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Benedetto XVI in Australia
Dossier Speciale
L’EVANGELIZZAZIONE DELL’OCEANIA

 

In un continente dove, per natura, tutto è frammentario, anche la colonizzazione e l’evangelizzazione si sono verificate “a pezzi” o “frammenti”, tra territori insulari piccoli e grandi; tra successi e insuccessi, tra pause e slanci. E di mezzo c’è stato sempre il mare, anzi l’Oceano, invaso da avventurieri e trafficanti, dalle potenze occidentali che per proteggere i loro interessi occuparono le varie isole militarmente. Dopo vari tentativi infruttuosi, finalmente tra il 1668 e il 1672, i primi evangelizzatori organizzati dell'Oceania che riuscirono ad impiantare una missione cattolica furono i gesuiti arrivati dalle Filippine alle Isole Marianne. In sintonia con geografia, etnologia, storia, politica, si realizza anche l'evangelizzazione. La frammentazione è la norma.

I primi fra i “primi”. Sono stati dunque i gesuiti ad aprire la strada all'evangelizzazione del continente australe. Le cronache registrano la presenza di missionari gesuiti nelle Marianne e Guam, avviata nel 1668 dallo spagnolo Luis De Sanvitores, beatificato nel 1985[25], seguiti dagli agostiniani. Risale all’epoca dell’evangelizzazione protestante una caratteristica tipica delle chiese cristiane in Oceania: la partecipazione molto attiva dei laici. Un elemento che diventerà distintivo anche della Chiesa cattolica. È un laico cattolico, Michael Hayes, a chiedere al fratello francescano nel 1816 l'invio di sacerdoti in Australia per i seimila cattolici della colonia (ormai discendenti dei primi deportati). Furono un laico residente e un capitano di nave irlandese a chiedere alla Congregazione per la Propagazione della Fede (oggi Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli) l'invio di missionari cattolici, francesi e irlandesi, nelle Hawaii. La missione proseguì però non senza difficoltà: i passionisti intrapresero nel 1843 un tentativo di missione sull'isola di Stradbroke, nel territorio di Brisbane, ma tre anni più tardi sospesero la loro attività. Maggior successo ebbero i benedettini spagnoli nella zona sud occidentale. I gesuiti stabilirono missioni a partire dal 1882, ma dopo un ventennio di insuccessi le interruppero. Le cose andarono in modo analogo anche ai trappisti nell'Australia occidentale. Maggiori successi ottennero invece i pallottini tedeschi, i salesiani e i missionari del Sacro Cuore di Gesù. Frammentazione, distanze enorme, ostilità protestante, centinaia di dialetti, resero sempre più difficile l’evangelizzazione e non pochi missionari persero la vita. Tra loro il patrono dell'Oceania: Pietro Chanel, ucciso sull'isola di Wallis (1841). Per molto tempo l’evangelizzazione si concentrò in poche aree. Per diverso tempo i maggiori invii di missionari cattolici riguardarono l'Australia, nonostante le forti resistenze di anglicani e protestanti e per gli stessi motivi la missione tra gli aborigeni fu debole.

Quanto ai missionari italiani, a loro principalmente (passionisti, poi cappuccini, missionari del Pime, francescani minori) toccò affrontare e gestire il confronto con la forte presenza protestante, prima, e poi, cercare di restare neutrali (nelle tensioni tra cattolici irlandesi e inglesi, ad esempio, in Australia, opposti a loro volta agli altri gruppi di immigrati, soprattutto italiani e greci). Toccò loro, infine, trovarsi alle prese con la decolonizzazione e l'emergere dei nazionalismi etnici. Italiano è un altro martire oceanico: padre Giovanni Mazzucconi (Pime)[26], ucciso al largo della Papua Nuova Guinea nel 1855, e beatificato da Giovanni Paolo II. Sono stati martirizzati diversi missionari: gesuiti, maristi e altri. Nel tentativo di stabilire una missione, nello spazio di tre anni persero la vita per assassinio o per febbre due vescovi, quattro padri e un fratello. Oltre a padre Giovanni Mazzucconi, è stato beatificato anche il padre Damiano de Veuster[27], celebre missionario tra i lebbrosi dell’isola di Molokai. Anche gli autoctoni oceanici hanno dato alla Chiesa i loro beato: Peter To Rot catechista a Papua Nuova Guinea, avvelenato a 33 anni di età e madre MacKillop, suora australiana, fondatrice della Congregazione di San Giuseppe e del Sacro Cuore.

