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Benedetto XVI in Australia
Dossier Speciale

 

DOCUMENTI

 

PAOLO VI

IN AUSTRALIA (1970)

█ Viaggio apostolico internazionale N° 9

25 novembre - 5 dicembre 1970

Teheran (Iran), Dacca (Pakistan), Filippine, Samoa, Australia, Indonesia, Hong Kong e Ceylon (oggi Sri Lanka).

 

· CRONACA. Paolo VI visitò l’Australia tra il 30 novembre e il 3 dicembre 1970. Lo stesso giorno del suo arrivo a Sydney, il 30 novembre 1970, Paolo VI dopo la cerimonia di Benvenuto e dell’incontro con Lord Mayor della città, celebrò la Santa Messa nella Cattedrale di Santa Maria. Il giorno dopo indirizzò un importante discorso ai partecipanti alla “Conferenza episcopale panoceanica” e poi ai membri del clero, al Corpo diplomatico e ai rappresentanti delle Organizzazioni nazionali cattoliche. Infine, celebrò la Santa Messa all'Ippodromo «Randwick». Il 2 dicembre il Papa celebrò un’altra Eucaristia per i giovani australiani; incontrò le Autorità di Governo di North Sydney, i membri del Consiglio australiano delle Chiese e i promotori di attività umane e sociali. Prima del congedo, il 3 dicembre, presiedette l’Ordinazione del primo vescovo nato in Nuova Guinea.

 

MOMENTI DEL MAGISTERO

 

Il 27 novembre, a Roma, minuti prima di salire sull'aereo, Paolo VI nel suo discorso ai presenti disse: "Andiamo lontano! È un ordine del Signore: «Andate, insegnate a tutte le genti». È la missione stessa di Gesù che continua. Pietro e Paolo, con i loro compagni, hanno lasciato la Palestina per andare ai confini del mondo allora conosciuto. È in nome dello stesso mandato storico, che Noi andiamo, come già negli altri pellegrinaggi apostolici, verso il mondo, e, oggi, verso l’Estremo Oriente, l’Australia e l’Oceania: per essere i messaggeri di Cristo presso popoli e nazioni di varia e antica origine storica, di insigni tradizioni etniche e culturali, di diversità di costumi e di religione".[57] Dopo le tappe di Teheran, Filippine, Samoa, il 30 novembre Paolo VI arrivò a Sydney. "Questo incontro ci offre l’occasione, tanto attesa, di prender personale contatto anche con tutta la carissima e tanto dinamica comunità cattolica Australiana", affermò nel suo discorso nell'aeroporto di Sydney e poi aggiunse: "A tutti gli abitanti di questo Continente esprimiamo la Nostra amicizia. Salutiamo in modo particolare i nostri fratelli delle Chiese cristiane; come Noi, essi volgono il loro sguardo verso Cristo. Che Dio Padre e il Signore Gesù Cristo donino ad essi pace, amore e fede" (Cfr. Eph. 6, 23).

· Il rispetto del passato. Nell'incontro con il Sindaco Paolo VI sottolineò: "Tutti, Chiesa compresa, siamo impegnati nella nascita di un mondo nuovo. Gli uni e gli altri dobbiamo far sì che il moto non degeneri in precipitazione; che la passione per l’avvenire non porti con sé il disprezzo del passato; che la brama dei beni materiali non inaridisca i cuori e non faccia deprezzare i valori dello spirito: si tratta, insomma, di garantire le condizioni di un progresso autentico, e cioè veramente umano”.

· Diversità e apostolicità. Rivolgendosi ai vescovi della Conferenza Panoceanica il Papa si domandò: "Come potrà il cattolicesimo, così fermo e così geloso della sua unità, abbracciare tutti gli uomini, tanto diversi fra loro? Esige esso forse l’uniformità assoluta in tutte le manifestazioni della vita? Esiste forse una sola maniera pratica e storica d’interpretare la vera ed unica fede di Cristo? Voi sapete, Fratelli, come sia facile e chiara la risposta a questa conturbante domanda. L’ha data lo stesso Spirito Santo nel giorno della Pentecoste, quando coloro che avevano ricevuto l’effusione del Vento e del Fuoco divino, mandato dal Cristo celeste, parlavano inebriati «ciascuno nella propria lingua (Act. 2, 6), sebbene appartenessero a stirpi diverse». E la risposta è data poi anche dal recente Concilio, ampiamente e ripetutamente, specialmente nell’ormai famoso Decreto Ad gentes, dove l’unità propria del cattolicesimo è messa in armonia con la sua apostolicità, la quale, non solo non soffoca quanto vi è di buono e di originale in ogni forma di cultura umana, ma accoglie, rispetta e valorizza il genio di ogni popolo, e riveste di varietà e di bellezza l’unica veste inconsutile (Io. 19, 23) della Chiesa di Cristo” (Cfr. Ps. 44, 10; Ad gentes, 22; ecc.).

· Non si divida la Chiesa di Cristo. Il 1° dicembre ai sacerdoti Papa Paolo VI ricordò: "Voi liberamente avete offerto tutti voi stessi al Cristo per portare al Mondo il Messaggio di salvezza, e sapete bene che questo servizio del Vangelo non può, essere compreso e vissuto se non nella fede, nella preghiera, nella penitenza, nella carità e non senza lotta, mortificazione e talora incomprensione. Noi vi esortiamo a mantenere fedelmente e generosamente tutti questi impegni, che vi rendono simili a Cristo-Sacerdote (Cfr. Io. 15, 16. I2 Cfr. Lettera al Cardinale Segretario di Stato, 2 febbraio 1970, in A.A.S. 1970, 2, 29 febbraio 1970). Siate anche i servi dei vostri fratelli uomini, di tutti, senza distinzione di grado né di origine, di coloro che sono vicini come di coloro che sono lontani, di quelli che cercano e di quelli che soffrono, rendendovi accoglienti verso le loro aspirazioni, testimoni luminosi della liberazione portata dal Cristo. Siate anche gli uomini della Chiesa. Non si divide la Chiesa di Gesù Cristo: essa è il corpo di Cristo. E nella Chiesa, con la Chiesa, e per la Chiesa che fiorirà la vostra vita spirituale, il vostro ministero troverà la sua fecondità, perché è per mezzo di essa che la vita del Cristo si diffonde in mezzo ai credenti (Cfr. Lumen gentium, 7)”.

· La storia non è uno svolgimento cieco di avvenimenti fortuiti. Durante l'omelia della Santa Messa nell'Ippodromo di "Randwick", il 1° dicembre ha voluto sottolineare: "Ogni uomo, come ogni società, ha la sua storia. Voi che rappresentate qui un popolo singolare, frutto dell’incontro di uomini così diversi per nazione, per lingua, per cultura, sapete bene che la vostra vitalità, il vostro amore al lavoro, il vostro spirito di iniziativa sono il patrimonio vivente che vi ha trasmesso lo spirito pionieristico dei vostri antenati. Ed è per questo che non possiamo considerare la storia come uno svolgimento cieco di avvenimenti fortuiti: Dio è Padrone della Storia; Gesù Cristo, che è il medesimo ieri, oggi e sempre (Cfr. Hebr. 13, 8), «verso il quale convergono le aspirazioni della storia e della civiltà» (Gaudium et spes, 45, 2), nel suo amore per l’uomo, dirige ordinatamente il moto della storia al progresso dell’umanità ed in vista della «terra nuova e dei cieli nuovi», dove vi sarà perfetta giustizia (Cfr. 2 Petr. 3, 13 e Apoc. 21, 1)".

· La Chiesa è «la giovinezza del mondo». Il 2 dicembre nella Santa Messa per i giovani, Paolo VI, aprì la sua omelia dicendo: "Tra gli incontri del Nostro programma abbiamo voluto includere questo speciale contatto con il vostro mondo, giovani di Australia. (...) La missione della Chiesa è nella esatta direzione di questa volontà del Cristo di andare verso ciascuno per schiuderlo nella sua profondità e secondo le sue ricchezze, per elevarlo e salvarlo, facendolo divenire figlio di Dio. Dal Cristo la Chiesa riceve questa virtù - al di sopra delle capacità di ogni società puramente umana - di essere la piena risposta alle vostre giovani anime, perché essa è «la giovinezza del mondo» (Appello del Concilio ai Giovani - 8 dicembre 1965), che si rinnova incessantemente, che offre a ogni nuova generazione, a ogni nuovo popolo la Buona Novella che li salva, attingendo dal tesoro infinito della parola di Dio la risposta alle situazioni più inedite. Perciò la Chiesa viene a voi senza complessi. Essa sa i valori di cui siete portatori, quelli del vostro numero, quelli del vostro slancio verso l’avvenire, quelli della vostra sete di giustizia e di verità e della vostra avversione per l’odio e per la sua peggiore espressione che è la guerra, persino quelli del rigetto degli elementi caduchi della moderna civiltà. Dio li ha messi in voi per rispondere con un atteggiamento nuovo a una situazione nuova. Colui che ha creato la vita, colui che, con la sua Incarnazione, ha voluto essere in tutto partecipe della nostra condizione umana, eccetto che nel peccato, ha pure la capacità di fare avanzare verso il suo termine la storia umana e di salvare questo mondo dalla divisione e dal caos, conducendolo, con il concorso libero di ciascuno, verso il suo meraviglioso destino di regno di Dio".

