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Argentina a rischio default, servono misure internazionali rapide

la presidente dell'argentina, cristina fernandez de kirchner

L’Argentina rischia nuovamente il default, dopo la sentenza della Corte Suprema americana che obbliga il governo di Buenos Aires a risarcire gli "hedge funds" che non hanno accettato i programmi di ristrutturazione del debito dopo il tracollo del 2001. Il ministro dell'Economia, Axel Kicillof, ha chiesto che "la comunità internazionale agisca rapidamente", altrimenti entro il 31 luglio, il Paese rischia il fallimento. Michele Raviart ne ha parlato con Niccolò Locatelli, studioso di America Latina e social editor della rivista “Limes”:

R. – Quello che sta succedendo in questi giorni è la conseguenza del default argentino del 2001 e 2002. Dopo quella fortissima crisi del debito estero, il governo di Buenos Aires ha iniziato un processo di rinegoziazione del debito che ha avuto due fasi, una nel 2005 e una nel 2010, che è stato accettato da circa il 93 per cento dei creditori internazionali dell’Argentina. Quello che è successo è che il 7 per cento di creditori che non ha accettato questi accordi - sono soprattutto “hedge funds”, fondi avvoltoi, fondi specializzati in operazioni ad alto rischio ed alto rendimento - ha iniziato un procedimento legale contro l’Argentina.

D. - Il processo si è svolto negli Stati Uniti perché a Wall Street hanno sede questi “hedge funds”, ma per una clausola il risarcimento potrebbe dover riguardare anche la parte di creditori che hanno già stabilito un accordo. Di che cifre stiamo parlando?

R. – In base a questa ultima decisione della Corte Suprema statunitense, l’Argentina si ritroverebbe a dover ripagare 15 miliardi di dollari soltanto per questo 7 per cento di "fondi avvoltoi". Se dovesse pagare interamente tutti i creditori, la cifra salirebbe a 120 miliardi di dollari, che è una cifra che ovviamente in questo momento Buenos Aires non ha e che quindi la porterebbe nuovamente al default.

D. – Può la giustizia interna di uno Stato influire sulle politiche economiche di un altro Stato, in questo caso appunto l’Argentina?

R. - La domanda che si ponevano retoricamente Cristina Kirchner e il suo governo, dando per scontato che la risposta fosse no, e contavano anche sull’appoggio informale del governo Obama all’opera di ristrutturazione del debito. Il discorso è che si tratta di regole che hanno a che fare con i mercati internazionali. C’è soprattutto una questione legale. La via di uscita più immediata sembra quella del negoziato che, tra l’altro, lo stesso governo argentino ha dichiarato più volte di voler fare e inizierà lunedì prossimo 7 luglio.

D. - Qualora poi dovesse pagare questo debito, quali sarebbero gli scenari che il Paese si troverebbe ad affrontare?

R. – Innanzitutto il governo di Buenos Aires ha tempo fino al 30 luglio per trovare una soluzione, soluzione sulla quale in realtà anche i "fondi avvoltoi" si sono detti disponibili. Sono state intraprese in questi ultimi mesi, sapendo anche che ci sarebbe stata questa sentenza, una serie di decisioni che volevano segnalare una disponibilità, al di là della retorica, di Buenos Aires a trattare con gli investitori. Anche perché dopo il default l’Argentina, pur avendo ripagato abbastanza rapidamente il Fondo monetario internazionale, è rimasta fuori dai mercati internazionali.

D. - Questi fondi che non hanno accettato la ristrutturazione del debito avevano già acquistato dei bond di Stato già svalutati. Quanto c’è di meramente speculativo in questa situazione?

R. – Se si chiamano "fondi avvoltoi" un motivo ci deve essere. Sicuramente il tema è sentito con una particolare urgenza in Argentina perché il default del 2001 e 2002 ha causato anche una crisi sociale ed economica senza paragoni, con milioni di persone che si sono ritrovate povere e senza niente da mangiare. Al tempo stesso bisogna rilevare che queste sono le regole del gioco dei mercati internazionali.