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In Iraq, “Schindler” musulmani in aiuto di cristiani e yazidi

Profughi iracheni - REUTERS

Nell’Iraq travolto dalla violenza ci sono musulmani che, pur a rischio della vita, aiutano cristiani e yazidi a sfuggire alla ferocia jihadista dello Stato Islamico. Per molti sono noti come gli “Schindler musulmani”, la versione attualizzata dei “giusti tra le nazioni” alle tragedie odierne del Medio Oriente. Fabio Colagrande ha chiesto a Lorenzo Cremonesi, inviato in Iraq del Corriere della Sera, di raccontare la loro storia:

R. – La cosa che emerge, soprattutto quando parli con i cristiani, è che molti – non dico tutti, ma tanti: ho trovato veramente tante testimonianze molto simili – affermano che in qualche modo sono aiutati da amici, colleghi di lavoro, vecchi compagni di scuola, vicini di casa, musulmani – in generale, sunniti – che risiedono nei villaggi di origine dei cristiani: non dimentichiamo infatti che specialmente qui a Qaraqosh, a Mosul, nella Piana di Ninive, si tratta di "villaggi misti". E qui, in generale, però, le persone che sono rimaste – ci sono sunniti che tendono ad aderire al cosiddetto Stato Islamico, estremisti sunniti – cercano di aiutare: magari fornendo informazioni sulla casa che è rimasta senza controllo nel villaggio abbandonato, addirittura cercando di passare informazioni ai familiari che sono rimasti indietro, alle donne, agli anziani ... Non sono tantissimi; però io posso dire che ho trovato almeno una decina di casi di persone che, davanti a me, qui nei campi, nelle chiese, nelle scuole cristiane dove sono appunto tutti questi profughi, hanno chiamato davanti a me qualcuno nei villaggi adesso controllati dagli estremisti, per chiedere aiuto.

D. – Perché lei ha parlato di “Schindler” musulmani?

R. – Allora: li ho definiti “Schindler” perché è vero che qualcuno lo fa per soldi, qualcuno per interesse personale, qualcuno per vera generosità. Per loro è un rischio: infatti, se c’è una donna, una giovane che i militanti dello Stato Islamico hanno catturato e che intendono convertire per poi darla “in sposa” (e non come sostituta) ai uno dei loro uomini, se c’è qualcuno che mantiene i contatti, chiaramente mette i bastoni tra le ruote, e quindi rischia veramente la vita, lui e i suoi cari. Quindi c’è una certa generosità.

D. – Casi del genere riguardano anche la comunità degli yazidi?

R. – Il caso degli yazidi è un caso davvero drammatico: questi vengono uccisi, le donne vengono tutte metodicamente date in schiave ... In alcuni casi, ho avuto l’impressione che questo sia stato fatto per lucro. Ma anche Schindler, il famoso imprenditore tedesco della “Schindler’s List”, incominciò a dare lavoro agli ebrei, sotto l’occupazione nazista, perché costavano di meno. E poi, da bene nasce bene: si rese conto che in questo modo poteva salvare la loro vita e lui stesso rischiò la vita per metterli in salvo. Si è saputo che un certo numero di ragazze yazide sono state comprate da alcuni musulmani, imprenditori o uomini ricchi, gente che può permetterselo, al cosiddetto “mercato degli schiavi” di Mosul e poi sono state date alle famiglie. L’impressione è che le abbiano date per essere pagati, quindi ci sia stato un guadagno. Ma come dico: tra il bene e il male c’è una vasta area grigia, dove ci sono anche gli "Schindler".