· Gli sforzi del movimento ecumenico. "Oggi, tuttavia, disse Paolo VI ai membri del Consiglio australiano delle Chiese, (2 dicembre) è chiaro che l’attività ecumenica è un compito lungo e faticoso. Occorre che onestamente si riconosca il fatto che «ci sono alcune differenze nel contenuto, nello sviluppo e nella espressione della fede» (Segretariato per l’Unione dei Cristiani, 18 settembre 1970, Riflessioni e suggerimenti circa il dialogo ecumenico, IV, 2, b); che l’indifferentismo dottrinale va respinto (Ibid., IV, 2, a. ) e che allo stesso tempo sia evitato «il trionfalismo confessionale o una sua parvenza» (Ibid., IV, 6). La storia non può essere cancellata dall’oggi al domani. Non tutti sono in grado di muoversi speditamente come si potrebbe desiderare e le oneste perplessità di coscienze delicate richiedono sempre il nostro rispetto e la nostra comprensione. Il cammino non è facile. L’opera della riconciliazione fu compiuta da Nostro Signore con la sofferenza e la Croce. L’unità, alla quale il movimento ecumenico si sforza di servire, deve essere acquistata allo stesso prezzo. Poiché tra i Cristiani esistono vincoli d’unità, è possibile sia discutere che agire insieme. Mediante tali sforzi intrapresi da Cristiani, il mondo potrà contemplare le sembianze di Colui «il quale spogliò se stesso, prendendo la natura di servo» (Phil. 2, 7). Questa è la nostra comune chiamata: glorificare il Padre attraverso il Figlio, recando al mondo la testimonianza dell’amore redentore, che Dio ha mostrato per esso da tutta l’eternità".

· Uniti come un solo organismo. Il 3 dicembre nella omelia della Santa Messa per l'Ordinazione del primo vescovo nato in Nuova Guinea, Paolo VI rilevò con forza: "Il mandato missionario è sempre attuale: «Andate dunque, ammaestrate (cioè fate discepole) tutte le genti» (Matth. 28, 19). Nel corso dei secoli Gesù Cristo ripete a tutte le categorie di battezzati il suo imperativo di missione: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (Io. 20, 21). Il nostro dovere missionario trae origine da questo imperativo: la sua sorgente è nell’amore misericordioso del Padre per tutta l’umanità, senza distinzione di persone. «È dunque per la medesima strada seguita dal Cristo stesso che deve procedere, sospinta dallo Spirito di Cristo, la Chiesa», e la Chiesa vuol dire tutti noi, uniti come un solo organismo che riceve il suo influsso vitale dal Signore Gesù (Ad gentes, 5). Dio ha voluto aver bisogno degli uomini per diffondere il suo Vangelo, per dispensare la sua grazia, per costituire il suo Regno. Chi potrebbe affermare che tutto ciò non lo riguardi? Se varie sono le condizioni di vita e, per conseguenza, diverse le modalità di risposta, ogni membro della Chiesa è raggiunto da questo appello comune, poiché tutta la Chiesa è missionaria, perché l’attività missionaria - come ha ribadito con forza l’ultimo Concilio - è parte integrante della sua vocazione, e il dimenticarlo o l’eseguirlo con negligenza sarebbe da parte nostra un’infedeltà al nostro Maestro. Si tratta di un impulso fondamentale, di un dovere originario, che noi tutti dobbiamo assumerci, senza lasciar posto né a dubbi né a limitazioni".

· È giunta l’ora della più vasta solidarietà. Lo stesso 3 dicembre, al momento del congedo il Papa affermò: "Non vogliamo lasciare il suolo ospitale dell’Australia senza rivolgere a tutti un saluto commosso e riconoscente per l’accoglienza così squisita, che ci è stata riservata. (...) Il Nostro viaggio, che abbiamo voluto fosse di ordine spirituale, ci ha consentito in questo memorabile incontro di misurare qui le dimensioni del compito da svolgere e l’energia apostolica, messa in opera per condurlo a buon fine. (...) Il dinamismo proprio dei Paesi giovani permea tutta la vostra vita: che Dio ve lo conservi per affrontare tutte le vostre responsabilità, al di dentro e al di fuori delle vostre frontiere. È giunta l’ora della più vasta solidarietà degli uomini tra loro, per l’instaurazione di una comunità mondiale unita e affratellata! Nel ringraziare Dio per questo soggiorno tanto fecondo, imploriamo su di voi l’abbondanza delle benedizioni celesti”.

GIOVANNI PAOLO II

IN AUSTRALIA (1986 e 1995)

 

Giovanni Paolo II tra il 18 novembre e il 1° dicembre 1986 realizzò il suo viaggio apostolico internazionale più lungo dei 104 del pontificato. Durante questi 13 giorni visitò sei Paesi: Bangladesh, Singapore, Isole Fiji, Nuova Zelanda, Australia e Seychelles[58]. Tra il 24 e il 30 novembre il Papa visitò l’Australia, Paese al quale tornò poi nel 1995, nel contesto del pellegrinaggio che lo portò nelle Filippine, Papua Nuova Guinea e Sri Lanka. In questo viaggio Giovanni Paolo II visitò l’Australia tra il 18 e il 19 gennaio.

 

 

█ Viaggio apostolico internazionale N° 32

24 – 30 novembre 1986 (Australia I)

 

 

Città australiane

visitate da:

 

GIOVANNI PAOLO II

· Canbebrra

· Sydney

· Brisbane

· Hobart

· Melbourne

· Darwin

· Alice Springs

· Adelaide

· Perth

 

        · CRONACA. Giovanni Paolo II arrivò all'aeroporto di «Fairbairn» di Canberra, in Australia, il 24 novembre 1986 e nella stessa giornata presso il «National Exhibition Centre» celebrò la Santa Messa e parlò davanti ai membri del Parlamento («Camp Hill»). Il 25, dopo il suo discorso ai membri del Corpo Diplomatico (Canberra), nella città di Brisbane incontrò gli ammalati e agli handicappati nel «Queen Elisabeth II Jubilee Sports Centre» e i rappresentanti dei mezzi della comunicazione sociale. Nello stesso «Queen Elizabeth II Jubilee» il Santo Padre celebrò l’Eucaristica e il rito dell'iniziazione cristiana per gli adulti. Prima del suo trasferimento a Sydney, presso la «City Hall» incontrò i rappresentanti della cittadinanza. Nella più importante città australiana, nel «Sydney Cricket Ground» Giovanni Paolo II incontrò migliaia di giovani. Il 26 novembre, prima d’incontrare i vescovi della Conferenza episcopale australiana (nella «St. Mary's Cathedral»), Giovanni Paolo II si riunì brevemente con i rappresentanti della comunità ebraica di Sydney. Dopo l’incontro con i vescovi seguirono altre tre: con i rappresentanti delle istituzioni superiori di educazione di Sydney, con i religiosi riuniti nell'«Opera House» e con gli operai della fabbrica «Transfield Limited». La giornata del 26 novembre si concluse con la Concelebrazione eucaristica per le diocesi del Nuovo Galles del Sud nell'Ippodromo «Randwick Racecourse». Il giorno 27 Giovanni Paolo II si trasferì prima in Tasmania per celebrare la Santa Messa per i fedeli nell'Ippodromo «Elwick» di Hobart e poi a Melbourne per presiedere una celebrazione ecumenica al «Cricket Ground». Il 28 novembre, il Papa, incontrò la comunità parrocchiale di San Leone, gli insegnati e gli studenti delle scuole cattoliche di Melbourne e celebrò la Santa Messa per i seminaristi nella Cattedrale di San Patrizio e nell'Ippodromo «Victorian Racing Club». Successivamente visitò il «Mercy Maternity Hospital» e poi incontrò la comunità polacca di Melbourne e gli allievi della scuola radiofonica «Katherine School of Air». Il 29 novembre, a Darwin, diffuse un radiomessaggio al «Royal Flying Doctor Service» e celebrò l’Eucaristia nel campo sportivo «Showgrounds». Ad Alice Springs, Giovanni Paolo II, rivolse un discorso agli aborigeni e agli isolani dello stretto di Torres nel «Blatherskite Park» e poi, a Adelaide, prese parte alla cerimonia dell'accensione della tradizionale candela alla «Town Hall». Qui il Santo Padre si rivolse ai rappresentanti delle industrie rurali nel «Festival Centre» e celebrò la Santa Messa nel Parco Victoria. Il 30 novembre, prima dell’Eucaristia nell'Ippodromo «Belmont» di Perth, incontrò gli anziani della Casa delle Piccole Sorelle dei Poveri. Infine, Giovanni Paolo II, prima del congedo prese parte all'inaugurazione del Centro Cattolico per le attività educative di Perth. Rientrando a Roma il Papa fece una sosta a Victoria (Seychelles) dove celebrò la Santa Messa.

