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Vaticano: 1,5 mln, di euro per 125 progetti solidali in America Latina

Campesinos

14/06/2014

Oltre 120 progetti a sfondo sociale e solidale, per un totale di un milione e mezzo di euro di finanziamento. È l’impegno sottoscritto per il 2014 dal Consiglio di amministrazione della Fondazione Populorum progressio per l’America Latina, la struttura creata nel 1992 da Giovanni Paolo II in seno al Pontificio Consiglio Cor Unum. Fin qui, la Fondazione ha stanziato oltre 35 milioni a sostegno di 4 mila progetti in vari settori, dall’agricoltura, all’artigianato, alle microimprese. Ieri mattina, i vescovi membri del Consiglio hanno incontrato Papa Francesco. Ne parla, al microfono di Alessandro De Carolis, il sottosegretario di Cor Unummons. Segundo Tejado Muñoz:

R. – Abbiamo voluto fare la riunione a Roma proprio per sentire il Santo Padre. La facciamo sempre in America Latina, stavolta abbiamo voluto venire a Roma proprio per chiedere al Papa – dopo 22 anni dalla creazione della fondazione Populorum Progressio – cosa voglia da noi, che prospettive, come possiamo migliorare il lavoro. Come tutti gli anni, abbiamo studiato i progetti che ci presentano le diverse giurisdizioni, vescovi, missionari e quest’anno abbiamo avuto 135 progetti, ne abbiamo finanziati 125. Erano molto ben presentati, per cui ne abbiamo dovuti scartare pochi. Un valore di un milione 800 mila dollari – intorno a un milione e mezzo di euro – è la cifra che abbiamo tutti gli anni e che viene data dai fedeli agli italiani, dalla Conferenza episcopale italiana, che sin dall’inizio ha voluto supportare questa opera di carità del Santo Padre.

D. – Come latinoamericano, e soprattutto come uomo da sempre sensibile ai problemi degli ultimi, Papa Francesco più volte ha preso posizione anche in favore delle popolazioni del Latino America – per esempio, degli indios dell’Amazzonia, ma non solo. In che modo vi ha incoraggiato?

R. – Prima di tutto, ci ha fatto un’analisi molto bella dei problemi, non direi tanto dell’America Latina quanto dell’umanità. Ci ha parlato di nuovo di questo suo concetto – che a me piace molto – dello “scarto”, dello scarto dei bambini, degli anziani: quelli che non producono, in questa società che mira molto al guadagno, all’economia, alla fine vengono scartati. Quelli che non producono, quelli non servono. Questo concetto del Santo Padre, che è bellissimo, lui lo ha voluto estendere anche ai giovani: ultimamente, ha parlato molto dell’occupazione giovanile, ci ha dato anche dei dati sull’occupazione in Italia, in Spagna ed in altri Paesi, anche in America Latina ed il Papa ha detto che questo è uno scarto molto grave. Ha chiesto alla Fondazione di lavorare in questo ambito dello "scarto" – se possiamo dire così – cioè aiutare i giovani. Il Papa ha parlato di alcune scuole in America Latina, che si chiamano scuole di “de Artes y Oficios”, che insegnano ai ragazzi a fare qualche cosa in uno o due anni, perché c’è una fascia di popolazione che né studia e né lavora, e diventano scarti della società. Poi, abbiamo parlato anche dell’indigenismo, anche dell’ideologia indigenista che in fondo non aiuta gli indigeni: la possibilità poi che le popolazioni indigene possano avere uno sviluppo mantenendo le proprie peculiarità, ma anche inserendosi nel mondo nella quale viviamo. Prima, abbiamo anche parlato dell’evangelizzazione, la carità unita all’evangelizzazione e anche qui il Papa è stato molto chiaro, ha avuto parole molto belle che coincidono perfettamente anche con la visione che abbiamo a Cor Unum, che ha il nostro cardinal Robert Sarah. È stato bellissimo perché nell’ultima riunione che abbiamo avuto lui ha parlato delle stesse cose che il Papa, due ore dopo, ci ha ripetuto. Questa formazione e questa visione antropologica dell’uomo “integrale”: l’uomo non è soltanto un corpo e uno stomaco da riempire, l’uomo è una dimensione eterna e negare ai poveri, negare agli uomini questa dimensione è una cosa che non ci possiamo permettere. La Chiesa la deve dare all’uomo insieme al pane, insieme all’alloggio, insieme all’aiuto.

D. – Questo mi fa tornare alla mente le parole insistite e ripetute da Papa Francesco quando dice che la Chiesa "non è una ong”…

R. – Nel dialogo che abbiamo avuto l’ha detto molto forte e per noi è la nostra battaglia costante. Cor Unum è responsabile per tutte le agenzie cattoliche e questa è da sempre la nostra battaglia: non perdere l’identità. Bisogna essere “professionali” – come diceva Benedetto XVI nella Deus Caritas est – bisogna essere professionali in quello che facciamo, un medico deve curare il malato professionalmente. Il Papa diceva che bisogna essere professionali, ma questo non basta! Bisogna avere un cuore che vede davvero il bisogno dell’uomo, bisogna avere un cuore che si commuove anche della sofferenza dell’altro. Noi non siamo assolutamente una ong, le spese amministrative sono piccolissime, ridicole e cerchiamo di collaborare con la Chiesa affinché i soldi che le persone mettono nelle nostre vadano interamente ai poveri.

D. – Voi come Fondazione avete sempre, dalla nascita, lavorato con le periferie. Adesso, è arrivato un Papa che spinge tutta la Chiesa ad andare nelle periferie del mondo. In che modo vi ha cambiato, ha cambiato il vostro lavoro Papa Francesco?

R. – Quello che ha fatto Papa Francesco è stato semplicemente confermare il nostro lavoro, lo ha confermato perché noi lavoriamo così da sempre. Attiviamo progetti, aiutiamo, finanziamo… ma poi la forza della Chiesa sono gli operatori pastorali che stanno nel territorio, quelli che portano avanti i progetti. E quelli dove si trovano? Si trovano nelle periferie.

14/06/2014