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Papa Francesco \ Viaggi e Visite

Il Patriarca Twal ricorda il viaggio in Terra Santa del Papa

Il Papa in Terra Santa - L'Osservatore Romano

Nel ricordare all’udienza generale tutti gli ordinari di Terra Santa che hanno reso possibile la buona riuscita del suo pellegrinaggio, Papa Francesco ha ringraziato in particolare il Patriarca latino, mons. Fouad Twal, che racconta al nostro inviato a Gerusalemme, Roberto Piermarini, cosa l’ha colpito del viaggio papale:

R. – La verità è che io vedo nella persona stessa del Santo Padre un messaggio per noi capi religiosi: un messaggio di questa semplicità, di questa umiltà. Non è un capo che fa il capo: lui è lì, è al servizio. Mi ha colpito in modo speciale quando eravamo a pranzo con le cinque famiglie palestinesi, che hanno sofferto molto… Ciascuna ha raccontato la sua storia e prima della fine del pranzo, Alberto Gasbarri ha chiesto al Santo Padre se volesse ritirarsi con 20 minuti di anticipo, prima della successiva visita alla Grotta. E qui mi ha toccato il cuore, il Santo Padre! Il Papa ha detto: “Questa gente soffre, non posso lasciarli soli. Non vado via prima: rimango con loro fino alla fine”. Ed è rimasto con loro fino alla fine… Era cosciente della situazione, della difficile situazione che noi viviamo. Spesso rimaneva silenzioso a meditare, a pregare. E’ vero che noi non siamo così ingenui da aspettarci già oggi dei risultati, appena partito. E’ partito stanco, ha dato il massimo di se stesso, del suo tempo, della sua salute… Era francamente stanco. Però certamente ha seminato! Seminato, seminato… E con lui, anche noi abbiamo seminato. Speriamo, dando tempo al tempo nella Provvidenza, affinché quanto lui ha seminato porti frutti, sia per la comunione e l’unità dei cristiani, sia anche per la situazione politica che affligge tutto il mondo. I suoi discorsi – che tutti noi abbiamo sentito e che possiamo e dobbiamo rileggere di nuovo – sia con il presidente Peres che con Netanyahu sono discorsi da leggere, perché lui era cosciente dei nostri problemi. C’è un punto debole però: i nostri fedeli a Gerusalemme non hanno potuto vederlo...

D. – Eccellenza, ci sono stati due volti della visita: l’entusiasmo di Betlemme e Gerusalemme blindata dalla sicurezza…

R. – Sì. Abbiamo avuto almeno 4 mila fedeli provenienti dalla Galilea che erano presenti a Betlemme e dalla Galilea sono andati anche in Giordania per partecipare alla Messa. Gerusalemme è sempre stata blindata. E’ anche vero che a Gerusalemme non vi era alcun atto pubblico… Ma lui, nei suoi discorsi, ha detto di sperare di poter tornare per andare in Galilea, a Nazareth. Adesso che abbiamo il Sinodo della famiglia, e visto che Nazareth è il luogo della famiglia, della Sacra Famiglia, speriamo e preghiamo che ritorni in questa occasione. D’altronde, tutti amano il Santo Padre, tutti avrebbero voluto vederlo, ma non tutti possono riuscirci. Pazienza, che dobbiamo fare…

D. – Come ha vissuto la celebrazione ecumenica nella basilica del Santo Sepolcro?

R. – E’ un gesto questo! Un gesto, perchè non basta la buona volontà di Bartolomeo e del Santo Padre. Abbiamo tanti fedeli, milioni di fedeli; abbiamo la gerarchia greca locale che non dipende da Bartolomeo, ma dipende da altri Patriarchi. Il lavoro deve continuare. Non abbiamo certo finito, abbiamo cominciato, abbiamo seminato… Speriamo bene!

D. – Quali sono state le reazioni che le ha sentito sia da parte israeliana che palestinese a questa visita del Papa?

R. – Le reazioni sono tutte positive. E’ un momento di festa e in una festa tutti sono allegri… Grazie a Dio! Io so che in Giordania, tante parrocchie ortodosse, greco-ortodosse hanno avuto i biglietti per poter assistere alla Messa ad Amman: lì era un vero ecumenismo! Era bello, almeno per i fedeli, per il popolo. Speriamo bene. Non dobbiamo essere pessimisti, assolutamente, ma non dobbiamo neanche essere troppo ottimisti. Dobbiamo avere i piedi per terra, perché siamo ancora divisi. Però c’è rispetto reciproco, c’è collaborazione, c’è preghiera per questa unità e per questa comunione ecclesiale. Speriamo che i nostri amici, anche dall’Italia e dal resto del mondo ci aiutino pregando per questa pace e per questa comunione.

D. – Per quanto riguarda la pace e questa convocazione in Vaticano di Abu Mazen e Peres, lei crede che il Papa con questa iniziativa abbia inaugurato una diplomazia della preghiera?

R. – La preghiera non è certo una cosa nuova: lui ha sempre chiesto di pregare, noi abbiamo sempre chiesto di pregare. Visto che questo incontro non ha potuto aver luogo né a Gerusalemme né a Betlemme, il Santo Padre ha offerto la sua casa: la sua casa in Vaticano. Speriamo! E’ una iniziativa che indica certamente la buona volontà del Santo Padre di raggiungere la pace, di realizzare un po’ di pace ed avere un po’ di calma. Siamo da 66 anni a dialogare, ma non abbiamo ottenuto niente finora. Speriamo che con questa iniziativa qualche cosa si faccia.