 

MOMENTI DEL MAGISTERO

 

· Un atto di devozione religiosa. "In questa occasione, tuttavia, vengo come pellegrino, come uno che viaggia in atto di devozione religiosa", disse Giovanni Paolo II al suo arrivo all'aeroporto di "Fairbairn" (Canberra) il 24 novembre 1986. "Vengo qui - aggiunse - come Pastore del popolo cattolico, per celebrare con esso l’Eucaristia, per rafforzarlo nella fede, per confermare la sua speranza e invitarlo a un amore sempre più generoso per Dio nostro Padre e per gli uomini e le donne in ogni luogo. Vengo come fratello cristiano di tutti coloro che riconoscono Gesù Cristo come Signore, e professano che egli è il Figlio di Dio e il “solo mediatore fra Dio e gli uomini” (1 Tm 2, 5)".

· “La Terra del Sud dello Spirito Santo”. Lo stesso giorno, il Papa celebrò la Santa Messa nel «National Exhibition Centre» di Canberra ricordando nella sua omelia: "Gli esploratori che nel XVII e XVIII secolo partirono dall’Europa con tanto coraggio avevano già sospettato dell’esistenza di una grande distesa di terra a Sud. Alcuni di loro chiamarono questa terra ignota “la Terra del Sud dello Spirito Santo”. I primi navigatori seguivano la rotta dei loro viaggi verso il sud guardando le stelle. Si rallegrarono nel vedere nel cielo notturno una costellazione con cinque punti luminosi a forma di croce. La Croce del Sud non solo brilla su di voi nel cielo; è anche il vostro simbolo nazionale, visibile ovunque, sulla vostra bandiera. È un elemento che costantemente ricorda agli uomini di fede che la croce di Cristo è al cuore della nostra esistenza terrena e garantisce il nostro destino celeste. Lo Spirito Santo e la croce ricordano entrambi che la morte salvifica di Cristo e il soffio dello Spirito Santo sono presenti al centro della nostra storia umana, e di conseguenza nella storia dell’Australia". "Fu il potere dello Spirito Santo a sostenere il popolo cristiano nei primi giorni della colonizzazione e a mantenerlo fedele alle tradizioni della sua fede", rilevò poi il Santo Padre sottolineando dopo: "E fu l’amore ardente di Cristo, che si manifesta più chiaramente sulla croce, a spingere i primi cappellani e sacerdoti a portare il ministero sia ai forzati sia ai liberi coloni con tanto coraggio e sopportazione, spesso in grande isolamento e solitudine. Fu lo Spirito Santo, portando la comprensione al di là delle barriere della divisione e del sospetto, a muovere il cuore del primo cappellano anglicano, il reverendo Richard Johnson, ad accogliere un gruppo di sacerdoti spagnoli in visita a Sydney nel 1793 con, nelle loro stesse parole, “gentilezza e umiltà, e una semplicità veramente evangelica”.

· La dignità umana è un valore più alto dell'opinione della maggioranza. Davanti ai membri del Parlamento federale, "Camp Hill" (Canberra, 24 novembre 1986), Giovanni Paolo II mise l'accento sulle grandi questioni della dignità umana dicendo: "Prego affinché conserviate sempre il diritto alla libertà religiosa, e siate sempre vigili nel difendere il fondamento stesso di questo diritto e di ogni diritto umano, che è e sarà sempre la dignità della persona umana. Come sapete, il principio della dignità inviolabile di tutti gli esseri umani in uno stato democratico è un principio molto più alto dell’opinione della maggioranza. (cf. Dignitatis Humanae, 2) In realtà, tutte le democrazie finiranno con l’aver successo o insuccesso nella misura in cui difendono e promuovono veramente i diritti umani di tutti, ivi comprese le minoranze". (...) "Signore e signori: noi parliamo una comune lingua di rispetto per la persona umana, sia questa persona vicinissima sia di quella in qualche angolo remoto del pianeta, ed è mia speranza che, con l’aiuto di Dio, le nostre parole e opere possano ottenere qualche effetto duraturo in difesa dei diritti umani. La sfida è immensa: promuovere a ogni livello una società giusta, che a sua volta sarà la base della vera pace; difendere i membri deboli e vulnerabili della società; eliminare il razzismo e ogni altra discriminazione ovunque la si trovi; proteggere e assistere la famiglia nei suoi bisogni; contribuire a dare lavoro ai disoccupati, specialmente ai capifamiglia e ai giovani; e assistere tutti coloro che hanno bisogno, nella loro lotta per condurre una vita pienamente umana".

· Un ordine internazionale ispirato alla solidarietà. Ai membri del Corpo diplomatico, il 25 novembre, il Papa ha voluto ricordare ancora una volta che "la pace è il frutto di rapporti giusti e onesti a ogni livello della vita umana, ivi compreso il livello sociale, economico, culturale ed etico. E la pace mondiale è frutto di un giusto ordine internazionale. Venticinque anni fa Papa Giovanni XXIII cominciò a focalizzare le richieste di giustizia nel rapporto tra nazioni di sviluppo economico diverso. Facendo appello alla solidarietà che unisce tutti i popoli e li rende membri della stessa famiglia umana, egli esortò tutte le nazioni che godono di un’abbondanza di beni materiali a non trascurare lo stato di quelle nazioni che sono afflitte da povertà e fame e che non godono dei diritti umani fondamentali (cf. Mater et Magistra, 157). Voi stessi non potete fare tutto ciò che è necessario per rinnovare l’ordine internazionale, ma potere fare molto. La vostra condotta, i vostri contatti e le vostre decisioni devono tutti rispecchiare la visione di un ordine internazionale che è nuovo e colmo di speranza proprio perché riconosce una solidarietà umana universale. Questa visione deve allo stesso tempo riconoscere le minacce alla pace ovunque esse appaiano: in un amore proprio eccessivo e sterile; in blocchi esclusivi chiusi al benessere del resto del mondo; in tutto ciò che impedisce lo sviluppo dei popoli; nella corsa agli armamenti, sia nucleari che non; negli abissi sociali ed economici che separano le nazioni; nell’ingiustizia che calpesta i diritti umani; nella violenza dell’odio e del terrorismo; in sistemi totalitari che impediscono alla persona di decidere del proprio futuro".

· Il dono della vita. Nella città di Brisbane, il 25 novembre presso «Queen Elisabeth II Jubilee Sports Centre» il rivolgendosi agli ammalati e agli handicappati, Giovanni Paolo II affermò che "la pietra di paragone del servizio spirituale e materiale offerto in Australia è la nostra fede nella sacralità di ogni vita umana. È una sacralità radicata nel mistero della nostra creazione a opera di Dio, e anche nel mistero della redenzione del quale ho già parlato. In un mondo nel quale il dono della vita umana è spesso disprezzato, strumentalizzato, offeso, che viene perfino deliberatamente annientato dall’aborto o dall’eutanasia, la Chiesa proclama senza esitazioni la sacralità di ogni vita umana. Quali che siano le nostre debolezze o limitazioni - siano esse fisiche, emotive o spirituali - la vita di ognuno di noi è unica; ha il suo inizio e la sua fine nel momento voluto da Dio. È responsabilità dell’intera comunità - a livello di governo nazionale, statale e locale fino al singolo cittadino - proteggere questo sacro dono".

· Un potere ambivalente. Ai rappresentanti dei mezzi della comunicazione sociale, il Papa ricordò che "i progressi tecnici degli ultimi venticinque anni hanno aumentato ancor più la capacità dei mezzi di comunicazione d’influenzare gli eventi attraverso le opinioni e le azioni di un gran numero di persone. Un grande potere si trova dunque nelle mani di coloro che possiedono, che controllano o che operano nei mezzi di comunicazione. Se hanno una profonda comprensione e un grande rispetto per la dignità e i diritti di ogni individuo in quanto figlio di Dio, il loro uso di quel potere può contribuire a portare pace a un mondo che ne ha tanto bisogno. Se mancano di questa preoccupazione per i diritti e la dignità di ogni individuo, questo potere può allora essere utilizzato per ingannare, opprimere e dividere".

· Non si può separare Cristo dalla Chiesa. Durante la concelebrazione eucaristica e rito dell'iniziazione cristiana per gli adulti nello stadio «Queen Elizabeth II» (Brisbane - 25 novembre), il Papa ricordò: "Vi sono alcune persone che erroneamente suppongono che Cristo possa essere separato dalla Chiesa, che sia possibile dedicare tutta la propria vita a Cristo senza riferimento alla Chiesa. Così facendo esse dimenticano la verità proclamata da san Paolo: “Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo” (Ef 5, 29-30). Come ho affermato nella mia recente lettera apostolica su sant’Agostino: “Poiché unico mediatore e redentore degli uomini Cristo è capo della Chiesa, Cristo e la Chiesa sono una sola persona mistica, il Cristo totale” (Augustinum Hipponensem, II, 3)". Poi Giovanni Paolo II aggiunse: "Amare Cristo, dunque, significa amare la Chiesa. La Chiesa esiste per Cristo, al fine di continuare la sua presenza e missione nel mondo. Cristo è lo sposo e il salvatore della Chiesa. Egli ne è il fondatore e il capo. Più arriviamo a conoscere e ad amare la Chiesa, più vicini saremo a Cristo. Voi che siete catecumeni vi renderete conto di questo sempre più chiaramente nelle settimane e nei mesi che verranno. Nel frattempo, oggi vorrei presentare alcune riflessioni sulla natura della Chiesa, perché anche voi ben presto sarete suoi membri”.

