Social:

RSS:

App:

Radio Vaticana

la voce del Papa e della Chiesa in dialogo con il mondo

lingua:

Vaticano \ Documenti

Ecclesiam suam di Paolo VI compie 50 anni: la Chiesa in dialogo col mondo

Paolo VI con il Patriarca Atenagora

50 anni fa, il 6 agosto 1964, Paolo VI firmava la sua prima Enciclica, intitolata “Ecclesiam suam”. All’udienza generale Papa Francesco ha ricordato Papa Montini che si spegneva 14 anni dopo quel documento, nel 1978, proprio il 6 agosto, nella Festa della Trasfigurazione: “Lo ricordiamo con affetto e con ammirazione – ha detto - considerando come egli visse totalmente dedito al servizio della Chiesa, che amò con tutto se stesso. Il suo esempio di fedele servitore di Cristo e del Vangelo sia di incoraggiamento e di stimolo per tutti noi”. Sulla Enciclica “Ecclesiam suam” ascoltiamo il servizio di Sergio Centofanti:

“Gesù Cristo ha fondato la sua Chiesa, perché sia nello stesso tempo madre amorevole di tutti gli uomini e dispensatrice di salvezza”: le prime parole dell’Enciclica danno già il tono del documento, tutto ispirato al dialogo con il mondo, a partire dalla consapevolezza della propria identità. “La Chiesa – afferma innanzitutto Paolo VI - deve approfondire la coscienza di se stessa”, della sua “missione che la trascende, d'un annuncio da diffondere. È il dovere dell'evangelizzazione. È il mandato missionario”. 

Il metodo dell’evangelizzazione indicato da Papa Montini è il dialogo: occorre infatti – osserva - “avvicinare il mondo, nel quale la Provvidenza ci ha destinati a vivere, con ogni riverenza, con ogni premura, con ogni amore, per comprenderlo, per offrirgli i doni di verità e di grazia di cui Cristo ci ha resi depositari, per comunicargli la nostra meravigliosa sorte di Redenzione e di speranza”.

Il dialogo – rileva - implica “un proposito di correttezza, di stima, di simpatia, di bontà da parte di chi lo instaura; esclude la condanna aprioristica, la polemica offensiva”. Richiede quattro caratteri principali: la chiarezza, innanzitutto. Poi la mitezza: infatti “il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca per la verità che espone, per la carità che diffonde, per l'esempio che propone; non è comando, non è imposizione. È pacifico; evita i modi violenti; è paziente; è generoso”. Quindi, la fiducia “tanto nella virtù della parola propria, quanto nell'attitudine ad accoglierla da parte dell'interlocutore: promuove la confidenza e l'amicizia; intreccia gli spiriti in una mutua adesione ad un Bene, che esclude ogni scopo egoistico”. Infine, la prudenza pedagogica. “Nel dialogo, così condotto, si realizza l'unione della verità con la carità, dell'intelligenza con l'amore”.

“Nel dialogo – afferma l’Enciclica - si scopre come diverse sono le vie che conducono alla luce della fede, e come sia possibile farle convergere allo stesso fine. Anche se divergenti, possono diventare complementari, spingendo il nostro ragionamento fuori dei sentieri comuni e obbligandolo ad approfondire le sue ricerche, a rinnovare le sue espressioni. La dialettica di questo esercizio di pensiero e di pazienza ci farà scoprire elementi di verità anche nelle opinioni altrui, ci obbligherà ad esprimere con grande lealtà il nostro insegnamento e ci darà merito per la fatica d'averlo esposto all'altrui obiezione, all'altrui lenta assimilazione”.

Come San Paolo – sottolinea Papa Montini – è necessario farsi tutto a tutti: “Non si salva il mondo dal di fuori; occorre, come il Verbo di Dio che si è fatto uomo, immedesimarsi, in certa misura, nelle forme di vita di coloro a cui si vuole portare il messaggio di Cristo, occorre condividere, senza porre distanza di privilegi, o diaframma di linguaggio incomprensibile, il costume comune, purché umano ed onesto, quello dei più piccoli specialmente, se si vuole essere ascoltati e compresi. Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell'uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo. Bisogna farsi fratelli degli uomini nell'atto stesso che vogliamo essere loro pastori e padri e maestri. Il clima del dialogo è l'amicizia. Anzi il servizio. Tutto questo dovremo ricordare e studiarci di praticare secondo l'esempio e il precetto che Cristo ci lasciò”.

In questo dialogo non è esente il pericolo, nota Paolo VI: “L'arte dell'apostolato è rischiosa. La sollecitudine di accostare i fratelli non deve tradursi in una attenuazione, in una diminuzione della verità. Il nostro dialogo non può essere una debolezza rispetto all'impegno verso la nostra fede. L'apostolato non può transigere con un compromesso ambiguo rispetto ai principi di pensiero e di azione che devono qualificare la nostra professione cristiana. L'irenismo e il sincretismo sono in fondo forme di scetticismo rispetto alla forza e al contenuto della Parola di Dio, che vogliamo predicare. Solo chi è pienamente fedele alla dottrina di Cristo può essere efficacemente apostolo”.

