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Santa Sede: autorità, soprattutto musulmane, condannino barbarie in Iraq

I bambini sono tra le principali vittime della violenza dei jihadisti

Una condanna  chiara e coraggiosa da parte dei responsabili religiosi, soprattutto musulmani, e di tutte le persone di buona volontà, dei crimini commessi in Iraq dai jihadisti dello Stato Islamico contro cristiani, yazidi e altre minoranze religiose. A chiederla, in una dichiarazione, è il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Il servizio è di Paolo Ondarza:

"La situazione drammatica dei cristiani, degli yazidi e delle altre comunità religiose ed etniche numericamente minoritarie in Iraq - si legge nella dichiarazione del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso - esige una presa di posizione chiara e coraggiosa da parte dei responsabili religiosi, soprattutto musulmani, delle persone impegnate nel dialogo interreligioso e di tutte le persone di buona volontà. "Il mondo intero - si legge nel comunicato - ha assistito stupefatto a ciò che viene ormai chiamato 'la restaurazione del califfato' che era stato abolito il 29 ottobre 1923 da Kamal Ataturk, fondatore della Turchia moderna”. “La contestazione di questa 'restaurazione' da parte della maggioranza delle istituzioni religiose e politiche musulmane non ha impedito ai jihadisti dello 'Stato islamico' di commettere e continuare a commettere azioni criminali indicibili".

Il Pontificio Consiglio insieme a tutti coloro che si impegnano nel dialogo interreligioso, ai fedeli di tutte le religioni e agli uomini e alle donne di buona volontà non può che “denunciare e condannare senza ambiguità" una serie di "pratiche indegne dell'uomo": come il massacro per soli motivi di appartenenza religiosa, le pratiche esecrabili della decapitazione, della crocifissione, dei cadaveri appesi nei luoghi pubblici; o la scelta imposta a cristiani e yazidi tra la conversione all’islam, il pagamento di un tributo o l’esodo; l’espulsione forzata  di decine di migliaia di persone, bambini, anziani, donne incinte e malati; il rapimento di ragazze come bottino di guerra; l’imposizione della pratica barbara dell’infibulazione; la distruzione di luoghi di culto e mausolei cristiani e musulmani; l’occupazione forzata o profanazione di chiese e monasteri; il ritiro di crocifissi e altri simboli religiosi cristiani e di altre religioni; la distruzione del patrimonio religioso cristiano di valore inestimabile; l’abietta violenza con lo scopo di terrorizzare le persone e obbligarle ad arrendersi o a fuggire.

Nessuno – prosegue la dichiarazione del dicastero vaticano -  “potrebbe giustificare una tale barbarie e certamente non una religione". Si tratta di un'offesa di estrema gravità verso l'umanità e verso Dio Creatore, come ha spesso ricordato il Papa. “Tutti i responsabili religiosi devono essere unanimi nella condanna senza alcuna ambiguità di questi crimini e denunciare l'invocazione della religione per giustificarli. Altrimenti che credibilità avranno le religioni, i loro seguaci e i loro capi? Quale credibilità – dichiara il dicastero vaticano - potrebbe avere ancora il dialogo interreligioso pazientemente perseguito questi ultimi anni?". I responsabili religiosi devono anche "esercitare la loro influenza sui governi" affinchè si ponga fine a questi crimini, sia punito chi li commette, sia ristabilito uno stato di diritto sul territorio e garantito un rientro di quanti esiliati. “Nel ricordare la necessità dell'etica nella gestione delle società umane” la dichiarazione esorta i leader religiosi a sottolineare che "il sostegno, il finanziamento e l'armare il terrorismo è moralmente da condannare”. La violenza non si vince con la violenza, ma con la pace, conclude il Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso unendosi alla voce del Santo Padre.