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Roma. Le religiose a servizio nelle carceri a confronto

Carceri in Italia - ANSA

Sono 234 le religiose, appartenenti a 110 Istituti diversi, che in Italia prestano servizio negli Istituti di pena italiani. Da questa mattina, sono a Roma presso il Pontificio Collegio internazionale "Maria Mater Ecclesiae" per parlare di sovraffollamento, di tossicodipendenza, di abbandono, di povertà e di emarginazione. Problemi che interessano la quotidianità del detenuto e che lo condannano al di là dei suoi sentimenti e delle sue esigenze. Ma per chi ha scelto di stargli accanto, sa che qualunque luogo può diventare missione e che chi ha di fronte è comunque un essere umano che chiede aiuto. Come nasce l’iniziativa di un confronto tra religiose e consacrate al servizio delle carceri? Davide Dionisi lo ha chiesto a mons. Virgilio Balducchi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane.

R. - L’iniziativa dell’incontro e del convegno con le suore che lavorano in carcere nasce da una richiesta da parte delle religiose che desideravano confrontarsi sui loro percorsi e vedere quali prospettive condividere per lavorare un po’ più in rete e per essere persone che - insieme, naturalmente, agli altri, cappellani e volontari - possono oggi accettare la sfida che Papa Francesco ci dà: creare una missionarietà più creativa partendo dalle periferie. Il carcere è una delle periferie e - visto che ci siamo - ci si interroga assieme verso quali strade andare, verso quali tipi di servizi, con quale significato, riscoprendo anche il carisma di ciascun Istituto religioso rispetto alle persone che si trovano in difficoltà, in particolare le persone in carcere.

D. - Quali sono i problemi più diffusi denunciati dalle religiose che prestano servizio al fianco dei detenuti?

R. - Da un piccolo incontro che abbiamo fatto anche questa mattina con le referenti regionali, è risultato che molte delle persone che sono in carcere non dovrebbero stare in carcere: dovrebbero avere nella società strutture che le curino. Parlavano di tossicodipendenti, di malati mentali, di immigrati senza permesso di soggiorno che finiscono nell’illegalità semplicemente per poter “campare” e abbiamo convenuto che, in ogni caso, il carcere non può essere la soluzione ai problemi sociali. Chiaramente, la situazione delle carceri è su tutti i giornali, anche ultimamente. Ci sono alcune situazioni che sono migliorate rispetto a prima, perché si sono abbattute le presenze di persone detenute all’interno delle carceri, ma ce ne sono ancora alcune - soprattutto nelle grandi città - in cui il sovraffollamento è il problema maggiore.

D. - La religione all’interno del carcere, secondo lei, può avere una funzione rieducativa?

R. - Innanzitutto, bisogna tener conto che noi siamo presenti non solo come religiose e cappellani, ma come Chiesa per fare in modo che le persone che sono in carcere e che credono in Gesù Cristo abbiano la possibilità di professare liberamente la loro fede. Questo è un diritto! Non è una concessione dello Stato, ma è un diritto sacrosanto per ogni persona quello di esprimere la propria fede. L’esperienza di incontro con un Dio che ti vuole bene sicuramente può aiutarti nel momento in cui ti accorgi che c’è un “Papà” che, nonostante tutto - qualsiasi cosa tu abbia fatto nella vita - vuole sentirti ancora come figlio e questo naturalmente incoraggia molto. Papa Francesco, quando è andato a far visita nelle carceri, ma anche quando ha incontrato i detenuti in gruppo, rilancia continuamente questo discorsoe cioè  che, nonostante tutto, Dio ti vuole bene e se vuoi ti riaccoglie con molta gioia. Questo, naturalmente, per persone che tante volte sono considerate lontane da Dio - considerate lontane da possibili percorsi di riconciliazione e di cambiamento della propria vita - è un messaggio che incoraggia la speranza.