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Diocesi di Milano apre centro accoglienza per migranti

Migranti arrivati alla stazione di Milano

La diocesi di Milano ha aperto questa mattina un nuovo centro accoglienza che può ospitare 100 migranti. Negli ultimi due giorni alla stazione centrale di Milano sono arrivate più di mille persone, per la maggior parte siriani scappati dalla guerra. Il comune ha messo a disposizione 900 posti letto ma ne servirebbero altri 300. Maria Gabriela Lanza ha intervistato don Roberto Davanzo, direttore di Caritas ambrosiana: 

R. - In questi ultimi anni la struttura era stata utilizzata in parte in occasione dell’emergenza nel Nord Africa. La stiamo rimettendo in funzione prevedendo - appunto - un utilizzo massiccio dei cento posti che questa struttura può contenere. 

D. - Più di mille arrivi in due giorni: solo ieri altri 320 siriani scappati dalla guerra. La Caritas assiste tremila profughi, ma serve un impegno concreto da parte di tutti…

R. - Qui siamo di fronte ad una catastrofe! Queste persone arrivano con dei bambini traumatizzati, deprivate tante volte di tutto e senza avere nulla. Gli arrivi a Milano continuano. Qui c’è la necessità di una “gestione da catastrofe” che non può essere affidata soltanto ad un Comune che si ritrova in stazione decine, a volte centinaia di persone che dormono.

D. - Milano è tappa obbligata di chi vuole andare verso il Nord Europa. 900 posti letto sono stati messi a disposizione dal Comune di Milano, ma ne servirebbero altri 300 … Quale potrebbe essere la soluzione per far fronte a questa emergenza?

R. - Riteniamo necessaria un’assunzione più esplicita di responsabilità di governo di questo fenomeno per caricare eccessivamente su un Comune o sull’altro. Pensi che non abbiamo un’autorità che dice: “Va bene, a Milano sono arrivate mille persone: le distribuiamo nelle varie città, nei vari comuni della Lombardia secondo dei criteri legati alla presenza di servizi, di spazi”. E invece niente. Il Comune di Milano deve far fronte alla situazione in autonomia.

D. - Lei ha dichiarato che non serve solo aprire le chiese, queste persone hanno bisogno di altro …

R. - Naturalmente non ci si tira indietro, si continua appunto a ricercare strutture per poter ospitare. Ma bisogna rendersi conto che non bastano le strutture, non basta trovare degli spazi o dei metri quadrati al coperto. C’è un problema poi di gestione di queste persone che vanno accolte, accudite, bisogna verificare le loro condizioni sanitarie. A volte la retorica porta a dire: “Apriamo gli oratori”: non è facile come dirlo, nel senso che appunto anche se ci fossero degli spazi utilizzabili, poi c’è tutta una macchina da mettere in funzione; una macchina fatta anche di figure competenti e professionalmente preparate.