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Sudan: Meriam costretta ad allattare sua figlia in catene

Meriam e la sua bambina, nel carcere sudanese per apostasia - EPA

“Secondo le autorità competenti, Meriam Ibrahim sarà rilasciata soltanto se rinuncerà alla fede cristiana e divorzierà da suo marito Daniel”. E’ quanto denunciato dall’arcidiocesi di Khartoum in un comunicato inviato ad “Aiuto alla Chiesa che Soffre” (Acs). Il documento integra il testo redatto il 21 maggio scorso dal Consiglio delle Chiese del Sudan. L’intento dell’arcidiocesi, spiega Acs, è di smentire le informazioni inesatte diffuse finora dai media e al tempo stesso rivolgere un appello alle autorità sudanesi affinché la donna condannata a morte per apostasia venga liberata. “Al momento – si legge – Meriam si trova ancora nella prigione di Omdurman (dalla parte opposta del Nilo rispetto a Khartoum), praticamente nel braccio della morte, dove allatta in catene la sua bambina nata in carcere lo scorso 28 maggio”. Il suo caso, prosegue la nota dell’arcidiocesi, “sarà giudicato in appello, ma nessuno conosce ancora la data fissata per il secondo grado di giudizio”. Rivolgendosi alle autorità nazionali, la Chiesa di Khartoum ricorda come la Costituzione sudanese garantisca espressamente all’art. 38 la libertà religiosa e di culto e vieti l’imposizione di una religione a chi non vi creda liberamente. “Esprimiamo profondo dispiacere e delusione – sottolinea il documento, inviato ad Acs – nell’osservare come il caso è stato gestito in tribunale: senza alcun rispetto per la fede religiosa di Meriam. Il punto centrale dell’intera vicenda è che la donna non ha abbandonato l’Islam per il cristianesimo, perché sin dalla sua infanzia non ha mai praticato la religione islamica”. Il documento dell’arcidiocesi si conclude con un appello: “Alla luce delle informazioni fornite e per onorare la ferma volontà di Meriam di non abbandonare la propria fede cristiana, imploriamo la magistratura e le autorità competenti di rivedere il caso e decretarne una ragionevole fine”. (A.G.)