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Renzi a Strasburgo: "Senza crescita l'Europa non ha futuro"

Renzi - AP

Matteo Renzi inaugura il semestre italiano al Parlamento europeo con un discorso incentrato su crescita, riforme e cambiamento. A prendere la parola dopo di lui il presidente della Commissione Barroso che assicura: serve un Italia forte per un' Europa forte. Polemiche invece per la decisione del premier di non tenere la tradizionale conferenza stampa al termine della sessione plenaria. Cecilia Seppia:

Orgoglio e Coraggio: ruota su questo asse il semestre a guida italiana secondo le parole di Matteo Renzi che al centro del suo discorso mette i temi economici, chiede flessibilità ma non manca di ribadire il bisogno di recuperare vecchi valori, declinandoli al nuovo. “Se l’Europa facesse un selfie - dice in apertura il premier-  vedremmo l’immagine della rassegnazione e della noia mentre la vera sfida è ritrovare l’anima”, il senso del nostro stare insieme, ma anche il ruolo di avanguardia, raccogliendo l’eredità dei padri: perché noi – assicura – siamo la generazione Telemaco. Poi insiste sulla crescita senza la quale non c’è futuro per nessuno e ribadisce: non si vive di sola stabilità. Chiede istituzioni semplici, veloci e dice "no" a quella burocrazia che ha fatto fin troppo male anche all’Italia. Quindi gli impegni: il rispetto delle regole, la lotta alla disoccupazione, la volontà di cambiamento: “non siamo in Europa per chiedere ma per dare” assicura. Infine solleva aperture e azioni concrete sull’immigrazione e le crisi internazionali come Ucraina e Medio Oriente. Positivo il commento del premier britannico Cameron che si dice proto a lavorare con Renzi alle riforme; duro invece l’affondo del capogruppo del Ppe che boccia la flessibilità auspicata dal premier, e invoca il rigore.

 

Per un commento sull'intervento di Renzi, abbiamo intervistato la professoressa Federiga Bindi, docente di Politica europea al centro "Jean Monnet" dell'Università di Tor Vergata:

R. – Devo dire che ho molto apprezzato il discorso di Renzi, che in realtà non ha parlato di priorità, ma ha ricordato perché c’è l’Europa, da dove veniamo, perché è importante. E credo che oggi sia veramente fondamentale ricordarci questo.

D. – Poi, ovviamente, ha insistito sulla crescita, senza la quale non c’è futuro, né per l’Italia né per l’Europa, e ha insistito sulla flessibilità, incontrando subito le critiche del Ppe e il gelo del premier olandese...

R. – Le critiche, secondo me, vanno lette insieme all’intervista del ministro delle finanze tedesco Schäuble al Financial Times di pochi giorni fa. Il punto è che è vero che bisogna fare politiche di crescita - e questo credo che sia il punto centrale del semestre di Renzi – ma la domanda è: fino a che punto Renzi ha veramente già cominciato a lavorare su questo? Secondo punto di domanda: fino a che punto le speranze di Renzi, di rendere più flessibili le regole, si scontreranno con la volontà degli altri Paesi membri? Schäuble nella sua intervista dice chiaramente che nessuno ha sollevato il problema di rivedere le regole, in senso di maggiore flessibilità. Quindi, c’è un grosso gap fra quello che dice Renzi pubblicamente e quello che poi succede nelle stanze del potere.

D. – In effetti, flessibilità suona come una parola nuova, rispetto a rigore o a bilancio, pareggio di bilancio, che noi siamo abituati a sentire in questi anni...

R. – Se continuiamo con politiche di rigore strette, come quelle di adesso, non usciamo dalla crisi. Dobbiamo fare politiche di crescita. Come si fanno politiche di crescita, compatibilmente con i criteri di Maastricht? Evidentemente la cosa migliore è scorporare alcuni tipi di spese. In questo senso, il governo italiano parla di flessibilità, e dice: “Noi non vogliamo avere flessibilità nel senso di cambiare i parametri o non rispettare i parametri, ma vogliamo non includere certi tipi di spese”. Qual è il problema? Non essendo Renzi un tecnico dell’Europa, non si rende conto che la parola flessibilità richiama negli altri un mancato rispetto delle regole. Probabilmente, quindi, dovrebbe utilizzare una terminologia diversa, per dire le cose che ho appena detto.

D. – “Coraggio” ed “orgoglio” sono state le parole chiave del suo discorso, ma anche la semplicità. Renzi ha chiesto un’Europa più smart. Cosa vuol dire e come si fa?

R. – Un bel passaggio è stato quello sulla burocrazia: “Ne abbiamo già troppa in Italia”. Un’Europa più smart è sicuramente un’Europa che smette di occuparsi di dettagli piccolissimi, per avere una grande visione. Anche lì, però, un dettaglio piccolissimo, che è stato approvato negli ultimi giorni - il roaming dei telefoni – in realtà si trasmuta in un grande progetto per i cittadini. E’ evidente che Renzi ha la visione, non ha i dettagli, e questo a volte può diventare un handicap.

D. – Un’altra cosa che è saltata all’orecchio di chi ascoltava è l’uso di un linguaggio molto nuovo, tecnologico; ha usato il termine selfie, per dire appunto che l’Europa se si facesse un selfie risulterebbe l’immagine della rassegnazione, della noia. Poi ha detto che l’Europa non può essere un puntino su Google Maps. Anche questo linguaggio, quindi, sa di novità...

R. – Renzi chiaramente appartiene ad un’altra generazione rispetto a molti leader europei. Quindi da quel punto di vista forse è divisivo, nel senso che c’è tutta una generazione che lo capisce e lo sostiene, proprio per via di questo linguaggio, perché lo riconosce in quanto tale - può piacere o non piacere, ma lo riconosce in quanto tale, lo riconosce come segnale di cambiamento - ma c’è sicuramente una generazione diversa, che è abituata a tutt’altro linguaggio e che quindi, secondo me, reagisce negativamente, proprio con una reazione di chiusura. Forse, considera questo modo di parlare uno sminuire la politica, che invece non è: è un modo di essere ascoltato da chi normalmente non ascolta la politica.