· Se volete la pace, operate per la giustizia. "Cercate Cristo in tutti coloro che condividono con voi la dignità della natura umana", disse il 25 novembre il Santo Padre ai giovani nel "Sydney Cricket Ground", lanciando un accorato appello: "Protendetevi a lui e scopritelo nel povero e nel solo, nel malato e nell’afflitto, nell’handicappato, nell’anziano, nell’emarginato, in tutti coloro che attendono da voi un sorriso, che hanno bisogno del vostro aiuto e che implorano la vostra comprensione, la vostra compassione e il vostro amore. E quando avrete riconosciuto e trovato Gesù in tutte queste persone allora - e solo allora - parteciperete profondamente alla pace del suo sacro cuore. Più scoprirete il fascino della pace di Cristo e cercherete di conquistarla con l’aiuto di Dio e attraverso la disciplina e lo sforzo che essa richiede, meglio sarete in grado di essere apostoli nei confronti degli altri giovani in Australia e altrove. La vostra opera di pace sarà tanto più efficace quanto più accoglierete la pace di Cristo nei vostri cuori. (...) La pace ha le sue dimensioni umane e le sue umane esigenze. Che cosa significa questo in pratica? Come può la pace diventare la realtà della nostra vita, la realtà del nostro mondo? Ho parlato molte volte delle dimensioni pratiche della pace, di cosa dobbiamo fare per proteggere e promuovere il dono divino della pace: la pace che Gesù desidera tanto condividere con noi. Si è ripetuto spesso: “Se volete la pace, operate per la giustizia. Se volete la pace, difendete la vita. Se volete la pace, proclamate la verità. Se volete la pace, «tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro»” (Mt 7, 12)".

· Fede cattolica e Scritture ebraiche. Ai rappresentanti della comunità ebraica di Sidney (26 novembre), Giovanni Paolo II sottolineò: "Ovunque i cattolici saranno impegnati, compito esplicito ed essenziale della mia missione, sarà quello di ripetere e sottolineare che il nostro atteggiamento nei confronti della religione ebraica deve essere del più grande rispetto, poiché la fede cattolica è radicata nelle verità eterne contenute nelle Scritture ebraiche e nel patto irrevocabile fatto con Abramo. Anche noi pieni di gratitudine custodiamo queste stesse verità derivanti dal patrimonio ebraico e guardiamo a voi come ai nostri fratelli e sorelle nel Signore. Per il popolo ebraico i cattolici non solo dovrebbero avere rispetto, ma anche grande amore fraterno; poiché sia le Scritture ebraiche che quelle cristiane, insegnano che gli ebrei sono amati da Dio che li ha designati con un mandato irrevocabile. Non è possibile trovare alcuna valida giustificazione teologica per atti di discriminazione o persecuzione contro gli ebrei. Senza dubbio questi atti debbono essere considerati peccaminosi".

· Chiesa e Parola di Dio rivelata. Nel suo ampio discorso indirizzato alla Conferenza episcopale australiana nella Cattedrale di Santa Maria a Sydney (26 novembre)m il Papa mise l'accento su diversi aspetti dicendo: "In modo speciale i Vescovi sono servitori della fede attraverso il loro magistero. In comunione con il Successore di Pietro, il loro compito è di rendere chiaro il contenuto della fede quali “dottori autentici, cioè rivestiti della autorità di Cristo, che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare” (Lumen Gentium, 25). È un sacro dovere che esige vigilanza e coraggio evangelici. È estremamente importante che il Deposito della Fede venga trasmesso nella sua purezza e interezza alle future generazioni. Non ci si può aspettare che i giovani, in particolare, diano una adesione incondizionata al messaggio del Vangelo a meno che questo venga presentato in maniera chiara e sicura. Riconoscono che la fede della Chiesa non è una questione pura e semplice di atteggiamenti generali nei confronti della vita. È questione della parola divina di Dio rivelata". Poi, toccando un tema particolarmente importante aggiunse: "Il sistema della scuola cattolica, del quale la Chiesa in Australia è a buon diritto fiera, è stato ed è una risposta al diritto e al dovere della Chiesa di dare un insegnamento umano, religioso e morale totale. I sacrifici che la gerarchia, i membri delle congregazioni religiose ed i genitori cattolici australiani sono stati pronti a sostenere per questa causa stanno chiaramente ad indicare la convinzione del valore di una simile istruzione per la trasmissione della fede, e per l’applicazione del messaggio cristiano alla realtà della vita nella società.

· L'esempio supremo: l'amore personale a Gesù Cristo. Ai religiosi riuniti nell'«Opera House» di Sydney (26 novembre) ricordò: "Un’altra sfida è rappresentata dalla enorme immigrazione post-bellica di persone dall’Europa e dall’Asia. Qui avete scoperto nuovi campi di responsabilità cristiana e pastorale. Vi è una chiamata al servizio del popolo aborigeno e alla difesa della sua inalienabile dignità. Vi è la sfida derivante da tante vecchie e nuove forme di povertà nella società di oggi. I giovani spesso si sentono persi e frustrati. Hanno bisogno di guide sicure. Hanno bisogno dell’esempio del vostro impegno religioso. Hanno bisogno che voi facciate loro conoscere Cristo in un modo che soddisfi le aspirazioni più profonde dei loro cuori. Vi è anche bisogno che le comunità religiose stesse rispecchino la varietà etnica della nazione nel suo complesso. (...) Tra tutti i compiti che avete di fronte non ve n’è sicuramente nessuno altrettanto urgente quanto quello di portare autentica testimonianza del vostro amore personale a Gesù Cristo al di sopra di ogni altra cosa. Questo è al cuore stesso della vostra identità religiosa. Le promesse evangeliche che professate attraverso i voti costituiscono la caratteristica peculiare della vostra vita, e non possono essere compresi se non nel contesto di una risposta totale all’amore di Dio rivelato in Cristo. È Cristo il Signore e Padrone delle vostre vite, che vi ha chiamato a essere religiosi, nella Chiesa e attraverso la Chiesa, nelle vostre comunità e attraverso di esse. È a lui che avete risposto con un amore che rinuncia a tutto il resto per il suo regno. E in quella rinuncia avete guadagnato tutto, e siete divenuti tutto per tutti al fine di guadagnarli a Cristo".

· Lavorare prendere parte all’opera creatrice di Dio. Nella «Transfield Limited» di Sydney (26 novembre), incontrando gli operai il Santo Padre affermò: "La gente ha bisogno di lavorare, non solo per guadagnare denaro per le necessità della vita, ma anche per adempiere alla chiamata di prendere parte all’opera creatrice di Dio. La soddisfazione umana che viene da un lavoro ben fatto mostra quanto profondamente il Creatore ha scolpito la legge del lavoro nel cuore dell’uomo. (...) I beni del mondo appartengono all’intera famiglia umana. Normalmente una persona desidera lavorare per avere la giusta parte di queste buone cose. Nella prima comunità cristiana, san Paolo insisteva sul fatto che la volontà di lavorare era una condizione per poter mangiare: “Chi non vuol lavorare, neppure mangi” (2 Ts 3, 10). In situazioni particolari la società può e deve assistere chi è nell’indigenza e non può lavorare. Eppure, anche in queste particolari circostanze, le persone hanno sempre un desiderio di realizzazione personale, e questa può essere raggiunta solo attraverso le varie forme di una nobile attività umana. Così quelli che sono costretti a ritirarsi anzitempo, così come quelli che sono ancora giovani e forti ma non riescono a trovare un lavoro, possono provare uno scoraggiamento profondo e sentirsi inutili. Questi pensieri possono indurre alcuni a cercare consolazione nell’alcol, droghe e altre forme di comportamenti dannosi per se stessi e per la società".

· Proclamare Cristo a chi non lo conosce e a chi non risponde più. Nella concelebrazione eucaristica per le diocesi del Nuovo Galles del Sud nell'Ippodromo «Randwick Racecourse» a Sydney in Australia (26 novembre), Il Papa ricordò: “Sedici anni fa il mio predecessore Paolo VI si trovava in questo stesso luogo e parlava della tentazione “di ridurre ogni cosa a un umanesimo terreno, di dimenticare la dimensione morale e spirituale della vita, e di non avere più cura del necessario rapporto con il Creatore di tutti questi beni, e supremo Legislatore del loro uso”. Questa tentazione è antica come la stessa vita dell’uomo. Ma nei giorni nostri richiede una risposta nuova da parte della Chiesa e di ciascuno dei suoi membri. (...) In molte parti del mondo moderno ormai non si tratta più tanto di proclamare il Vangelo a coloro che non ne hanno mai sentito parlare, come era stato invece per gli apostoli e per molti missionari dopo di loro. Oggi si tratta di rivolgersi a coloro che lo conoscono, ma che non rispondono più. Mi riferisco ai battezzati nella fede e che non sono più attivamente presenti nella Chiesa. Queste persone appartengono a molte diverse categorie, e altrettanto diverse sono le ragioni della loro assenza dalla comunità dei seguaci di Cristo".