Gli ultimi due secoli. Pietra miliare nella storia dell'evangelizzazione è l'istituzione della gerarchia avvenuta nel 1842 (Papa Gregorio XVI). Da allora lo sviluppo è sempre continuato e migliorato, sia nell'annuncio della fede, sia nella promozione umana, così come nelle relazioni interconfessionali per merito del movimento ecumenico. In Australia i missionari martiri sono ricordati soprattutto attraverso la figura di suor Irene McCormack, delle Suore di San Giuseppe, martirizzata in Perù nel 1991[28]. Le celebrazioni si svolgono soprattutto nelle scuole e nelle comunità religiose della congregazione. L’unico altro australiano ucciso in Papua Nuova Guinea negli anni recenti, di cui si ha memoria. è padre Fabian Thom. Tuttavia non esiste un elenco di tutti gli australiani che hanno perso la vita per l’annuncio del Vangelo.

· Vicariato Apostolico dell'Oceania Orientale. Il termine “Oceania” nella storia missionaria include le terre comprese nel quadrilatero formato dalla Hawaii, l’isola di Pasqua, l’Australia e le Isole Marianne. La Congregazione di Propaganda Fide assegnò ai missionari francesi della Congregazione dei Sacri Cuori (Picpus)[29] le Hawaii (1825) e le isole al sud di esse (1833), unendo queste due aree nel 1833 con la denominazione di “Vicariato Apostolico dell'Oceania Orientale”. L'ostacolo maggiore incontrato dai missionari Picpus proveniva dai favoritismi dei governi indigeni e coloniali nei confronti dei missionari protestanti, che erano giunti per primi. La Congregazione di Propaganda Fide interpose i suoi offici presso le potenze occidentali per ottenere il permesso di accesso per i “picpussiani”.

· Prefettura Apostolica di Nuova Olanda. L'Australia fu affidata, in un primo tempo, al clero secolare (1804) con il nome di “Prefettura Apostolica di Nuova Olanda”, indi, trasferita ai benedettini inglesi (1834), ricevette la denominazione di “Vicariato Apostolico di Nuova Olanda e Terra di van Diemen”. Ostacoli diversi dovettero affrontare i benedettini inglesi, venendosi a trovare in un contesto ecclesiale ove la quasi totalità dei cattolici e del clero era irlandese. Ben presto, quindi, una gerarchia irlandese, composta quasi esclusivamente di clero secolare, salvo rare eccezioni, subentrò nel governo della Chiesa australiana.

· Vicariato Apostolico dell'Oceania Occidentale[30]. Il resto dei territori dell'Oceania, raggruppati sotto l'entità giuridica di “Vicariato Apostolico dell'Oceania Occidentale”, furono assegnati ai maristi francesi (1836). Per questi missionari la difficoltà principale fu rappresentata dalla mancata intesa con il vescovo, mons. Jean-Baptiste-François Pompallier, secolare, Vicario Apostolico dell'Oceania Occidentale (e primo vescovo di Nuova Zelanda). Propaganda Fide per oltre un decennio tentò senza successo di ristabilire l'armonia tra le due parti. Non riuscendo nello scopo sottrasse un territorio dopo l'altro alla giurisdizione di mons. Pompallier, finché a questi non rimase che metà circa della Nuova Zelanda. Ai vescovi maristi fu allora dato l'incarico dei territori di nuova formazione. Ma, di lì a pochi anni, prima i maristi (1853) e poi il Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) (1855) declinarono la responsabilità dei Vicariati Apostolici di Melanesia e Micronesia, creati nel 1844. Il dicastero missionario ripeté i propri sforzi per far pervenire in queste zone nuovi operai evangelici: missionari del S. Cuore (1881), cappuccini (1886), verbiti (1896) e maristi (1897).

Il Concilio plenario e le nuove province ecclesiastiche. Nel Concilio Plenario di “Australasia”, tenutosi a Sydney (novembre 1885), si provvide alla disciplina ecclesiastica, con adozione di molti decreti dei precedenti Concili Plenari: di Westminster e di Baltimora, e si propose la creazione di nuove province ecclesiastiche, di diocesi e missioni. La Congregazione, con l'approvazione di Papa Leone XIII, accolse quasi tutte le proposte (1887), dando all'Australia, in aggiunta alle due province ecclesiastiche già esistenti, di Sydney e di Melbourne, anche quelle di Adelaide e di Brisbane, e alla Nuova Zelanda la provincia ecclesiastica di Wellington, invariata fino ai nostri giorni. Per il 1914 v'erano altre due province ecclesiastiche: Perth e Hobart. In quello stesso anno, fra Australia, Oceania Occidentale e Indie Orientali Olandesi si contavano 7 arcidiocesi, 16 diocesi, 18 Vicariati apostolici, 9 Prefetture apostoliche e una abbazia nullius, per un totale di 1.412.000 cattolici. Propaganda allora prospettò l'erezione di una Delegazione Apostolica per l'Australia e l'Oceania insulare, ottenendo l'approvazione di Papa San Pio X il 2 aprile 1914.

