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Radio Vaticana, convegno sulla sindrome di Down

La disabilità è un rendimento di grazie e una risorsa per la società. Questo il messaggio del convegno “Diverso da chi? l’altro come risorsa" -

Sono circa 40 mila in Italia le persone affette dalla sindrome di Down, la  disabilità causata dalla presenza di un cromosoma in più nelle cellule. Ma come vivono queste persone e come sono accolte oggi dalla società? Queste tra le domande a cui ha voluto dare una risposta il convegno “Diverso da chi? l’altro come risorsa”, che si è svolto questa mattina nella Sala Marconi della nostra radio. All’incontro promosso dall’Aipd, l’Associazione italiana persone Down, hanno partecipato educatori, sociologi e medici esperti medici di questa patologia. Ma quanto è aperta la società all’accoglienza di queste persone diversamente abili? Ascoltiamo Giampaolo Celani, presidente della sezione di Roma dell’Aipd, al microfono di Marina Tomarro:

R. - Sostanzialmente è un problema di barriera: una scala è una barriera perché ci si ritrova su piani diversi. Fare in modo che i piani possano collegarsi fra loro è semplicemente la necessità di creare un ponte, percorribile per tutti. Noi, come associazione di familiari, è quello che mettiamo in luce. Dal punto di vista educativo, però, c’è un altro aspetto che dobbiamo prendere in considerazione: è un bisogno materiale anche la crescita spirituale, anche la crescita di interiorità, anche la crescita di ciò che è all’interno di ogni persona. Quali sono le condizioni che ci impediscono di farlo? L’accoglienza. Noi dobbiamo creare le condizioni per una diversa accoglienza. E’ evidente che l'accoglienza ancora è un percorso molto lungo da raggiungere.

D. - In che modo lo Stato dovrebbe dare una mano sia alle famiglie che a queste persone, secondo lei?

R. - Se parliamo di scuola, di integrazione scolastica, c’è una legge, ma da ormai una decina di anni andiamo avanti - come familiari - semplicemente con il ricorso al Tar per vederci riconosciuto il numero di ore - di diritto! - di sostegno per l’integrazione scolastica, come se fossimo un soggetto estraneo dal popolo degli studenti. Se parliamo di lavoro, ci sono stati pochissimi controlli per l’applicazione di una legge - bellissima! - sull’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, in base alle loro caratteristiche e non in base alla capacità residua di lavoro. Queste questioni, a nostro avviso, sono condizioni di cui la politica si deve occupare.

Ma in che modo la Chiesa può aiutare queste persone a sentirsi inserite nelle comunità? Ascoltiamo suor Veronica Donatello, responsabile del settore Catechesi per i disabili della Conferenza episcopale italiana:

R. - Sicuramente, credo che il primo sia accogliere e per accogliere bisogna conoscere e riconoscere l’altro come dono. Solo se riconosci che l’altro è persona e non è il suo limite - non è down, spastico, cieco, sordo, ma è Mario, Luca, Francesco, Chiara - allora nasce il fatto di dire: “Dov’è?”. E’ allora, un po’ come dice il Papa, andare a cercare le 99, anche persone disabili che sono fuori. Sicuramente, andare noi fuori, fare noi un esodo. E poi accogliere, lavorare sul fatto che tutti abbiamo dei limiti, ma tutti abbiamo un dono e un tesoro da condividere con la comunità.

D. - Ma quanto è importante educare gli insegnanti, i catechisti, la società ad accogliere la disabilità?

R. - Riconoscere che l’altro non è una tabula rasa, non è un vaso vuoto da riempire, ma è una persona, è un qualcuno da cui siamo chiamati a tirare fuori ciò che ha già dentro, a prendere delle strategie e delle metodologia per includere l’altro, per aiutare i compagni ad accogliere. Credo che la sfida grande sia una società che si sappia relazionare con chi è diverso, che sia disabile, straniero, che sia una persona che viva un momento di fragilità.

D. - Suor Veronica, lei vive in famiglia delle disabilità. Quanto l’esperienza personale le è servita anche poi nel suo lavoro?

R. - In casa, ho potuto gustare veramente come si può vivere una disabilità ed essere persone in rendimento di grazie, persone serene. I miei sono sordi e nella loro diocesi evangelizzano, lavorano nelle parrocchie. Mia sorella disabile non può fare nulla, però lei ha una presenza attiva con il linguaggio della carità. Il dono grande in casa per me è la mia forza, perché anche nella mia comunità, nella mia diocesi ho potuto vedere che se la persona disabile si sente accolta, questo può realmente diventare un essere Chiesa in viva in missione.