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Palestina nella Corte penale internazionale, ritorsioni israeliane

Il presidente palestinese Abbas - ANSA

Il presidente palestinese Abbas - ANSA

La Palestina accederà alla Corte penale internazionale il primo aprile. Lo ha annuncato il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon attraverso una nota sul sito dell’Onu. L'Anp ha depositato venerdì scorso i documenti per accedere a 14 convenzioni e trattati, tra cui il Trattato di Roma che consente l'accesso alla Corte dell’Aja. Una mossa dettata dalla volontà di perseguire accuse di crimini di guerra contro Israele, per l'ultima offensiva di quest'estate nella Striscia di Gaza. Ma come potrà operare la Corte internazionale? Marco Guerra lo ha chiesto a Marina Mancini, docente di diritto penale internazionale alla Luiss di Roma:

R. – Per effetto dell’adesione, la Corte Penale Internazionale avrà giurisdizione sui crimini commessi nei Territori palestinesi occupati da chiunque. Quindi non solo da israeliani, ma anche da palestinesi, a partire dalla data di entrata in vigore dello Statuto per la Palestina, ovvero – secondo quanto comunicato dal segretario generale delle Nazioni Unite – il primo aprile prossimo. La Palestina potrà deferire alla procuratore della Corte una situazione in cui appaiono essere stati compiuti dei crimini, chiedendo al procuratore di aprire una indagine. Per effetto dell’adesione, la Corte può pronunciarsi solo sui crimini commessi dopo l’entrata in vigore dello Statuto per il singolo Stato, ciò tranne che lo Stato in questione non abbia anteriormente depositato presso il Cancelliere della Corte una dichiarazione di accettazione della giurisdizione della Corte stessa. E la Palestina ha depositato l’1 gennaio una dichiarazione con la quale accetta la giurisdizione della Corte su tutti i crimini commessi nei Territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est, a partire dal 13 giugno 2014. Ovvero, dal giorno successivo al rapimento dei tre giovani israeliani in Cisgiordania, che scatenò l’operazione “Brothers Keepers” e, in seguito al ritrovamento dei loro corpi, l’operazione “Protective Edge”, che provocò la morte di oltre 1.400 civili nella Striscia di Gaza.

D. – Quindi adesso gli israeliani, in teoria, possono essere giudicati sull’offensiva della scorsa estate?

R. – In conseguenza di questa dichiarazione la giurisdizione della Corte copre i crimini di guerra e contro l’umanità commessi dagli israeliani nell’ultima campagna militare. Cosa accadrà? Il procuratore, come da prassi in caso di dichiarazioni di questo tipo, aprirà un esame preliminare per verificare se vi siano elementi sufficienti ai fini dell’apertura di un’indagine. In caso di esito positivo, procederà all’apertura di un’indagine, previa autorizzazione della Camera preliminare. Il procuratore potrà chiedere – sempre alla Camera – l’emanazione di uno o più mandati d’arresto o ordini di comparizione.

D. – Netanyahu, però, ha detto “mai nessun militare israeliano davanti alla sbarra dell’Aja!”…

R. – Sì! In effetti i vertici israeliani non hanno molto da temere dalla Corte Penale Internazionale se non un danno politico e di immagine. Questo perché l’esecuzione di un mandato d’arresto richiede la cooperazione dello Stato in cui il ricercato si trova e questo perché la Corte non dispone di un proprio apparato di Polizia. E’ impensabile che Israele consegni dei propri cittadini alla Corte!

Per un commento sulle reazioni israeliane all’adesione della Palestina alla Cpi sentiamo Francesco Battistini:

R. – La prima reazione ufficiale è stato il congelamento delle tasse che gli arabi israeliani versano ogni mese al fisco israeliano. Ma questo è solo il primo passo… Ora, in realtà, in Israele il governo ha deciso di mobilitare le organizzazioni ebraiche e le organizzazioni internazionali che si trovano negli Stati Uniti e anche in Europa, affinché, in qualche modo, contrastino questa azione legale palestinese con contro-azioni legali che riguarderebbero i crimini di guerra, soprattutto di Hamas, per quanto riguarda la Striscia di Gaza. Quindi, è possibile che nei prossimi mesi partano una serie di contro-ricorsi da gruppi di pressione o associazioni ebraiche internazionali, in qualche modo ispirate dal governo. Poi c’è la reazione della gente, la reazione delle persone, dei soldati. Ma queste preoccupazioni riguardano soprattutto i militari di carriera e quindi gli ufficiali, che sono di solito quelli che vengono colpiti da sanzioni, quali magari la possibilità di espatriare.

D. – Quindi sul terreno potrebbero esserci conseguenze nel comportamento dell’esercito israeliano?

R. – C’è da molto tempo un dibattito che coinvolge varie fasce della popolazione e anche i vertici militari sulla legittimità di alcune operazioni e di alcuni interventi, anche se non ci sono mai state, se non in rarissimi casi delle punizioni dirette da parte dei vertici nei confronti di militari che si sono macchiati di abusi, a parte i casi più clamorosi. Ora, certo, questa preoccupazione c’è! Anche se negli ultimi giorni sia Netanyahu, sia i vertici dell’esercito hanno detto che comunque non vi saranno cambi di strategia per quanto riguarda il mantenimento della sicurezza. Anzi Netanyahu ha detto: “Difenderemo il nostro esercito fino all’ultimo”.