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Iraq. Un milione gli sfollati. Al Maliki: sconfiggeremo i gruppi jihadisti

Kirkuk. Kurdi Peshmerga contro i ribelli sunniti del cosiddetto Stato islamico dell'Iraq e del Levante

14/06/2014

In Iraq continua ad aggravarsi il conflitto. L’Onu ha raddoppiato le stime dei profughi a causa delle violenze e ora parla di un milione di sfollati interni. Il presidente Usa, Barack Obama, esclude per ora l’invio di mezzi e ipotizza strategie per fronteggiare l’avanzata dei gruppi jihadisti che puntano su Baghdad. Il servizio di Massimiliano Menichetti:

Una “tragedia umana”. Così l’Onu riferendosi al milione di sfollati stimato nella crisi irachena. I ribelli sunniti del cosiddetto "Stato islamico dell'Iraq e del Levante" continuano a conquistare posizioni nel nord del Paese. Centinaia le vittime. Il governo dello sciita Nouri al Maliki sta cercando di studiare un piano per proteggere Baghdad, obiettivo finale dichiarato dai terroristi, che già hanno preso diverse città tra cui Mosul. Il premier in un messaggio televisivo alla nazione, da Samarra, ribadisce: “Non saremo mai sconfitti” e fa appello all’unità nazionale, minacciando la pena di morte per i disertori. Per ora, il presidente statunitense, Obama non pensa all’invio di militari sul campo e parla di strategie allo studio per fronteggiare l’offensiva jihadista, mentre l’Iran non esclude la possibilità di collaborare con la Casa Bianca per risolvere la crisi. Posizione diversa quella della Gran Bretagna, che potrebbe inviare unità delle forze speciali per sostenere al Maliki. Intanto, da Kirkuk il sacerdote caldeo, Kais Mumtaz, rilanciato dall’Agenzia Fides, ribadisce: "Tutto sembra precipitare verso una gestione soltanto militare della crisi, cioè verso la guerra civile”. 

Per un’analisi della situazione, Luca Collodi ha intervistato Germano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss di Roma:

R. – Sicuramente, le cose non sono andate come prestabilito, ma è cambiata soprattutto la politica americana in quell’area. L’impressione che ho è che il presidente Obama non guardi con grande preoccupazione alla crescita dell’instabilità nella regione. Però, c’è un punto fondamentale rispetto al quale neanche Obama può transigere: tutto ciò che disturba il processo di riconciliazione tra gli Stati Uniti e l’Iran costituisce un’anomalia ed un problema a cui occorre porre rimedio.

D. – La situazione siriana quanto può influire nella situazione irachena?

R. – Ha influito molto, perché il movimento che in questo momento si sta espandendo in Iraq è apparso per la prima volta in Siria ed è in Siria che ha colto i suoi maggiori successi. In una certa misura, secondo me, il problema più grave in questo momento è quello che si fronteggia in Iraq ed è quello che può comportare anche una qualche forma di intervento militare esterno.

D. – A questo punto, gli Stati Uniti devono puntare su Assad in Siria e su nuovi rapporti più distesi con l’Iran per riprendere in mano la situazione?

R. – Di fatto, gli Stati Uniti non hanno mai spinto nella direzione della caduta di Assad, se non con qualche iniziativa presa dal segretario di Stato John Kerry, che per altro non ha mai veramente avuto la copertura del presidente. Oggi, capiamo ancora meglio perché Obama – lo scorso settembre – non volle bombardare la Siria e sfruttò ogni possibile appiglio per evitare di dar corso ad un attacco: attaccare frontalmente il regime di Assad non solo avrebbe facilitato il compito di jihadisti fuori controllo, ma avrebbe presumibilmente indebolito Roani. Obama non ha alcun interesse a vedere indebolito l’attuale presidente iraniano, che è l’uomo con cui lui può fare l’accordo storico di riconciliazione. Io credo che, al di là di tutto, queste sono le “stelle polari” di qualsiasi ragionamento si faccia in questo momento sull’area, area nella quale per altro insistono anche altre situazioni: c’è la causa dei curdi che è sospesa; c’è il problema del ruolo regionale che la Turchia e l’Arabia Saudita vogliono esercitare.

D. – La Jihad islamica sta puntando al controllo del petrolio, secondo lei?

R. – Sicuramente, sta cercando di darsi una base territoriale: l’Iraq e la Siria non sono neanche le uniche zone in cui questa ondata islamista jihiadista sta cercando di muoversi. Penso in particolare al Mali e alla Nigeria. I jihiadisti si stanno muovendo verso una logica di territoriale, nel tentativo di crearsi delle proprie zone sovrane.

14/06/2014