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Mons. Tomasi: Iraq non sia nuovo Rwanda, agire con decisione

Mons. Silvano Maria Tomasi - AP

Mons. Silvano Maria Tomasi - AP

Per un commento sulla lettera del Papa a Ban Ki-moon, ascoltiamo mons. Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Ufficio Onu di Ginevra. L’intervista è di Sergio Centofanti:

R. – Il Papa in maniera molto esplicita richiede, primo, l’assistenza umanitaria immediata e, secondo, di fare tutto ciò che è possibile per fermare e prevenire ulteriori violenze. Mi ha colpito l’espressione che dice che la situazione è così tragica che “costringe” la comunità internazionale ad agire. Infatti, se guardiamo alla Carta delle Nazioni Unite, vediamo, con molta chiarezza, che l’articolo 42 dice che la Comunità internazionale ha la responsabilità di proteggere – anche con la forza - quello che non può essere fatto dallo Stato locale, dalle autorità locali, che per varie ragioni siano impedite ad agire o non abbiano le possibilità di farlo, dopo che si sono tentate tutte le vie del diritto, del dialogo, del negoziato, per evitare mali come quelli che si vedono nel nord dell’Iraq, in questi giorni. Ma è chiaro che "con la forza" è l'ultima soluzione, è l'ultimo passo. In questo momento c’è un tentativo, c’è un’azione specifica di aiuto, almeno in parte, secondo questa richiesta e questo meccanismo previsto dalle Nazioni Unite. Vediamo come si svilupperà la situazione. Direi che sia importante sottolineare che non si tratta di una difesa di cristiani e altre minoranze religiose, semplicemente in un’azione di appoggio diretto ai cristiani: qui ci troviamo di fronte a esseri umani i cui diritti fondamentali sono calpestati e per le quali le autorità locali non possono intervenire. Quindi, il dovere della comunità internazionale è di proteggerli. Il problema non è, in parole semplici, un problema di Chiesa, è un problema dell’umanità, della famiglia umana. Secondo, bisogna trovare la maniera di limitare, di cercare di bloccare il fatto che armi, aiuti finanziari e politici continuino ad arrivare nelle mani dei rappresentanti di questo Stato fantomatico del Califfato, che finora è solo una scusa per creare violenza e ammazzare coloro che sono in disaccordo con i leader di questa nuova entità.

D. – Il Patriarca caldeo Sako denuncia un rischio di genocidio e definisce ancora insufficienti gli interventi della comunità internazionale…

R. – A me vengono in mente le discussioni che si facevano mentre la violenza tra Hutu e Tutsi in Rwanda, anni fa, creava una situazione simile a quella che stiamo vivendo oggi nel nord dell’Iraq. Venivano ammazzate persone, venivano costrette a scappare e la comunità internazionale discuteva, senza prendere nessuna misura concreta o misure adeguate. E per tutti questi anni che sono seguiti ci siamo riuniti ogni anno per commemorare questo genocidio, facendo il mea culpa, per non avere agito con decisione.