· Il lavoro è un diritto e un dovere. Parlando ai membri del «Willson Training Centre» di Hobart, nell'isola di Tasmania, (27 novembre), Giovanni Paolo II, sottolineò: "La natura di questo Centro mi porta direttamente al tema del nostro incontro odierno: il gravissimo problema della disoccupazione, o piuttosto la situazione degli uomini e delle donne che subiscono gli effetti della disoccupazione. (...) La Chiesa affronta il problema della disoccupazione come un problema umano, un problema che influisce sulla vita e sulla dignità dell’uomo, un problema con un carattere decisamente etico e morale. La Chiesa ha una missione di servizio verso tutta la famiglia umana. È prima di tutto una missione religiosa e morale, legata alla redenzione della razza umana attraverso la croce e la risurrezione di Gesù Cristo. La Chiesa sa che la chiamata alla redenzione giunge agli uomini attraverso le reali circostanze della vita di tutti i giorni. E il destino eterno dell’uomo è strettamente connesso a tutti gli elementi che influiscono sulla libertà umana, sui diritti umani e sul progresso umano. Il lavoro - o la mancanza di lavoro - è uno di questi elementi, un elemento molto importante. (...) La disoccupazione è la privazione di tutti i valori che il lavoro rappresenta poiché esso contribuisce al sostentamento degli individui, delle famiglie e della società. Il lavoro è un diritto e un dovere. Altrove ho detto che “l’uomo deve lavorare sia per il fatto che il Creatore glielo ha ordinato, sia per il fatto della sua stessa umanità, il cui mantenimento e sviluppo esigono il lavoro. L’uomo deve lavorare per riguardo al prossimo, specialmente per riguardo alla propria famiglia, ma anche alla società, alla quale appartiene, alla nazione, della quale è figlio o figlia, all’intera famiglia umana, di cui è membro, essendo erede del lavoro di generazioni e insieme coartefice del futuro di coloro che verranno dopo di lui nel succedersi della storia. Tutto ciò costituisce l’obbligo morale del lavoro (Laborem exercens, 16)".

· La prima evangelizzazione della Tasmania. Il 27 novembre, nell'Ippodromo «Elwick» di Hobart», Tasmania, durante l'omelia della Santa messa, il Papa ricordò: "So che la Chiesa in Tasmania ha una storia molto interessante, che mostra l’opera della divina Provvidenza fra di voi. All’inizio del XIX secolo la fede cattolica è stata seminata qui fra molte difficoltà. I vostri antenati giunsero con speranza e preoccupazione in una terra che forse sembrava allora tutt’altro che promettente. Alcuni arrivarono come colonizzatori liberi; molti non erano liberi. E questa terra era molto lontana dal mondo che conoscevano. Dopo la prima colonizzazione, dovettero passare quasi vent’anni prima che al primo sacerdote, padre Philip Conolly, fosse permesso di entrare nella Terra di Van Dieman, come era in quei tempi conosciuta la vostra isola. Da poveri inizi quali ricchezze scaturirono! Genitori coraggiosi formarono ed educarono le loro famiglie nella conoscenza e nell’amore di Cristo. Nei seguenti 150 anni un grande numero di suore, insieme a sacerdoti e fratelli religiosi, suscitarono le speranze di questa giovane Chiesa e operarono qui con grande generosità. (...) Voi ricordate con orgoglio e affetto il vescovo Robert William Willson, il vostro primo vescovo, che lavorò con successo per porre fine alla deportazione dei condannati, e che fondò la Chiesa locale su più solide basi. I vostri antenati nella fede lasciarono una grande testimonianza di servizio evangelico, esemplificata dal fatto che dalla Tasmania veniva padre Daniel Connel, il primo sacerdote di origine australiana; suor Teresa Robertson, la prima suora di origine australiana; e fra Patrick Kinnear, il primo frate di origine australiana. (...) La fede che si è sviluppata così bene sin dagli inizi continua a vivere oggi in tutti voi. E come successore di Pietro sono venuto per unirmi a voi nel rendere grazie per la vostra ricca eredità e incoraggiarvi a trasmettere questo prezioso tesoro alle generazioni future".

· L’unità è voluta da Cristo. A Melbourne, il 27 novembre, durante la celebrazione ecumenica al «Cricket Ground» disse "è me una gioia trovarmi con voi, fratelli e sorelle della Chiesa cattolica e di altre Chiese e Comunità ecclesiali, per pregare insieme e per riflettere sui doni di Dio dell’unità e della pace. Quali cristiani crediamo nella natura trascendente della pace e della riconciliazione, del fatto che sono progetto e dono di Dio. Il regno di Dio ebbe inizio nella persona di Gesù Cristo che “è la nostra pace … ed ha abbattuto il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia” (Ef 2, 14). Con la sua Morte e Resurrezione egli ha portato la riconciliazione tra cielo e terra (cf. Col 1, 20), vincendo la confusione dell’umanità provocata dal peccato, e ristabilendo l’immagine di Dio nell’uomo. Per questo san Paolo può dire con convinzione: “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al disopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4, 4-6). (...) Ecco perché il fatto di riunirci qui oggi è segno di una rinnovata speranza per il mondo intero. La nostra volontà di superare le divisioni che tengono ancora i cristiani separati gli uni dagli altri è conseguenza della volontà di Cristo che vi sia pace nella famiglia umana e salvezza per tutti. In Gesù Cristo unità, riconciliazione e pace sono rese possibili: anzi, non solo sono possibili, ma sono anche nostro compito”.

· In Australia uomini proveniente da tutto il mondo. Nell'ippodromo «Victorian Racing Club» di Melbourne (28 novembre) nell'omelia il Papa parlò dell'Australia come terre di sfide dicendo: "Oggi ho il privilegio di essere nuovamente qui fra voi. Questa volta vengo come pellegrino da Roma. Vi porto l’eredità della Sede di san Pietro, che è la Chiesa al servizio di tutta la famiglia umana e di tutte le Chiese particolari in Australia e in tutto il mondo. La vostra è una terra immensa e meravigliosa: “Un paese dal cuore di opale, una terra caparbia, generosa”, come scrisse la vostra poetessa Dorothea Mackellar, un paese bruciato dal sole “di vaste pianure e lontani orizzonti”, ma anche un luogo sterminato e poderoso di “fuoco e carestia”, “di siccità e piogge torrenziali”. Voi avete affrontato queste sfide e la vostra situazione attuale e la vostra libertà dimostrano che avete ben operato. (...) A partire dalla Seconda Guerra mondiale uomini provenienti da molte nazioni sono venuti qui, e mentre cercavano una vita migliore per se stessi e le loro famiglie, a loro volta hanno arricchito la vita e le tradizioni del loro paese di adozione. Venivano dall’Europa, e in particolare dall’Italia, ma anche più recentemente dall’Asia e dal Sud America. Fra di essi vi sono molti cattolici, e questi hanno grandemente contribuito a costruire la Chiesa in questa terra. In tutto questo paese e questo continente le parole di Dio dette attraverso il profeta Ezechiele hanno assunto una particolare eloquenza: “Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo …. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” (Ez 36, 24-28).

· La cosa più difficile nell’essere Papa. Un gruppo di bambini, allievi della scuola radiofonica «Katherine School of Air» (Melbourne), il 29 novembre intervista il Papa tramite il radiotelefono durante il trasferimento da Melbourne a Darwin. Il Santo Padre rispose a tutte le domande: sulla prima comunione, sulla situazione dei bambini più poveri nel mondo e su quale sia la migliore preghiera per i bambini. Rebecca Underwood, di 9 anni, ha posto questa domanda: Santo Padre, vorrei sapere qual è la cosa più difficile nell’essere Papa? La risposta di Giovanni Paolo II: "La cosa più difficile nell’essere Papa è vedere che molte persone non accettano l’amore di Gesù, non sanno chi egli realmente sia e quanto egli le ami. Gesù venne nel mondo e offrì la sua vita sulla croce perché voleva che ognuno fosso felice con lui per sempre in cielo. Egli è il Salvatore di ognuno in tutto il mondo. Ma egli non costringe le persone ad accettare il suo amore. Lo offre loro e le lascia libere di dire sì oppure no. Mi riempie di gioia vedere quante persone conoscono e amano nostro Signore, quanti dicono sì a lui. Ma mi rattrista vedere che alcune persone dicono no. Questa è la cosa più difficile".

· La terra e la sacralità del rapporto dell'uomo con Dio. Agli aborigeni e agli isolani dello stretto di Torres nel «Blatherskite Park» ad Alice Springs (29 novembre 1986), Giovanni Paolo II disse: "Questa vostra cultura fu lasciata per migliaia di anni libera di svilupparsi senza interferenze da parte di gente venuta da fuori. Conducevate una vita in contatto spirituale con la terra, con i suoi animali, uccelli, pesci, polle d’acqua, fiumi, colline e montagne. Attraverso la vostra vicinanza alla terra toccavate la sacralità del rapporto dell’uomo con Dio, perché la terra era la prova di un potere nella vita che è superiore a voi stessi. Non avete rovinato la terra, non l’avete sfruttata, non l’avete esaurita per poi abbandonarla. Vi siete resi conto che la vostra terra era legata alla sorgente della vita. (...) Il silenzio della boscaglia vi ha insegnato una quiete dell’anima che vi ha messi in contatto con un altro mondo, il mondo dello Spirito di Dio. La vostra attenzione per i legami di parentela testimoniava il vostro rispetto per la nascita, la vita e le future generazioni. Sapevate che i bambini hanno bisogno di essere amati, di essere colmati di gioia, che hanno bisogno di un tempo per crescere nella spensieratezza, per giocare, rassicurati dal sapere di appartenere al proprio popolo. Avete avuto un profondo rispetto per quella esigenza che ha ogni popolo di avere una legge che sia guida per poter vivere nella giustizia con gli altri. Avete così creato un sistema giuridico molto rigido - dobbiamo ammetterlo -, ma adatto perfettamente al Paese in cui siete vissuti. Questo sistema ha dato ordine alla vostra società. È una delle ragioni per cui siete sopravvissuti in questo Paese".

