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Duemila sbarchi di immigrati. P. Borin: creare corridoi umanitari

Quasi duemila migranti sono sbarcati stamani in Calabria e Sicilia, salvati in acque internazionali. Intanto, fra i governi europei ferve il dibattito su come gestire i flussi migratori. Le risposte non sono univoche e le responsabilità chi deve provvedere e come vengono rimpallate. A novembre partirà l’operazione Frontex plus, che sulla carta dovrà supplire alla chiusura del piano “Mare Nostrum”. Roberta Gisotti ha intervistato padre Gianni Borin, superiore regionale per l’Europa e l’Africa degli Scalabriniani, Congregazione dedicata in particolare all’assistenza degli immigrati:

La lista dei profughi dall’Africa e dall’Asia, che approdano in Europa in cerca di salvezza o di una vita migliore, si allunga ogni giorno, carica di drammaticità, di cui la cronaca riporta solo in parte le vittime, le violenze e gli abusi. Padre Borin, gli immigrati via mare su barconi di fortuna più che un’emergenza sono ormai una realtà quotidiana….

R. – Già da molti anni siamo di fronte a questo fenomeno. Non possiamo rimanere sempre in atteggiamento di difesa e, in un certo senso, non dico di favoreggiamento – come qualcuno può accusare – ma comunque un atteggiamento che non affronta alla radice il problema dell’immigrazione: una immigrazione fatta e vissuta in questo modo, in mezzo a ingiustizie, dramma e tragedia.

D. – Cosa pensa del dibattito su "Frontex plus"?

R. – Quello che sembra positivo è un interesse maggiore da parte di più Paesi dell’Europa, che auspichiamo e che desideriamo. Quello che si teme è che abbia comunque sempre la logica di Frontex, che è di difesa più che di tutela dei diritti delle persone, primo fra tutti il diritto alla vita e l’aiuto ad affrontare un percorso protetto da chi ha intenzione di sfruttare il bisogno e le poche risorse di queste persone. Già il fatto di dire che li accoglieremo più vicini alle nostre coste, questo ci lascia molti interrogativi, perché naturalmente sono più esposti al pericolo del mare e delle organizzazioni che promuovono la partenza. La nostra sollecitazione è quella di alzare lo sguardo e provare a creare dei corridoi umanitari, dei punti di contatto con i Paesi di partenza e di transito, in modo tale da permettere all’immigrato, al rifugiato un cammino che sia protetto e libero da forme di sfruttamento sia nel Paese di partenza, che nei Paesi limitrofi, che nei Paesi di transito.

D. – Già da tempo si chiede all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati di aprire dei centri nei Paesi di partenza…

R. – Paesi di partenza o Paesi di transito… Sappiamo, ad esempio, che la situazione in Libia è estremamente esplosiva e mi risulta che sia molto difficile, se non addirittura bloccata e assente, l’opera delle Nazioni Unite. Questo è molto grave, perché richiama naturalmente – e non soltanto a livello europeo, ma anche a livello internazionale – un intervento ormai improrogabile nei confronti dei Paesi in crisi.

D. – Quindi, anche maggiore cooperazione per sconfiggere le reti di criminalità? La materia è complessa, l’importante è però che il dibattito rimanga in primo piano nell’agenda dei Paesi…

R. – Assolutamente sì e con un notevole impegno, senza prorogare delle realtà e dare delle mezze risposte legate soltanto ad una logica di protezione.