Il risveglio della missione. La Prima Guerra mondiale non recò molti danni a queste missioni, anche se al termine delle ostilità, per gli avvenuti passaggi di territori a nuove potenze si dovette procedere in alcuni casi alla sostituzione del personale missionario con quello di altre nazionalità. Nel variegato e delicato contesto sociale e culturale dell’Oceania, dunque, la Chiesa cattolica, è presente nell’area del Pacifico da un tempo relativamente recente. L'evangelizzazione del Pacifico è stata caratterizzata, come già ricordato, dagli ostacoli imposti dalle immense distanze geografiche, dalle differenze e contrasti culturali degli abitanti delle isole, e dalle innumerevoli lingue. Fino alla metà del XVII secolo non si può parlare di un'evangelizzazione sistematica della popolazione. I “cappellani di bordo” che accompagnavano le navi spagnole durante i viaggi di scoperta, portavano solamente la croce e il vangelo, battezzavano qualche indigeno, ma non furono in grado di organizzare vere e proprie missioni stabili, essendo costretti a proseguire nella navigazione assieme all'equipaggio. I gesuiti spagnoli, nel XVII secolo, riuscirono, con notevoli difficoltà, e al prezzo di molte vite umane, ad evangelizzare un gran numero di isolani a Guam e in dieci altre isole dell'arcipelago; ma la resistenza della popolazione, che temeva l'occupazione spagnola, impedì la prosecuzione dell'opera missionaria. Simile esito negativo ebbero i tentativi di evangelizzazione nelle isole Caroline, e nell'isole di Tahiti[31], anche da parte dei francescani nel secolo XVIII. Con il risveglio dell'attività missionaria nel XIX secolo, anche le missioni in Oceania ebbero nuovo impulso. Nel 1882 vi erano 25.000 cattolici. Numerosi furono i missionari uccisi, mentre altri morirono colpiti dalle febbri e altre malattie. Nel 1852 giunsero i primi missionari italiani. Dopo anni di persecuzioni e disagi, finalmente, le missioni furono costituite regolarmente. Nel 1968 i vescovi dell'Oceania si riunirono nella Conferenza episcopale del Pacifico.[32].

 

CHIESE CATTOLICHE (RITI ORIENTALI)

IN AUSTRALIA

 

In Australia esistono oltre a quella di rito latino altre 22 chiese cattoliche divise in otto diversi riti orientali. Sono:

Eparchia Maronita dell’Australia

· Ad Abikaram

Eparchia Melkita Greco-cattolica di Australia e Nuova Zelanda

· Issam J Darwich

Eparchia di Melbourne per il rito ucraino

· Peter Stasiuk

Eparchia Caldea dell’Oceania

· Arcivescovo Djibrail Kassab

Rito Armeno

Rito Copto

Rito romeno greco cattolico

Rito siriano

Provincia di Sydney

Arcidiocesi di Canberra e Goulburn

Arcidiocesi di Sydney

Diocesi

Armidale

Bathurst

Broken Bay

Wollongong

Lismore

Maitland-Newcastle

Parramatta

Wagga Wagga

Wilcannia-Forbes

Eparchia St Michael Archangel (Melkita)

Diocesi Maronite di Saint Maron

Eparchia di St Thomas (Caldeo)

Ordinario Militare dell’Australia

Provincia di Brisbane

Arcidiocesi di Brisbane

Diocesi

Cairns

Rockhampton

Toowoomba

Townsville

Provincia di Adelaide

Arcidiocesi di Adelaide

Diocesi di Darwin

Provincia di Melbourne

Arcidiocesi di Hobart

Arcidiocesi di Melbourne

Diocesi di Ballarat

Diocesi di Sandhurst

Eparchia dei Santi Pietro e Paolo (Ucraini)

Provincia di Perth

Arcidiocesi di Perth

Diocesi di Broome

Diocesi di Bunbury

Diocesi di Geraldton

 







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