Social:

RSS:

App:

Radio Vaticana

la voce del Papa e della Chiesa in dialogo con il mondo

lingua:

Mondo \ Asia e Oceania

In Iraq 9 poliziotti uccisi dai jihadisti a nord di Baghdad

Diverse le fazioni in Iraq - REUTERS

In Iraq almeno 9 poliziotti sono rimasti uccisi a nord di Bagdad nell'attacco a un convoglio che trasportava il capo dei servizi della lotta contro la corruzione. L'attacco e' avvenuto lungo la strada che collega Bagdad a Samarra, 110 km a nord della capitale, in un momento in cui le forze di sicurezza irachene stanno mettendo in atto una contro-offensiva per fermare l'avanzata dei jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del levante (Isis) che in questi giorni hanno conquistato vaste aree nel nord e nell'est del Paese. La commissione dell’Onu per i diritti umani, da Ginevra, conferma le esecuzioni sommarie di civili e soldati in Iraq da parte dei jihadisti. Il servizio di Fausta Speranza

Violenti combattimenti tra esercito iracheno e le milizie jihadiste sunnite, che tentano di dirigersi verso Baqouba, capoluogo della provincia di Diyala. L’esercito sta inoltre bombardando le posizioni ribelli nelle località di Saadiyah, Jalawla e Tikrit, conquistate nella notte dalle colonne dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante (Isil) senza incontrare resistenza. La zona è considerata strategica perché apre la strada all’avanzata verso Baghdad. Sembra che i militari iracheni abbiano abbandonato le proprie postazioni nei villaggi, mentre i Peshmerga curdi hanno rafforzato i propri ranghi, senza entrare in contatto con i jihadisti. Intanto interviene il presidente Usa: Obama ribadisce che non invierà “truppe usa in Iraq” ma che sta considerando altre ozpioni di aiuto”. Obama raccomanda al governo iracheno di mettere da parte divisioni settarie (sciiti-sunniti)” e unirsi contro la minaccia jihadista. Parla dunque di diversi giorni per decidere come intervenire in Iraq al fianco del governo di Baghdad. Governo che minaccia la pena di morte per i disertori.

Per un’analisi della situazione, Luca Collodi ha intervistato Germano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss di Roma:

R. – Sicuramente, le cose non sono andate come prestabilito, ma è cambiata soprattutto la politica americana in quell’area. L’impressione che ho è che il presidente Obama non guardi con grande preoccupazione alla crescita dell’instabilità nella regione. Però, c’è un punto fondamentale rispetto al quale neanche Obama può transigere: tutto ciò che disturba il processo di riconciliazione tra gli Stati Uniti e l’Iran costituisce un’anomalia ed un problema a cui occorre porre rimedio.

D. – La situazione siriana quanto può influire nella situazione irachena?

R. – Ha influito molto, perché il movimento che in questo momento si sta espandendo in Iraq è apparso per la prima volta in Siria ed è in Siria che ha colto i suoi maggiori successi. In una certa misura, secondo me, il problema più grave in questo momento è quello che si fronteggia in Iraq ed è quello che può comportare anche una qualche forma di intervento militare esterno.

D. – A questo punto, gli Stati Uniti devono puntare su Assad in Siria e su nuovi rapporti più distesi con l’Iran per riprendere in mano la situazione?

R. – Di fatto, gli Stati Uniti non hanno mai spinto nella direzione della caduta di Assad, se non con qualche iniziativa presa dal segretario di Stato John Kerry, che per altro non ha mai veramente avuto la copertura del presidente. Oggi, capiamo ancora meglio perché Obama – lo scorso settembre – non volle bombardare la Siria e sfruttò ogni possibile appiglio per evitare di dar corso ad un attacco: attaccare frontalmente il regime di Assad non solo avrebbe facilitato il compito di jihadisti fuori controllo, ma avrebbe presumibilmente indebolito Roani. Obama non ha alcun interesse a vedere indebolito l’attuale presidente iraniano, che è l’uomo con cui lui può fare l’accordo storico di riconciliazione. Io credo che, al di là di tutto, queste sono le “stelle polari” di qualsiasi ragionamento si faccia in questo momento sull’area, area nella quale per altro insistono anche altre situazioni: c’è la causa dei curdi che è sospesa; c’è il problema del ruolo regionale che la Turchia e l’Arabia Saudita vogliono esercitare.

D. – La Jihad islamica sta puntando al controllo del petrolio, secondo lei?

R. – Sicuramente, sta cercando di darsi una base territoriale: l’Iraq e la Siria non sono neanche le uniche zone in cui questa ondata islamista jihiadista sta cercando di muoversi. Penso in particolare al Mali e alla Nigeria. I jihiadisti si stanno muovendo verso una logica di territoriale, nel tentativo di crearsi delle proprie zone sovrane.