· La venuta finale di Cristo. Nella cerimonia dell'accensione della tradizionale candela alla «Town Hall» (Adelaide, 29 novembre) il Papa ricordò: "Ma aspettare la venuta finale di Cristo non vuol dire chiudere gli occhi alla violenza, all’ingiustizia e alle divisioni che sono parte del nostro mondo di oggi. Nella luce nella verità, le vediamo chiaramente. Anzi quanto più ci avviciniamo a Cristo, tanto meglio veniamo a conoscere la sua bontà e il suo amore, tanto più sensibili diventiamo nei confronti di ciò che non è buono e non è vero, di ciò che appartiene al regno delle tenebre, al dominio “del padre della menzogna” come Gesù chiama il diavolo (cf. Gv 8, 44), e tanto più sentiamo ripugnanza per il male".

· La fame è una dura realtà per milioni di persone. Ai rappresentanti delle industrie rurali nel «Festival Centre» di Adelaide (30 novembre), Giovanni Paolo II riflette: "Nel Vangelo che abbiamo ascoltato stamattina, gli apostoli propongono a Gesù di congedare la folla perché possa trovare cibo e alloggio. Ma Gesù non segue il loro consiglio; e dice invece: “Dategli voi stessi da mangiare” (Lc 9, 13). Questa risposta sorprende gli apostoli, i quali si sentono nell’assoluta impossibilità di nutrire tante persone. Ma ascoltano le sue parole ed eseguono immediatamente le sue istruzioni. (...) Nel nostro mondo di oggi dove la fame resta ancora una realtà di ogni giorno per milioni di persone, queste parole del Signore conservano il loro impatto. Sappiamo infatti per fede che egli ripete oggi l’incarico che diede agli apostoli: “Dategli voi stessi da mangiare”. Come popolo chiamato a svolgere un ruolo così importante nella produzione di cibo, sono sicuro che siete commossi da queste parole. Ma è anche chiaro che il problema di nutrire il mondo oggi non può quasi mai essere affidato ai soli coltivatori. Anzi, questi producono già abbastanza cibo per soddisfare alle necessità di tutta la popolazione del mondo. E si sa anche che è possibile produrre molto di più. Eppure milioni di fratelli e di sorelle nel mondo intero soffrono ancora la fame. Perché? È un problema complesso da risolvere".

· Amare ed apprezzare il proprio retaggio. Sempre ad Adelaide, il 30 novembre, nell'omelia della Santa Messa nel Parco Victoria, il Papa ricorda ancora una volta: "Spesso le vittime della povertà o delle devastazioni della guerra o delle persecuzioni religiose vennero qui a iniziare una nuova vita, affrontando stenti e privazioni. Da una grande miseria e sofferenza umana, sta ora emergendo una nazione piena di speranze e di promesse. Questa è la vostra storia. Questo è il modo in cui si è formata la vostra cultura di popolo australiano. In questi avvenimenti c’è molto di cui essere orgogliosi. E sono anche avvenimenti in cui si riconosce la necessità di quella riconciliazione che avviene attraverso Gesù Cristo. Tutte le persone hanno il diritto di amare e di apprezzare ciò che è buono nel proprio retaggio. (...) Tutte le persone hanno il diritto al rispetto di se stesse e alla propria dignità. Le tensioni che sorgono talvolta, quando popoli di storia, tradizione, cultura e fede diverse cercano di vivere fianco a fianco, devono essere superate in uno spirito di vera disponibilità e fratellanza. Bisogna infine essere aperti a quella provvidenza divina e trascendente che guida le nazioni verso un più pieno riconoscimento di unità: l’unità di tutti coloro che sono l’immagine di Colui che “tiene insieme tutto l’universo”: Gesù Cristo, “immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura” (Col 1, 17. 15)".

· La Chiesa al servizio della famiglia. Il 30 novembre, a Perth, Giovanni Paolo II celebra la sua ultima Messa prima del congedo. Nell'Ippodromo «Belmont» così si esprime: "Per quanto riguarda la famiglia, la società ha urgente bisogno di “ricuperare da parte di tutti la coscienza del primato dei valori morali, che sono i valori della persona umana come tale”, e anche della “ricomprensione del senso ultimo della vita e dei suoi valori fondamentali” (Familiaris consortio, 8). L’Australia, nazione di così grandi possibilità e speranze, ha bisogno di sapere come salvaguardare la famiglia e la stabilità dell’amore coniugale, se vogliamo che sulla terra regnino pace e giustizia. (...) La Chiesa in Australia e dovunque ha un compito specifico: spiegare e promuovere il disegno di Dio per il matrimonio e la famiglia e aiutare le coppie e le famiglie a vivere in accordo con questo piano. La Chiesa si rivolge a tutte le famiglie: in primo luogo a quelle famiglie cristiane che si sforzano di essere sempre più fedeli al piano di Dio. Essa cerca di rafforzarle e accompagnarle nel loro sviluppo. Ma essa si rivolge anche, con la compassione del cuore di Gesù, a quelle famiglie che sono in difficoltà o in situazioni irregolari. (...) La Chiesa non può dire che ciò che è cattivo è buono, né può dire che è valido ciò che non lo è. Essa non può cessare di proclamare l’insegnamento di Cristo, anche quando questo insegnamento è difficile da accettare. Essa sa anche che è stata inviata per guarire, riconciliare, richiamare alla conversione, trovare ciò che era perduto (cf. Lc 15, 6). Pertanto è con immenso amore e pazienza che la Chiesa cerca di aiutare coloro che provano difficoltà nel rispondere alle esigenze dell’amore coniugale cristiano e della vita familiare".

· Sono venuto a celebrare Gesù. Il 1° dicembre 1986, al momento del congedo Giovanni Paolo II afferma: "Sono venuto in Australia per unirmi ai miei fratelli e sorelle della fede cristiana nel celebrare Gesù Cristo la via, la verità e la vita. Questo è il cuore della nostra fede. Questa è la base della nostra speranza. Questa è la fonte della nostra gioia. Sono venuto anche per rivolgere parole di stima e amicizia a tutti coloro che credono in Dio, e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Il mio messaggio è stato inoltre una proclamazione della dignità umana e un appello alla solidarietà e alla pace tra gli uomini, all’insegna della verità e della giustizia, della libertà e dell’amore".

 

 

█ Viaggio apostolico internazionale N° 63

18 - 19 gennaio 1995 (Australia II)

 

         · CRONACA. Giovanni Paolo II arrivò all’aeroporto «Kingsford-Smith» di Sydney il 18 gennaio 1995. Nello stesso giorno incontrò la popolazione di Sydney nel «Sydney Domain». Il 19 gennaio, il Papa, nella «St. Mary's Cathedral» di Sydney» prese parte alla Liturgia delle Lodi con le Suore di San Giuseppe del Sacro Cuore di Gesù. Poi, il Santo Padre, celebrò la Santa Messa per la Beatificazione di Suor Mary MacKillop[59] nel «Randwick Racecourse» di Sydney. Lo stesso giorno si trasferì alla capitale dello Sri Lanka, Colombo, ultima tappa prima del suo rientro a Roma.

 

MOMENTI DEL MAGISTERO

 

· Molto è cambiato nel mondo in questi anni. Nel suo discorso durante la Cerimonia di benvenuto all'aeroporto «Kingsford-Smith» di Sydney (18 gennaio 1995) Giovanni Paolo II disse: "Sebbene questa volta la mia visita debba essere breve, sono sicuro che sarà un’intensa esperienza di preghiera, di dialogo e di gioia condivisa, così come è stata la mia visita precedente del 1986". Poi aggiunse: "Negli anni trascorsi dalla mia ultima visita sono cambiate molte cose nel mondo, e molto è cambiato anche in Australia. A livello internazionale, la caduta del totalitarismo basato sull’ideologia e il calo di tensioni politiche e militari tra i blocchi, sono indubbiamente gli eventi più notevoli. Inoltre, i benefici che si potevano aspettare da tali trasformazioni sono ancora lontani e nuove fonti di tensione e di conflitto si stanno verificando. Come molti altri Paesi sviluppati, anche l’Australia deve affrontare sfide economiche e sociali, alle quali sta rispondendo. Ma molta gente, soprattutto i poveri e gli emarginati, hanno ancora bisogno dell’aiuto della società".

