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Perù: no dei vescovi alla normativa per l’aborto terapeutico

Perù: no dei vescovi alla normativa sull'aborto terapeutico

02/07/2014

“Solo Dio è padrone della vita; a noi spetta prendersene cura”: così afferma la nota della Conferenza episcopale del Perù, in risposta alla pubblicazione della Guida nazionale per l’interruzione di gravidanza per motivi terapeutici, approvata il 29 giugno scorso dal Ministero della Salute (Misna) locale.

In Perù, l’aborto terapeutico è legale dal 1924 – in base all’articolo 119 del Codice Penale - ma, ad oggi, mancava un protocollo medico per la sua applicazione negli ospedali. Ora, Midori Habich, ministro del Misna, ha previsto una serie di requisiti per accedere al trattamento che non contemplano i casi di violenza sessuale, ma il pericolo di vita per la madre a causa di patologie o malattie gravi (gravidanza ectopica, cancro maligno o cardiopatie). L’aborto terapeutico è ammesso anche quando la gestazione è inferiore ai 22 settimane e solo qualora ci sia l’autorizzazione della gestante o del suo rappresentante legale.

La Conferenza episcopale del Perù ha quindi risposto alla pubblicazione del protocollo con una nota indirizzata ai fedeli, ai cittadini e alle autorità del potere esecutivo ,ma anche alle madri e ai medici, per esprimere il suo rifiuto a una norma ministeriale “immorale, incostituzionale e illegale” in quanto contraria alla Costituzione peruviana che supporta la difesa della persona e della sua dignità (articolo 1) e il diritto alla vita (articolo 2). Quindi secondo l’ordinamento legale, in accordo con il diritto internazionale, “tanto la madre incinta quanto il bambino concepito hanno diritto alla vita, e anche ad essere difesi dallo Stato e rispettati nella loro dignità”.

La Chiesa cattolica del Perù si era già mostrata contraria al protocollo ministeriale l’aprile scorso quando aveva dichiarato che l’aborto terapeutico “non salva, ma uccide”. In seguito all’approvazione di tale documento, l’Assemblea dei vescovi denuncia la flagrante violazione dello stato di diritto per cui si provoca la morte di bambini indifesi fino alle 22 settimane di vita. Non è, infatti, necessario porre fine a una vita “quando gli specialisti in materia hanno dimostrato che anche in quei casi gravi per cui la madre o il bambino sono a rischio della vita, ci sono molteplici rimedi medici che possono salvarli entrambi”.

Inoltre, la Conferenza episcopale denuncia la sordità delle autorità governative peruviane nei confronti della volontà della maggioranza dei cittadini che hanno dimostrato pubblicamente, con manifestazioni e cortei, la necessità di tutelare la vita ed il rifiuto per la pratica dell’aborto terapeutico. “La guida all’aborto terapeutico ha aperto una ferita nella dignità della persona umana – scrivono ancora i presuli - considerata come scartabile e la cui esistenza è soggetta alla decisione della madre e di una équipe di medici”. I vescovi aggiungono che “con l’approvazione del protocollo si è scelta la violenza e la tortura contro un innocente sminuendo i valori su cui si fonda il Paese.”

Infine la Chiesa peruviana ricorda le parole pronunciate da Madre Teresa di Calcutta quando ricevette il Nobel per la Pace nel 1979: “Il Paese che accetta l’aborto non sta insegnando al suo popolo ad amare, ma ad usare la violenza per perseguire ciò che si desidera. Questo perché il maggior distruttore dell’amore e della pace è l’aborto”. (C.G.)

02/07/2014