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Migranti. Acnur: non abbiamo possibilità di accreditamento in Libia

La Marina militare soccorre un barcone di migranti a 40 miglia dalle coste libiche

03/07/2014

Le tragedie dell’immigrazione. Dopo i due di ieri, altri due presunti scafisti del "peschereccio della morte" di Pozzallo, nel quale hanno perso la vita 45 migranti, sono stati fermati dalla polizia giudiziaria. Si tratta di due senegalesi. L'equipaggio avrebbe ricevuto 15 mila euro dai trafficanti per il viaggio. Intanto nella notte è sbarcato in Calabria un gruppo di circa 40 migranti. Secondo le stime dell' Unhcr, altrimenti chiamato Acnur, cioè l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sono circa 500 i migranti morti nel Mediterraneo dall'inizio del 2014. A fronte di questo dramma, quali sono le proposte dell’Acnur? Debora Donnini lo ha chiesto alla portavoce dell'Acnur per il Sud Europa, Carlotta Sami:

R. - Abbiamo focalizzato le nostre proposte attorno a due ambiti principali: il primo è quello di continuare a rafforzare le operazioni di salvataggio e soccorso in mare, per far sì che l’operazione - in questo momento condotta dall’Italia - diventi un’operazione europea e che si estenda soprattutto all’intero Mediterraneo perché ci sono state morti anche nel Mare Egeo e non solo a pochi chilometri dalle coste libiche. Il secondo pacchetto di proposte è quello di rafforzare le alternative legali: significa mettere a disposizione da parte degli Stati membri dell’Unione Europea più posti per quelle che vengono chiamate “ammissioni umanitarie”, cioè ingressi umanitari di rifugiati che possono accedere ai Paesi europei direttamente dai campi o dai luoghi dove vengono registrati come rifugiati. Ci riferiamo quindi a coloro che sono maggiormente in situazioni di bisogno, a partire dai siriani ma non solo; le situazioni degli eritrei, dei somali e dei maliani sono altrettanto tragiche. Quindi, ammissioni umanitarie, reinsediamenti che vengono effettivamente, in qualche piccola misura, già previsti e vanno quindi aumentati, e facilitazioni dei ricongiungimenti familiari.

D. – Il ministro della Difesa italiano, Roberta Pinotti, ha sottolineato che si potrebbe chiedere alla Libia di fare richiesta all’Acnur di intervenire e magari aprire campi umanitari sotto il controllo dell’Onu. Come vede lei questa proposta?

R. - Se i governi europei riescono ad avere un maggior dialogo improntato ai diritti umani con la Libia, l’Acnur non può che vederli in maniera positiva. Da qui al discorso invece di aprire campi rifugiati in Libia la cosa è molto diversa: noi non abbiamo possibilità di accreditamento in Libia; la Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra, non riconosce i richiedenti asilo come tali e quindi  non ci sono le condizioni umanitarie per fare questo tipo di lavoro da parte nostra in quel Paese. Quindi, se fosse possibile un dialogo improntato ai diritti umani tra i governi dell’Unione Europea e la Libia, noi saremmo molto contenti perché la prima nostra preoccupazione sono le condizioni terribili, drammatiche, di abuso e violazione di diritti umani che queste persone subiscono in Libia.

D. - Il ministro Pinotti poi ha parlato anche di un piano, allo studio, da 130 milioni di Euro per assistere gli immigrati appena sbarcati in Italia ed uno screening nelle caserme per verificare di utilizzarne alcune come centri di accoglienza. Voi comunque pensate che ci debba essere una maggiore partecipazione dell’Europa perché l’Italia effettivamente da sola ha dei problemi…

R. - La responsabilità è una responsabilità comune, europea. E’ anche vero che per ragioni, anche semplicemente geografiche, alcuni Paesi - tra cui l’Italia - si trovano ad essere maggiormente impegnati nelle prime fasi, cioè della prima accoglienza. Altri Paesi europei lo sono però in una fase immediatamente successiva, che è quella delle soluzioni di lungo termine per i rifugiati e lo dimostrano i numeri e i fatti: i richiedenti asilo in Italia sono poco più di 20 mila; quest’anno, invece, in Germania superano di molto le 150 mila unità. Quindi, ognuno porta la sua responsabilità, l’importante è che queste responsabilità vengano in qualche maniera riconosciute ed anche aumentate; venga fatto uno sforzo maggiore da parte di ognuno. Per quanto riguarda l’Italia, nello specifico, che si faccia tutto il possibile per avere finalmente un piano strutturato per l’accoglienza, perché questa non è un’emergenza ma un dato strutturale: l’Italia ha bisogno, ormai da troppo tempo, di un piano stabile, ben organizzato e che dia la possibilità al governo centrale e agli enti locali di gestire i flussi e gestire gli arrivi.

03/07/2014