· La preghiera per l'unità. "Sono felice di avere incontrato qui, stasera - disse Giovanni Paolo II nell'Incontro con la popolazione di Sydney nel «Sydney Domain» (Australia, 18 gennaio 1995) - i rappresentanti delle varie Chiese cristiane e delle Comunità ecclesiali presenti in Australia. All’inizio di questa settimana di Preghiera per l’Unità Cristiana, quando i seguaci di Cristo nel mondo implorano lo Spirito Santo per il dono della riconciliazione e dell’unità, uniamo le nostre speranze e le nostre preghiere per la grazia e la saggezza necessarie a superare le divisioni del passato, che hanno portato a incomprensioni e sfiducia reciproche. Vi incoraggio nel vostro impegno per un dialogo ecumenico autentico, così come riconfermo lo stesso impegno da parte della Chiesa cattolica, nella certa speranza che un giorno la preghiera di Cristo in occasione dell’Ultima Cena diventi una realtà: “perché tutti siano una cosa sola” (cf. Gv 17, 21)".

· L'uomo è “la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa”. Durante la Santa Messa per la Beatificazione di Suor Mary MacKillop nel «Randwick Racecourse» di Sydney (19 gennaio 1995) il Santo Padre sottolineò: "È significativo che Madre Mary MacKillop abbia dato alla sua Congregazione il nome di San Giuseppe, una persona che ha impegnato il suo essere e la sua vita alla Provvidenza amorosa di Dio. Gesù di Nazareth era un uomo di fiducia sconfinata. Solo così ha potuto vivere la chiamata unica che aveva ricevuto da Dio, di diventare lo sposo della Vergine Maria e il custode del Figlio di Dio. Nella storia della Chiesa San Giuseppe è sempre stato uno speciale modello di santità. Senza dubbio, dando il nome di San Giuseppe alla sua Congregazione, la Beata Mary MacKillop esprimeva una qualità della sua vita spirituale, una qualità che poi diventò un carisma per i suoi seguaci e per coloro di noi che oggi imparano dal suo esempio. (...) Nel Vangelo il Signore dice: “per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete... guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?” (Mt 6, 25-26). Giuseppe, l’“uomo giusto”, visse secondo queste parole. Queste parole ci fanno vedere dentro quello che deve essere l’atteggiamento fondamentale di ogni vita spirituale: apertura, fiducia e serenità, nella certezza, dell’amore speciale di Dio per ogni essere umano, “che è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa” (Gaudium et Spes, 24)".

· La pace interiore dell'amore di Dio. Il 20 gennaio, durante la Cerimonia di congedo all'aeroporto «Kingsford-Smith» Giovanni Paolo II salutò la Chiesa e il popolo dicendo: "Tra i vivi ricordi che porterò con me vi è quello di una grande e santa donna, Mary MacKillop, la prima australiana ad essere ufficialmente annoverata tra i Beati dalla Chiesa. Dio ha preso questa figlia del vostro Paese, rendendola segno di grandezza spirituale, modello di santità personale e di servizio al bene comune, per essere contemplata e ammirata da tutte le genti, non solo in Australia, ma in tutto il mondo. La vita di Madre Mary parla in modo eloquente, perché Ella era fermamente ancorata in un qualcosa che ogni cuore umano desidera: la pace interiore, quella pace che deriva dalla consapevolezza di essere amati da Dio, e dal desiderio di corrispondere al suo amore (cf. Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVII/2 [1994] 1011). È questa la lezione semplice e tuttavia profonda della Beata Mary MacKillop. Lei sapeva che Dio l’amava e non ne dubitava; liberamente e modestamente rispose a questo amore con fiducia e coraggio. Affrontando ogni ostacolo, non allontanando nessuno e dimostrando compassione e comprensione per tutti, essa riuscì a ispirare pace interiore e forza agli altri. (....) A tutti gli australiani rivolgo questo appello: non esitate a utilizzare le vostre risorse spirituali per rinnovare le vostre famiglie e l’intera società! Utilizzate la vostra ricca diversità multiculturale per favorire maggiormente tra di voi una stima e un arricchimento reciproci! Siate consapevoli che il vostro amore per la libertà e la giustizia non serve a nulla se non accrescete il rispetto per la sacralità della vita e per la dignità umana di ogni persona, creata a immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1, 26-27)!”

 

LE SFIDE PASTORALI DELLA CHIESA IN AUSTRALIA

Discorso di Giovanni Paolo II ai vescovi australiani in visita

"ad Limina Apostolorum" (26 marzo 2004)

Eminenze,

Cari Fratelli Vescovi,

1. "Grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù Signore nostro" (1 Tm 1, 2). Con affetto fraterno vi porgo un cordiale benvenuto, Vescovi dell'Australia. Ringrazio l'Arcivescovo Carroll per i buoni auspici e i gentili sentimenti espressi a nome vostro. Li ricambio cordialmente e vi assicuro delle mie preghiere per voi e per coloro che sono affidati alle vostre cure pastorali. La vostra prima visita ad limina Apostolorum in questo nuovo millennio rappresenta un'occasione per rendere grazie a Dio per il dono immenso della fede in Gesù Cristo, che è stato accolto e custodito dai popoli del vostro Paese (cfr Ecclesia in Oceania, n. 1). Come servitori del Vangelo per la speranza del mondo, il vostro venire a vedere Pietro (cfr Gal 1, 18) afferma e consolida quella collegialità che dà vita all'unità nella diversità e salvaguarda l'integrità della tradizione tramandata dagli Apostoli (cfr Pastores gregis, n. 57).

2. La chiamata di nostro Signore: "Seguitemi" (Mt 4, 19), è valida oggi come lo era sulle sponde del lago di Galilea più di duemila anni fa. La gioia e la speranza del discepolato cristiano caratterizzano la vita di innumerevoli sacerdoti, religiosi e uomini e donne di fede australiani, che, insieme, cercano di rispondere alla chiamata di Cristo facendo in modo che la sua verità incida sulla vita ecclesiale e civile della vostra nazione. Tuttavia, è anche vero che l'ideologia perniciosa del secolarismo ha trovato terreno fertile in Australia. Alla radice di questo sviluppo preoccupante, vi è il tentativo di promuovere una visione dell'umanità senza Dio. Esso esagera l'individualismo, scinde il vincolo fondamentale tra la libertà e la verità e corrode i rapporti di fiducia che caratterizzano una vita sociale autentica. Le vostre relazioni descrivono in modo inequivocabile alcune delle conseguenze distruttive di questa eclissi del senso di Dio: l'indebolimento della vita familiare, l'allontanamento dalla Chiesa, una visione limitata della vita che non riesce a risvegliare nelle persone la chiamata sublime a "indirizzarsi verso una verità che lo trascende" (Fides et ratio, n. 5).

Dinanzi a queste sfide, quando i venti ci sono contrari (cfr Mc 6, 48), il Signore stesso dice:  "Coraggio, sono io, non temete!" (Mc 6, 50). Rimanendo saldi nella fiducia, anche voi potete allontanare l'apprensione e la paura. Soprattutto in una cultura del "qui e adesso", i Vescovi devono spiccare come profeti, testimoni e servitori impavidi della speranza di Cristo (cfr Pastores gregis, n. 3). Nel proclamare questa speranza, che scaturisce dalla Croce, sono fiducioso che guiderete gli uomini e le donne dalle ombre della confusione morale e dal modo di pensare ambiguo al fulgore della Verità e dell'amore di Cristo. Infatti, solo comprendendo la destinazione finale dell'umanità, ovvero la vita eterna in cielo, è possibile spiegare la molteplicità delle gioie e dei dispiaceri quotidiani, consentendo alle persone di abbracciare il mistero della loro vita con fiducia (cfr Fides et ratio, n. 81).

3. La testimonianza da parte della Chiesa della fede che è in lei (cfr 1 Pt 3, 15), è particolarmente potente quando essa si riunisce per il culto. La Messa domenicale, data la sua speciale solennità e la presenza obbligatoria dei fedeli, e poiché viene celebrata nel giorno in cui Cristo ha vinto la morte, esprime con grande enfasi la dimensione ecclesiale intrinseca dell'Eucaristia: il mistero della Chiesa viene reso presente in modo molto tangibile (cfr Dies Domini, n. 34). Di conseguenza, la domenica è il "giorno supremo della fede", "un giorno indispensabile", "il giorno della speranza cristiana!". Qualsiasi venir meno dell'osservanza domenicale della Santa Messa indebolisce il discepolato cristiano e offusca la luce della testimonianza della presenza di Cristo nel nostro mondo. Quando la domenica perde il suo significato fondamentale e diventa subordinata a un concetto secolare di "fine settimana", dominato da cose come l'intrattenimento e lo sport, la gente rimane rinchiusa in un orizzonte talmente stretto da non riuscire più a vedere il cielo (cfr Dies Domini, n. 4). Invece di essere davvero soddisfatta o animata, rimane intrappolata in una ricerca senza senso del nuovo e viene privata della freschezza perenne dell'"acqua viva" (Gv 4, 11) di Cristo. Sebbene la secolarizzazione del giorno del Signore comprensibilmente vi causi molta preoccupazione, tuttavia potete trarre conforto dalla fedeltà del Signore stesso, che continua a invitare il suo popolo con un amore che sfida e chiama (cfr Ecclesia in Oceania, n. 3). Esortando i cari fedeli in Australia - e in modo speciale i giovani - a rimanere fedeli alla celebrazione della Messa domenicale, faccio mie le parole della Lettera agli Ebrei: "Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza (...) non disertando le nostre riunioni (...), ma esortandoci a vicenda" (Eb 10, 23-25). A voi, come Vescovi, suggerisco, in quanto moderatori della liturgia, di dare la priorità pastorale a programmi catechetici che insegnino ai fedeli il vero significato della domenica e li ispirino a osservarla pienamente. A tal fine, vi rimando alla mia Lettera Apostolica Dies Domini. Essa delinea il carattere pellegrino ed escatologico del Popolo di Dio, che oggi può essere così facilmente oscurato da una comprensione sociologica superficiale della comunità. Memoria di un evento passato e celebrazione della presenza viva del Signore Risorto in mezzo al suo popolo, la domenica guarda anche alla gloria futura del Suo ritorno e alla pienezza della speranza e della gioia cristiana.

