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Iraq: mons. Sako smentisce il rapimento di tre religiosi cristiani

Il patriarca Sako

Il patriarca della Chiesa caldea di Baghdad, Louis Sako, smentisce la notizia del rapimento di due preti ed una suora nella città di Mosul, riportata da diverse agenzie di stampa. Intanto miliziani integralisti dell’Isil mantengono il controllo del Nord del Paese e, nelle ultime ore, un generale dell'esercito iracheno è rimasto ucciso in un bombardamento dei jihadisti sunniti ad appena 25 km a ovest di Baghdad. Sul piano politico è ancora stallo per il rinnovo delle più alte cariche dello Stato: rinviata al 12 luglio la seconda seduta del parlamento. Ma ascoltiamo, al microfono di Marco Guerra, il patriarca Louis Sako che fa chiarezza circa la notizia del rapimento:

R. – No, no, no! E’ falsa. La notizia non è vera. Solo una cosa è vera: quelle due suore e due ragazze e un ragazzo, rapiti da quasi una settimana. Per il resto non ci sono più cristiani a Mosul o sono pochissimi. Non ci sono preti o suore: tutti sono usciti e anche le chiese sono chiuse. Quasi tutti hanno lasciato la città.

D. – Quindi adesso i cristiani di Mosul sono andati in territorio curdo, controllato dai peshmerga?

R. – E’ corretto. Sono andati nei villaggi cristiani della piana di Ninive, ed anche nelle città curde, Dohuk ed Erbil, dove c’è la sicurezza.

D. – Nel Nord anche la popolazione musulmana sta soffrendo...

R. – A Kirkuk il vescovo ha aiutato le famiglie cristiane ed anche quelle musulmane, in tutto circa 500 famiglie, dando cibo, medicine e così via. Non ci sono profughi in città ma fuori nei campi di accoglienza, e nelle moschee però sono ospitate alcune famiglie musulmane, e lui è andato ad aiutare anche queste famiglie: è stato un gesto di solidarietà.

D. – Quindi l’Iraq, malgrado tutto, continua ad essere unito all’interno delle varie comunità o c’è una divisione sempre più visibile?

R. – Politicamente ed anche psicologicamente, c’è una divisione più chiara e più profonda. Ma la gente è semplice e non sa dove andare, cosa fare. Personalmente penso che il Paese vada pian piano verso la divisione settaria.

D. – La Chiesa caldea cosa sta facendo per la sua gente, per tenere unito il Paese e, in questo momento, cosa chiede ai politici?

R. – La Chiesa caldea fa parte della popolazione irachena ed ha perso molto durante questi dieci anni, dopo la caduta del regime, per l’emigrazione: le famiglie hanno lasciato le grandi città – Baghdad, Mosul, Kirkuk, Bassora – e sono andate in villaggi, che sono poveri, che non hanno infrastrutture e servizi. La maggioranza dei villaggi della Piana di Ninive non ha elettricità ed acqua. La Chiesa è debole. C’è solidarietà, ma cosa può fare? Ci vuole di più: aiutare questi cristiani a stabilirsi in questi villaggi; ci vuole aiuto, lavoro, servizi. Bisogna pregare, ma anche fare qualcosa per aiutare questi cristiani a rimanere in un luogo, dove hanno vissuto per duemila anni. Sono i cristiani i protagonisti dell’apertura della cultura araba-musulmana; hanno dato tanto ai musulmani quando sono arrivati in Iraq. C’è, dunque, il grande pericolo che il Medio Oriente rimanga vuoto per l’assenza dei cristiani.

D. – Per alcuni la divisione è l’unico modo per trovare la pace...

R. – Se il mondo può aiutare l’Iraq a trovare una soluzione, deve spingere i politici iracheni a trovare una soluzione politica per il Paese, avere il consenso e salvaguardare l’unità del Paese. Se c’è un piano per la divisione, perché allora fare la guerra, uccidere la gente, distruggere tutto e poi dire “non c’è altra soluzione che la separazione"? Questo penso sia un peccato molto grave.