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Progetto "Mediterranea": 5 anni a vela per il dialogo tra i popoli

Un'isola del Mar Mediterraneo - ANSA

Un'isola del Mar Mediterraneo - ANSA

Cinque anni a vela tra il Mediterraneo, il Mar Nero ed il Mar Rosso, navigando tra 29 Paesi diversi: è questo il “Progetto Mediterranea”, una spedizione nautica, scientifica e culturale che fino al 2018 vedrà una barca a vela di 18 metri percorrere oltre 20mila miglia. Obiettivo: ribadire la salvaguardia del mare e promuovere il dialogo culturale ed interreligioso tra i popoli. Isabella Piro ne ha parlato con Simone Perotti, tra i fondatori del progetto:

R. - Il Progetto Mediterranea è il tentativo di trovare le risorse intellettuali utili ad affrontare le sfide di questa epoca in profonda crisi di valori. Dove cercare queste risorse intellettuali? Ovviamente, nel Mediterraneo che è un luogo da sempre di una straordinaria ricchezza culturale. Per questo, noi vogliamo incontrare intellettuali, artisti, scrittori, che possano darci la loro visione non solo del Mediterraneo, ma anche dal Mediterraneo, in un’epoca di profonda crisi.

D. - La rotta di Mediterranea toccherà 29 Paesi diversi tra loro, anche nella religione. Il vostro progetto può dare un contributo al dialogo interreligioso?

R. - Il nostro è un viaggio in cui cerchiamo di unire, come in una scia, tanti Paesi che la politica, la finanza e tanti interessi internazionali vogliono divisi. Non crediamo, infatti, che le religioni siano il vero motivo di divisione tra i popoli: non sono mai le religioni a dividere le regioni. Le divisioni sono molto spesso economiche, dipendono dai grandi poteri, dagli scacchieri internazionali. Il Mediterraneo è l’area dove sono nate e cresciute le tre grandi religioni monoteiste del pianeta e quindi è un’area che più di ogni altra dovrebbe esprimere l’elemento dell’accoglienza, del dialogo e della comprensione, perché queste tre religioni fanno riferimento, spesso, a principi comuni. I fondamentalismi sono una minaccia a tutto questo.

D. - La vostra barca si muove nell’area del Mediterraneo, teatro da tempo di innumerevoli sbarchi di migranti…

R. - Questo è un olocausto, un vero olocausto che tocca intere generazioni: migliaia di persone che sono in fondo al mare nel canale di Sicilia e tante altre lungo le tante frontiere europee che vengono raggiunte da persone disperate. In un’ottica di cittadinanza mediterranea, questi migranti non sarebbero forestieri che tentano di raggiungere l’Europa, ma sarebbero nostri concittadini che si muovono per migrazioni naturali, all’interno di un’area omogenea anche rispetto alla fratellanza, alla relazione che c’è sempre stata, attraverso i secoli, tra popoli che si affacciano su sponde diverse del Mediterraneo e che dovrebbero essere in condizioni di aiutarsi, di sostenersi, e non certo di rifiutarsi l’un l’altro o di mettere addirittura a repentaglio le vite di chi si sposta da un lato all’altro del Mediterraneo. Questa è un’emergenza assoluta. Sulla nostra barca, abbiamo sempre issata la bandiera del Comune di Lampedusa per ricordare questa emergenza. Lo facciamo con grande amicizia verso i lampedusani ed i siciliani che accolgono i migranti, ed anche con grande solidarietà verso i migranti che chiedono di essere accolti e tentano di cambiare il loro destino, mettendo a rischio la propria vita.

D. - “Mediterranea” è una barca ecocompatibile ed ecosostenibile. In che modo promuovete la salvaguardia del Creato?

R. - Abbiamo un impianto di generazione energetica solare ed eolica che rende la barca totalmente autosufficiente; andiamo a vela ogni volta che è possibile per essere in mare nel modo meno impattante possibile; ospitiamo a bordo ricercatori di varie Università per fare ricerca applicata al mare. Quindi: prelievo del plancton per poterlo mappare e conoscere lo stato di salute del mare; osservazione e segnalazione di meduse che sono uno dei grandi settori di ricerca ancora inesplorati del mare; studi, prelievi e analisi sull’impatto delle microplastiche nelle acque marine, che rappresentano una grande calamità. Anche per quanto riguarda l’uso dell’acqua dolce: in mare, è una risorsa preziosa che non può essere sprecata, quindi noi ne facciamo un uso molto attento. Insomma: ognuno di noi può fare qualcosa, può offrire un’occasione alla ricerca scientifica ed alla tutela dell’ambiente. E noi per primi vogliamo fare questo.

D. - Il progetto dura cinque anni: una controtendenza rispetto alla “cultura usa-e-getta” contemporanea…

R. - Sì, assolutamente. In un’epoca in cui tutto viene pensato, realizzato e consumato alla velocità della luce, in una cultura in cui non c’è mai il tempo e la possibilità di ascoltare e di tentare dialoghi che non siano immediati, ma che passano per la comprensione e l’accettazione, noi tentiamo di applicare il metodo opposto. Ci prendiamo il tempo necessario perché il tempo lento, il tempo del Mediterraneo è lo spazio vero della comprensione e della possibilità della relazione.