4. Intimamente legata alla liturgia è la missione della Chiesa di evangelizzare. Mentre il rinnovamento liturgico, ardentemente auspicato dal Concilio Vaticano II, ha giustamente portato a una partecipazione più attiva e consapevole dei fedeli ai compiti a loro propri, questo coinvolgimento non deve divenire fine a se stesso. "Lo scopo per cui si è con Gesù è di partire da Gesù, sempre contando sulla sua potenza e sulla sua grazia" (Ecclesia in Oceania, n. 3). È precisamente questa dinamica che viene articolata dalla preghiera dopo la comunione e dal rito conclusivo della Messa (cfr Dies Domini, n. 45). Mandati dal Signore stesso nella vigna - la propria casa, il luogo di lavoro, la scuola, le organizzazioni civiche - i discepoli di Cristo non possono stare "sulla piazza disoccupati" (Mt 20, 3), né possono essere immersi tanto profondamente nell'organizzazione interna della vita parrocchiale da essere distolti dal comandamento di evangelizzare gli altri in modo attivo (cfr Christifideles laici, n. 2). Rinnovati dalla forza del Signore Risorto e dal suo Spirito, i seguaci di Cristo devono ritornare alla loro "vigna" ardendo dal desiderio di "parlare" di Cristo e di "mostrarlo" al mondo (cfr Novo Millennio ineunte, n. 16).

5. La communio esistente tra il Vescovo e i suoi sacerdoti esige che il benessere del presbiterio stia a cuore a ogni Vescovo. Il Rapporto conclusivo del 1998 (Incontro interdicasteriale con una rappresentanza dei Vescovi australiani) ha rilevato, a buona ragione, la grande dedizione dei sacerdoti che servono la Chiesa in Australia (cfr n. 19). Esprimendo il mio apprezzamento per il loro servizio instancabile e gratuito, vi incoraggio ad ascoltare sempre i vostri presbiteri come un padre ascolterebbe il proprio figlio. In un contesto secolare come il vostro, è particolarmente importante che voi aiutiate i vostri sacerdoti a comprendere che la loro identità spirituale deve caratterizzare in modo consapevole tutta la loro attività pastorale. Il sacerdote non è mai un amministratore o un semplice difensore di un particolare punto di vista. A imitazione del Buon Pastore, egli è un discepolo che cerca di trascendere i propri limiti personali e di gioire in una vita di intimità con Cristo. Un rapporto di profonda comunione e amicizia con Cristo, nel quale il sacerdote abitualmente parla "cuore a cuore con nostro Signore" (Istruzione Il presbitero, Pastore e guida della comunità parrocchiale, n. 27), alimenterà la sua ricerca di santità, arricchendo non solo la sua persona, ma anche l'intera comunità che egli serve. È abbracciando la chiamata universale alla santità (cfr 1 Ts 4, 3) che si trova la particolare vocazione alla quale Dio chiama ogni persona. A questo riguardo, sono certo che le vostre iniziative per promuovere una cultura di vocazione e per apprezzare i diversi stati della vita ecclesiale, che esistono perché "il mondo creda" (Gv 17, 21), daranno frutto. In quanto ai giovani uomini che rispondono generosamente alla chiamata di Dio al sacerdozio, ancora una volta ribadisco che essi devono ricevere tutto il vostro aiuto mentre cercano una vita di semplicità, di castità e di servizio umile a imitazione di Cristo, l'Eterno Sommo Sacerdote, del quale devono diventare icone viventi (cfr Pastores dabo vobis, n. 33).

6. Il contributo degli uomini e delle donne consacrati alla missione della Chiesa e alla costruzione della società civile ha avuto un valore incommensurabile nella vostra nazione. Innumerevoli australiani hanno beneficiato dell'impegno altruista dei religiosi nell'ambito del ministero pastorale e della guida spirituale, come pure in quello dell'educazione, del lavoro sociale e medico e della cura degli anziani. Le vostre relazioni testimoniano la vostra ammirazione per questi uomini e queste donne, il cui "dono di sé per amore del Signore Gesù e, in Lui, di ogni componente della famiglia umana" (Vita consecrata, n. 3) tanto arricchisce la vita delle vostre Diocesi. Questo profondo apprezzamento della vita consacrata è giustamente accompagnato dalla vostra preoccupazione per la diminuzione del numero delle vocazioni religiose nel vostro Paese. Occorre una rinnovata chiarezza per articolare il particolare contributo dei religiosi alla vita della Chiesa: una missione per rendere presente tra gli uomini l'amore di Cristo (cfr Istruzione Ripartire da Cristo: un rinnovato impegno della vita consacrata nel terzo millennio, n. 5). Questa chiarezza susciterà un nuovo kairos, con i religiosi che riconfermano con fiducia la loro chiamata e, sotto la guida dello Spirito Santo, propongono di nuovo ai giovani l'ideale della consacrazione e della missione. I consigli evangelici della castità, della povertà e dell'obbedienza, abbracciati per amore di Dio, illuminano in modo splendido la fedeltà, il possesso di sé e la libertà autentica necessari per vivere la pienezza di vita alla quale sono chiamati tutti gli uomini e le donne. Con questi sentimenti, ancora una volta, assicuro i sacerdoti religiosi, i fratelli e le sorelle della testimonianza vitale che essi offrono seguendo in modo radicale le orme di Cristo.

7. Cari Fratelli, sono lieto di riconoscere i vostri fermi sforzi per sostenere l'unicità del matrimonio come patto per tutta la vita, basato sul generoso dono reciproco e sull'amore incondizionato. L'insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla stabilità della vita familiare offre una verità salvifica alle persone e un solido fondamento nel quale ancorare le aspirazioni della vostra nazione. Spiegare in modo incisivo e fedele la dottrina cristiana sul matrimonio e sulla famiglia è molto importante al fine di contrastare la visione secolare, pragmatica e individualista, che ha conquistato terreno nell'ambito della legislazione e perfino una certa accettazione tra l'opinione pubblica (cfr Ecclesia in Oceania, n. 45). Particolarmente preoccupante è la crescente tendenza a equiparare il matrimonio con altre forme di convivenza. Questo offusca la natura stessa del matrimonio e viola il suo fine sacro nel disegno di Dio per gli uomini (cfr Familiaris consortio, n. 3). Far crescere le famiglie secondo lo splendore della verità di Cristo significa partecipare all'opera di creazione di Dio. È al centro della chiamata a promuovere una civiltà dell'amore. Il profondo amore delle madri e dei padri per i loro figli è anche quello della Chiesa, come lo è il dolore sperimentato dai genitori quando i loro figli cadono vittima di forze e di tendenze che li allontanano dal cammino della verità, lasciandoli disorientati e confusi. I Vescovi devono continuare a sostenere i genitori che, malgrado le difficoltà sociali spesso sconcertanti del mondo attuale, sono in una posizione tale, da esercitare una grande influenza e da offrire orizzonti più ampi di speranza (cfr Pastores gregis, n. 51). È compito particolare del Vescovo assicurare che nella società civile - compresi i mezzi di comunicazione sociale e i settori dell'industria dell'intrattenimento - siano sostenuti e difesi i valori del matrimonio e della vita familiare (cfr Ibidem, n. 52).

8. Infine, desidero esprimere la mia riconoscenza per il nobile contributo che la Chiesa in Australia dà al raggiungimento della giustizia sociale e della solidarietà. La vostra guida nella difesa dei diritti fondamentali dei rifugiati, dei migranti e dei richiedenti asilo, e il sostegno allo sviluppo offerto agli australiani indigeni sono luminosi esempi dell'"impegno di un amore operoso e concreto verso ogni essere umano" (Novo Millennio ineunte, n. 49), al quale ho chiamato tutta la Chiesa. Il ruolo crescente dell'Australia come guida nella regione del Pacifico rappresenta per voi un'opportunità per rispondere al bisogno pressante di un attento discernimento del fenomeno della globalizzazione. L'attenta sollecitudine per le persone povere, abbandonate e maltrattate, e la promozione di una globalizzazione della carità contribuiranno molto a indicare un cammino di sviluppo autentico che superi l'emarginazione sociale e favorisca i benefici economici per tutti (cfr Pastores gregis, n. 69).

9. Cari Fratelli, con affetto e gratitudine fraterna vi offro queste riflessioni e vi assicuro delle mie preghiere, mentre cercate di guidare i greggi che vi sono affidati. Uniti nella vostra proclamazione della Buona Novella di Gesù Cristo, procedete ora nella speranza! Con questi sentimenti vi raccomando alla protezione di Maria, Madre della Chiesa, e all'intercessione e alla guida della Beata Mary MacKillop. A voi, ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi e ai fedeli laici delle vostre Diocesi imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica.

 







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