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Scontri in Uganda: almeno 65 morti

Scontri armati in Uganda - AFP

Nel fine settimana l’Uganda è tornata ad essere teatro di scontri tra soldati e gruppi armati, nella parte occidentale del Paese al confine con la Repubblica Democratica del Congo: almeno 65 i morti. Paolo Giacosa ha analizzato la situazione intervistando Enrico Casale, giornalista della rivista dei Gesuiti “Popoli”:

R. – Gli incidenti che si sono verificati in Uganda sono stati particolarmente gravi; ci sono vittime tra i poliziotti, i militari e questi ribelli che avrebbero attaccato le caserme dell’esercito. Quest’ultimo parla di milizie legate a gruppi etnici locali nell’ambito di scontri tra gruppi etnici diversi. L’esercito stesso ha escluso che si potesse trattare di miliziani delle forze democratiche alleate, un gruppo ostile al presidente ugandese Museveni che combatte contro le forze regolari ugandesi da parecchi anni. Soltanto nei prossimi giorni si potrà scoprire realmente chi sono questi miliziani che hanno attaccato l’esercito. Certo è che lo scontento nei confronti di Museveni sta crescendo, un presidente che dal 1986 è al potere, e solo dal 2005 ha aperto al multipartitismo che è ancora un po’ “monco”, nel senso che la Comunità internazionale considera Museveni un presidente molto autoritario.

D. - Le cause più frequenti che innescano gli scontri in questa regione possono essere riconducibili a motivazioni politiche o anche socioeconomiche?

R. - L’Uganda è un Paese povero che ha una grande prospettiva di crescita di fronte a sé. Attualmente è un Paese agricolo, esporta principalmente caffè, prodotti ittici, thè e cotone. Come molti Paesi africani dipende molto dai prezzi fissati dai mercati internazionali. Detto questo, l’Uganda ha recentemente scoperto dei ricchissimi giacimenti di petrolio. Le rendite petrolifere, se gestite in modo corretto, potrebbero garantire una crescita forte; il Paese sta già crescendo a tassi intorno al 5 percento. Se abbiniamo questo dato alla crescita della popolazione, intorno al 3 percento, significa che il benessere potrebbe raggiungere in breve tempo una grossa fetta della popolazione.

D. - Quali sono gli interventi internazionali e qual è l’apporto che danno i missionari locali per dare maggiore stabilità alla situazione del Paese?

R. - L’Uganda, dal punto di vista internazionale, ha una discreta forza, nel senso che è un Paese molto stabile che svolge un ruolo molto importante all’interno del Corno d’Africa. Penso soprattutto all’intervento importantissimo in Somalia a sostegno della presidenza di transizione somala. La presenza missionaria in Uganda è molto forte e svolge un ruolo molto importante: conosco personalmente l’ospedale di Gulu, fondato dai comboniani, presidio importantissimo per tutta l’area del Nord Uganda che fa fronte ad epidemie come quella dell’Ebola e dell’Aids negli anni passati.