laburista Gough Whitlan, venne definitivamente abolita ogni discriminazione razziale. Nel 1992 fu infine confutata definitivamente la finzione giuridica della «terra nullius».[13]

 La richiesta di perdono. Fino a poco tempo fa rimase insoluta una questione di grande valore simbolico: la richiesta di perdono del Governo e dello Stato da parte degli aborigeni. Il premier John Howard (1996 – 2007) si rifiutò di compiere questo gesto, provocando l’opposizione che portò alla sconfitta di un referendum che doveva approvare un nuovo Preambolo della Costituzione che, per volere dello stesso Primo Ministro, sanciva la pluralità culturale dell’Australia. Da non sottovalutare che «One Nation», un partito xenofobo, osteggiò duramente la proposta di Howard sommando i suoi voti a quelli di coloro che rifiutarono la proposta per motivi ben diversi. Intanto la Chiesa cattolica, ma anche altre Chiese cristiane, in questo processo di accompagnamento, non è mai scesa a compromessi. Ormai, da decenni, con tenacia essa porta avanti una condotta pastorale coerente, consapevole del fatto che si è fatta molta strada, ma che manca ancora molto. Basta ricordare che i 517mila aborigeni hanno un’aspettativa di vita inferiore al resto degli australiani (59,4 anni contro 76,6 per gli uomini; 64,8 contro 82 per le donne). Il limitato accesso ai sistemi medico-sanitari colpisce, in particolare, anziani e bambini (tracoma, anemia, malnutrizione e danni cerebrali). Altri flagelli tra gli aborigeni sono l'alcolismo, la pornodipendenza, le droghe e soprattutto la disoccupazione. Allarmante è il fenomeno dei suicidi degli aborigeni in carcere (19% del totale). La Chiesa cattolica ha raggiunto con le autorità pubbliche, e con istituzioni private, degli accordi per la costruzione di scuole in modo da porre un freno all'evasione scolastica.[14]

 

«Accettare con prontezza la verità storica e guardare al futuro»

(Benedetto XVI)

 

La formale richiesta di perdono, da parte dei poteri pubblici, è arrivata solo nel febbraio 2008 con l’insediamento del nuovo governo laburista di Kevin Rudd. Molto prima però lo fece la Chiesa cattolica (1998), e con i vescovi australiani lo stesso Papa Giovanni Paolo II nella cornice solenne dell’Esortazione apostolica postsinodale «Ecclesia in Oceania» (2001). Poi, nel 2006, Papa Benedetto XVI confermò in pieno il percorso tracciato. “Solo attraverso la disponibilità ad accettare la verità storica – afferma il Papa nella sua Lettera al cardinale Edward Idris Cassidy - è possibile acquisire una sana comprensione della realtà contemporanea e aderire alla visione di un futuro armonioso. Quindi, incoraggio di nuovo tutti gli australiani ad affrontare con compassione e determinazione le cause profonde della piaga che affligge ancora così tanti cittadini aborigeni. L'impegno per la verità apre la via alla riconciliazione duratura attraverso un processo di guarigione che implica il chiedere e il concedere il perdono, due indispensabili elementi di pace. In tal modo, la nostra memoria viene purificata, il nostro cuore reso sereno e il nostro futuro riempito di una speranza ben fondata sulla pace che scaturisce dalla verità”.[15]

Le scuse del Governo e del Parlamento. L’avvio di una nuova politica, una vera svolta storica, nei rapporti tra le istituzioni australiane e i popoli aborigeni è di pochi mesi fa. Il 12 febbraio 2008, alla vigilia dell’apertura della Legislatura, gli aborigeni hanno incontrato solennemente i nuovi deputati. L’evento, al quale hanno preso parte tribù di tutto il Paese, ha segnato un cambio sostanziale nella politica di Canberra verso gli indigeni. A guidare la cerimonia, la leader dei Nganbri, la tribù che era proprietaria dei terreni su cui sono stati costruiti gli edifici del Parlamento: accompagnata dalla musica tradizionale (il «didgeridoo») e da due nipoti (Matilda House e Williams) la donna ha dato il “benvenuto nel Paese” al nuovo premier, Kevin Rudd e gli ha consegnato il bastone del comando con un messaggio “sulla storia della nostra unione”. Il giorno dopo, il 13 febbraio, Kevin Rudd, nel suo discorso d’insediamento presentò formalmente le scuse alla popolazione indigena per “le sofferenze e le umiliazioni” causate dalle politiche di assimilazione attuate tra il 1910 e il 1970. La mozione presentata dal governo è stata votata all’unanimità e salutata con commozione. A salutare con favore l’importante iniziativa è stata anche la Conferenza episcopale australiana, che già nel 1998 aveva pubblicato un documento in cui s’invocava il perdono dagli aborigeni per le sofferenze inflitte alle loro famiglie. Il Premier ha chiesto scusa “per le leggi e le politiche di successivi parlamenti e governi, che hanno inflitto profondo dolore, sofferenze e perdite” agli aborigeni. Poi Rudd ha aggiunto: “Per l’umiliazione e la degradazione inflitta su un popolo fiero e su una cultura fiera, chiediamo scusa. Noi, il Parlamento dell’Australia, con rispetto chiediamo che le nostre scuse siano accolte nello spirito in cui vengono offerte come un modo per guarire una nazione. È arrivato il momento di scrivere una nuova pagina nella storia dell’Australia per fare giustizia e in tale modo andare avanti nel futuro. Chiediamo scusa specialmente per l’allontanamento dei bambini aborigeni e dei bambini delle isole dello Stretto di Torres dalle loro famiglie, dalle loro comunità e dal loro paese. Per il dolore e la sofferenza di queste generazioni rubate, dei loro discendenti e delle loro famiglie lasciate indietro, chiediamo scusa. Alle madri e i padri, i fratelli e le sorelle, per la disintegrazione delle famiglie e delle comunità, chiediamo scusa”.[16]

 

Primo risarcimento collettivo agli aborigeni. Poco più di un ano fa è arrivato il primo risarcimento economico per gli aborigeni della “generazione rubata”, ma ha riguardato una sola persona. Ora, grazie alla recente decisione del governo dello stato di Tasmania, saranno invece 106 gli aborigeni che saranno risarciti per aver fatto parte della “generazione rubata”. Per loro sono stati stanziati 5 milioni di dollari australiani (circa 3 milioni di euro). Si tratta quindi del primo risarcimento collettivo per la tragedia umana che ha colpito decine di migliaia di bambini nativi sottratti ai genitori e dati in adozione a famiglie bianche, tra il 1910 e il 1970.

 







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