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Flashmob della Manif: no a reato di opinione "omofobica"

Partecipanti al flashmob della Manif pour tous Italia

No al ''reato di opinione omofobica'' e al “matrimonio-bis”: questo quanto chiede l’associazione Manif pour tous Italia, che ieri in una conferenza stampa al Senato ha evidenziato i rischi dei disegni di legge Scalfarotto sull'omofobia e Cirinnà sulle unioni civili. A seguire, un gruppo di persone, riunite a pochi metri da Palazzo Madama, ha dato vita ad un flashmob, in difesa, tra l'altro, della libertà di espressione. Il servizio di Debora Donnini:

Famiglie, giovani, anche qualche bambino riuniti a pochi passi da Palazzo Madama in difesa della famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna. Alcuni si sono imbavagliati con fazzoletti arcobaleno per difendere ''il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà''. Il flashmob ha seguito la conferenza stampa in cui si è parlato di due disegni di legge: il ddl sull’omofobia e quello sulle unioni civili. Ad intervenire sul ddl Scalfarotto, che attualmente è all’esame della Commissione Giustizia del Senato, il presidente dei Giuristi per la Vita, Gianfranco Amato:

R. – Per la prima volta nella storia dell’ordinamento giuridico del nostro Paese si sta introducendo un reato senza definirne il presupposto: questo disegno di legge non definisce cos’è l’omofobia, nessuna legge oggi in Italia definisce il concetto di omofobia. E allora chi sarà a definire questo reato? Noi sapremo al processo se quello che abbiamo commesso è un reato! Questo è tipico dei sistemi totalitari. In uno Stato di diritto, in uno Stato liberale, il cittadino deve sempre sapere preventivamente quali sono le conseguenze del suo comportamento, soprattutto se si tratta di conseguenze di carattere penale, ma prima del processo, non al processo. E perché diciamo che è tipico dei sistemi totalitari? Perché ricordiamo – ad esempio – che nell’ex Unione Sovietica vigeva il famigerato reato di attività anti-sovietiche. E ancora oggi non ne sappiamo molto: il concetto di "antisovietcik" era completamente evanescente, perché in realtà non serviva, ma era un mezzo per combattere gli oppositori politici. In più, se noi guardiamo quello che sta accadendo negli altri Stati europei, che già conoscono questo tipo di legislazione, lo scenario diventa ancora più inquietante.

D. – Cosa sta accadendo?

R. – Prendiamo, per esempio, la Gran Bretagna: anche lì la legge non definisce il concetto di omofobia. E allora come hanno risolto la questione? Semplice: il Crown Prosecution Service, che corrisponde più o meno alla nostra Procura della Repubblica, ha emanato la circolare sostenendo che - visto che la legge non definisce l’omofobia - nel perseguire questo reato, considererà omofobo ogni atto percepito come tale dalla vittima o da un terzo soggetto. Quindi lo scenario che ci attende sarebbe che il presupposto di questo reato verrebbe definito dal giudice o, se si utilizzerà il modello inglese, dalla vittima o da un terzo modello.

D. – Secondo la posizione dei Giuristi per la vita, il ddl sull’omofobia non è necessario, perché secondo voi la legge protegge già le persone per il loro orientamento sessuale…

R. – La questione, infatti, non è tanto la protezione giuridica, ma ideologica e culturale. Dal punto di vista pratico, infatti, oggi, l’ordinamento già dà a tutti i cittadini italiani, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, gli strumenti per difendere i propri diritti. Ricordiamo che l’art. 3 della Costituzione dice, infatti, che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di condizioni personali, sociali e opinioni politiche. Oggi, in realtà, ad una persona che commette un reato nei confronti  di una persona omosessuale per il suo orientamento sessuale, viene applicata l’aggravante dei cosiddetti motivi abbietti, che vale per la persona omosessuale come per il disabile e così via. Quindi, c’è già una tutela da questo punto di vista.

Sempre all’esame della Commissione Giustizia del Senato, il ddl Cirinnà sulle unioni civili e la disciplina delle convivenze, con il quale, secondo il consigliere nazionale del Forum delle Associazioni familiari, Simone Pillon, si rischia una situazione di caos. Perché? Ci risponde lo stesso Simone Pillon:

R. – Introduce, intanto, le unioni di fatto tra persone omosessuali, che godranno degli stessi identici diritti e doveri previsti per il matrimonio, tanto che è previsto che ci sia un decreto legislativo successivo, quindi una delega al governo, che vada a modificare tutti i provvedimenti legislativi e laddove ci sia scritto matrimonio si aggiungano: e le unioni civili. L’unico diritto che viene escluso è quello dell’adozione, ma l’esclusione riguarda solo formalmente l’adozione, mentre è perfettamente lecito - e la norma all’art. 1 comma 4 lo prevede esplicitamente – che ci siano figli dell’unione tra persone dello stesso sesso, registrati regolarmente. Ora siccome è impossibile una genitorialità omosessuale senza l’utilizzo dello strumento della fecondazione assistita, è chiaro che qua c’è un indiretto riconoscimento della pratica della fecondazione eterologa. Questa è la prima delle nuove forme. Poi ce ne sono altre due, che si affiancheranno.

D. – Quali sono le altre due forme?

R. – Avremo anche i contratti di civile convivenza e le convivenze registrate. Queste sono le tre unioni che vengono sancite da questa nuova proposta di legge. Quindi avremo sostanzialmente cinque possibilità: il matrimonio, come previsto dall’art. 29 della Costituzione, la convivenza non registrata da alcunché, come già oggi è possibile fare, e in più queste nuove tre forme, cioè l’unione civile, riservata alle persone omosessuali, il contratto di convivenza e poi le convivenze registrate.

D. – Questo, secondo voi, comporterà conseguenze a quale livello per la famiglia naturale?

R. – Noi, intanto, andremo incontro ad una sorta di “bazar della famiglia”, per cui alle giovani generazioni sarà posta la questione a quale tipo di unione vogliano approdare. E’ chiaro che questo diluisce la famiglia naturale, affiancandole forme di “famiglia artificiale”.