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Libia. Oltre 30 morti in tre giorni di combattimenti a Tripoli e Bengasi

Aeroporto di Tripoli interessato dai combattimenti

È salito ad oltre 30 morti il bilancio di tre giorni di scontri in Libia tra fazioni rivali, milizie jihadiste ed esercito nelle due principali città del Paese, Bengasi e Tripoli, dove è stato attaccato l’aeroporto internazionale. Il segretario di Stato Usa Kerry chiede la fine delle violenze e assicura che gli Stati Uniti stanno collaborando con il governo libico per riportare la calma. Il servizio di Marco Guerra:

Almeno 26 persone sono rimaste uccise in tre giorni combattimenti per il controllo dell’aeroporto di Tripoli. Lo scalo è conteso tra milizie islamiche di Misurata e le milizie locali di Zintan. Negli scontri distrutto il 90% degli aerei presenti sulle piste.  In un video diffuso in rete si vede un parlamentare di Misurata, guidare una milizia armata e tentare l'irruzione nell'aeroporto internazionale al grido “Allahuakbar”. Situazione fuori controllo anche in Cirenaica: a Bengasi ad essere conteso è l’ospedale della città. Gli scontri, nei quali sono morte almeno cinque persone, hanno visto opporsi forze di sicurezza appoggiate da unità del generale in pensione Haftar e milizie islamiste. Hanno espresso grande preoccupazione il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, e il segretario di Stato Kerry che ha chiesto la fine delle violenze. Intanto l’Onu ha deciso di ritirare il suo staff dal Paese mentre il governo libico sta valutando di richiedere un intervento internazionale per ristabilire la sicurezza. Sulla situazione sentiamo l’analisi di Bernard Selwan Elkourì, direttore di Cosmonitor:

 

R. – In realtà quello che sta succedendo ha avuto inizio durante la rivoluzione contro il regime di Gheddafi. La differenza è che negli ultimi mesi lo scontro tra i diversi attori si è acuito perché maggiore è diventato il flusso di armi che ha circolato nel Paese. Due mesi fa, ricordiamolo, ha avuto inizio una vera e propria guerra, soprattutto nella Cirenaica, tra le forze militari, paramilitari, del generale in pensione libico Khalifa Haftar e, principalmente, tutte le altre milizie libiche di carattere islamista, in particolare jihadista. In questi giorni c’è stata un’escalation grave che, però, in diverse occasioni le forze del generale Haftar avevano annunciato, affermando che si sarebbero dirette anche a Tripoli, dove ci sono numerose milizie, proprio con l’obiettivo di ripulire anche questa città dopo la campagna iniziata a Bengasi, nella Cirenaica.

D. – Caduto Gheddafi si è detto che in Libia andava completamente ricostruito un apparato governativo, a che punto è questo percorso? Esiste uno Stato?

R. - Di fatto, la Libia è caratterizzata da un grave vuoto di potere, oltre che di sicurezza. Fino allo scorso mese avevamo addirittura due governi e questo è emblematico per comprendere la complessità della situazione politica e istituzionale nel Paese. Di fatto, oggi, permane il governo di al-Thani ma non ha alcun potere sul territorio e non è in grado soprattutto di controllare questo vasto territorio che invece è in mano alle diverse milizie, diversi gruppi armati ed alcune tribù. A questo bisogna aggiungere un’ondata di radicalizzazione che ha caratterizzato tutta l’area del nord Africa e del Medio Oriente. E, per ultimo, questo annuncio del califfato rischia veramente di portare alla nascita o meglio all’estensione di questo califfato nel nord Africa e avere proprio in Libia la sua base principale. Quindi, la mancanza di istituzioni, di un esercito centrale e di apparati di sicurezza in grado di garantire la stabilità nel Paese, è il punto più debole sul quale bisogna lavorare con maggiore insistenza per potere ripristinare la stabilità e la sicurezza nel Paese.

D. – Il debole governo libico sta valutando di richiedere un intervento di forze internazionali sul terreno ma dopo i bombardamenti della Nato è immaginabile davvero un interevento di forze straniere?

R. - Su questo punto i libici sono sempre stati molto chiari fin dall’inizio della rivoluzione contro Gehddafi. La maggior parte della popolazione si era subito schierata, allora, con le forze della Nato, ma anche con le forze arabe, principalmente quelle qatariote, in quanto l’obiettivo era quello di far cadere il regime. Una volta terminata questa missione, i libici in più di un’occasione hanno detto chiaramente: noi siamo capaci, dobbiamo fare da soli. Ovviamente, quello che sta succedendo in questi giorni rimette in gioco tutto. Io non ritengo che sia una soluzione plausibile, soprattutto perché il Paese è veramente in preda al caos: intervenire oggi non sarebbe come intervenire due anni fa, in quanto c’è una proliferazione di armi molto pericolosa, ma soprattutto c’è una presenza qaedista e jihadista, e quindi una capacità offensiva soprattutto contro le forze occidentali, che due anni fa non c’era.

D. - C’è stata quindi un’infiltrazione qaedista e jihadista nelle milizie anche locali e tribali della Libia?

R. – Questa radicalizzazione in Libia è un processo non isolato ed è stato una conseguenza di un processo che si è diffuso in tutta l’area del Nord Africa, del Maghreb e Medi Oriente, e ha avuto, come abbiamo visto negli ultimi giorni, il suo epilogo con l’annuncio del califfato islamico. C’è una parte della Libia, che è quella della Cirenaica, in particolare Derna, che è sempre stata caratterizzata da un’importante presenza tradizionalista, dal punto di vista religioso, il che favorisce sempre la diffusione di elementi salafiti e jihadisti.