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Iraq. Mons. Nona: profughi disperati, primi casi di lebbra tra i cristiani

Cristiani a Erbil

La Nato "non ha ricevuto alcuna richiesta di impegno" in Iraq, ma se il governo di Baghdad "presentasse una richiesta di assistenza della Nato, gli alleati la valuterebbero seriamente". Lo ha assicurato il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Anders Fogh Rassmussen, partecipando al vertice Nato in corso in Galles. Sul terreno, intanto, si fa sempre più critica la situazione nella zona di Erbil, nel Kurdistan. Lì, con le altre minoranze perseguitate, sono riparati 35 mila cristiani iracheni. Tra loro anche quelli fuggiti da Mossul, caduta nelle mani dei gruppi jihadisti del sedicente Stato islamico a inizio giugno. Per tutti è emergenza casa, sicurezza, salute: già verificati diversi casi di lebbra. Ascoltiamo la testimonianza di mons. Amel Shamon Nona, arcivescovo caldeo di Mossul, raggiunto telefonicamente ad Ankawa di Erbil da Giada Aquilino:

R. – Parliamo della situazione umanitaria dei cristiani che sono adesso tutti nella regione del Kurdistan, a Erbil, perché sono fuggiti da Mossul e dalla Piana di Ninive. La prima cosa è l’alloggio, sono le case: noi abbiamo tantissime persone che al momento dormono nel giardini delle chiese, nelle aule, dappertutto. La prima cosa urgente è trovare una casa per loro. Un grosso problema è che tra alcuni giorni riaprirà la scuola e attualmente abbiamo tantissime scuole piene di queste persone. Manca circa una settimana e bisogna trovare un’altra collocazione. Poi, tra alcune settimane ancora arriverà il freddo e questo sarà un altro problema.

D. – A livello di Chiese locali, se ne sta parlando?

R. – Sì, certo. In zona le chiese sono piene di gente, ma si tratta davvero di una grande massa di persone da sistemare.

D. – C’è una collaborazione da parte esterna?

R. – C’è collaborazione, ma il numero delle persone fuggite, di rifugiati è molto alto. Ci sono anche musulmani, yazidi, persone appartenenti ad altre minoranze che anch’esse sono fuggite qua. La soluzione più importante e necessaria è quella di far tornare questa gente alla zona e ai villaggi di origine.

D. – La drammaticità di questa sua testimonianza dice che poi la violenza dei guerriglieri colpisce indistintamente tutte le comunità locali…

R. – Sì: nella zona della Piana di Ninive sono state colpite tutte le comunità. Prima i cristiani, poi gli yazidi, gli shabak, altre minoranze: tutte colpite!

D. – Di fatto, questa violenza dello Stato Islamico a cosa mira? Perché colpire sia i cristiani, sia gli stessi musulmani o una parte di essi?

R. – Perché loro hanno fondato uno Stato islamico: vuol dire che quelli che rimangono nella zona in cui vivono o in cui si trova questo Stato devono essere solo musulmani sunniti e pensare come vogliono loro ed agire come agiscono loro.

D. – Che speranze ci sono tra la gente?

R. – La maggior parte della gente non ha più fiducia nel Paese; non ha più fiducia nemmeno negli altri. Tanti di loro pensano di andare via e quelli che pensano di ritornare lo faranno quando ci saranno sicurezza e garanzie per vivere bene e in pace. Per loro, è una situazione difficile: non solo umanitaria, ma anche a livello psicologico, mentale.

D. – E voi, come pastori della Chiesa, cosa rispondete?

R. – Chiediamo che tutta questa gente possa vivere ad un livello che rispetti la dignità umana. Quindi questa è la nostra risposta: servire queste persone, rimanere con loro e trovare sempre qualcosa con cui possano vivere bene, garantendo un minimo di dignità umana.

D. – Il Papa, anche nelle ultime ore, ha pregato per i cristiani indifesi e perseguitati in Iraq e non solo. Questa sua attenzione viene percepita dai fedeli?

R. – Certo. Il Santo Padre è sempre vicino a noi, vicino ai cristiani; la sua preghiera, le sue parole rappresentano per noi un segno di coraggio che ci dà la forza di vivere la nostra fede, la nostra testimonianza in questa zona dove oggi siamo, in questa crisi che è anche la nostra.