Nonostante i rischi, la Chiesa cattolica “dev'essere pronta a sostenere il dialogo con tutti gli uomini di buona volontà”, perché “nessuno è estraneo al suo cuore. Nessuno è indifferente per il suo ministero. Nessuno le è nemico, che non voglia egli stesso esserlo”. Anche con chi nega Dio, sebbene molto difficile, si può tentare il dialogo: “Per chi ama la verità, la discussione è sempre possibile”. Papa Montini parla dei regimi comunisti atei, parla della Chiesa del silenzio.

Cerca quindi di “cogliere nell'intimo spirito dell'ateo moderno i motivi del suo turbamento e della sua negazione. Li vediamo complessi e molteplici – afferma - così da renderci cauti nel giudicarli e più efficaci nel confutarli; li vediamo nascere talora dall'esigenza d'una presentazione del mondo divino più alta e più pura, che non quella forse invalsa in certe forme imperfette di linguaggio e di culto, forme che dovremmo studiarci di rendere quanto più possibile pure e trasparenti per meglio esprimere quel sacro di cui sono segno. Li vediamo invasi dall'ansia, pervasa da passionalità e da utopia, ma spesso altresì generosa, d'un sogno di giustizia e di progresso, verso finalità sociali divinizzate, surrogati dell'Assoluto e del Necessario, che denunciano il bisogno insopprimibile del Principio e del Fine divino … Li vediamo anche talvolta mossi da nobili sentimenti, sdegnosi della mediocrità e dell'egoismo di tanti ambienti sociali contemporanei”. Quindi, afferma: “Noi non disperiamo che essi possano aprire un giorno con la Chiesa altro positivo colloquio”.

Si sofferma poi sul dialogo col popolo ebraico, con i musulmani e le grandi religioni afroasiatiche. C’è il dialogo ecumenico: “Volentieri facciamo nostro il principio: mettiamo in evidenza anzitutto ciò che ci è comune, prima di notare ciò che ci divide. È questo un tema buono e fecondo per il nostro dialogo. Siamo disposti a proseguirlo cordialmente. Diremo di più: che su tanti punti differenziali, relativi alla tradizione, alla spiritualità, alle leggi canoniche, al culto, noi siamo disposti a studiare come assecondare i legittimi desideri dei Fratelli cristiani, tuttora da noi separati. Nulla tanto ci può essere più ambito che di abbracciarli in una perfetta unione di fede e di carità”.

E’ un cammino impegnativo – sottolinea Paolo VI – che richiede di “ringiovanire il volto della Santa Chiesa”: un  coraggioso rinnovamento che significa innanzitutto “obbedire a Cristo” sulla strada della santità, in uno spirito di “povertà evangelica” e carità. La carità – afferma - deve “assumere il posto che le compete, il primo”. Questa è “l’ora della carità”. “Noi siamo lieti e confortati – conclude Papa Montini - osservando che un tale dialogo all'interno della Chiesa, e per l'esterno che la circonda, è già in atto: la Chiesa è viva oggi più che mai!”.

Sul contesto in cui fu scritta l’Enciclica, ascoltiamo don Angelo Maffeis, presidente dell’Istituto Paolo VI, al microfono di Rosario Tronnolone:

R. - Non dobbiamo dimenticare che il Concilio era riunito in quel momento. Paolo VI, eletto nel giugno del 1963 dopo la morte di Giovanni XXIII, aveva ereditato questa impresa appena avviata del Concilio. Quindi, anche l’Enciclica inaugurale si deve mettere in relazione con l’impegno e la riflessione dei Padri conciliari che era in corso e che Paolo VI, subito dopo la sua elezione, dichiara di voler continuare. Da una parte Paolo VI vuole rispettare la libertà del collegio episcopale riunito in Concilio di maturare la sua riflessione sulla Chiesa, e dall’altra offre, con questa Enciclica, il suo contributo personale alla riflessione che la Chiesa stava compiendo in quel momento, ponendo alcuni degli accenti che rimangono caratteristici del suo modo di interpretare il servizio che il vescovo di Roma, il Papa, è chiamato a compiere alla Chiesa.

D. - Nell’Enciclica c’era anche un richiamo ad una consapevolezza della Chiesa, di sé stessa e del proprio compito …

R. - Certamente. Il primo dei temi su cui Paolo VI richiama l’attenzione è appunto quello della coscienza che la Chiesa è chiamata a rinnovare di sé stessa, della propria identità e missione. Abitualmente si parla dell’Enciclica del dialogo; ed è vero che è un tema certamente importante, ma non bisogna dimenticare che il primo tema è appunto la coscienza che la Chiesa è chiamata a rinnovare di sé in linea con la riflessione, l’approfondimento che il Concilio stava compiendo. Inoltre, il tema del rinnovamento e della riforma della Chiesa. Sono questi i tre temi, l’identità, il rinnovamento e il dialogo, che scandiscono la riflessione di Paolo VI in questa Enciclica.