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Nulla osta causa Beatificazione per don Mazzolari e mons. Cazzani

Don Primo Mazzolari - RV

Don Primo Mazzolari - RV

“Sentimenti di gioia e di rendimento di grazie a Dio” li ha espressi il vescovo di Cremona, mons. Dante Lafranconi, dopo la notizia del nulla osta all’apertura della fase diocesana della Causa di Beatificazione di don Primo Mazzolari e di mons. Giovanni Cazzani. Mirabile l’impegno del parroco di Bozzolo per la pace, la giustizia sociale, per una Chiesa in dialogo al servizio dei poveri e dei lontani. Massimiliano Menichetti:

Don Primo Mazzolari: guerra, punto oscuro dell'umanità
“Lasciate che io vi dica una parola intorno alla guerra: è un punto oscuro dell’umanità e la ricapitolazione di tutte le ingiustizie e di tutti i dolori umani”.

E’ con una voce ferma e decisa che don Primo condannava ogni guerra rifiutando categoricamente anche solo l’espressione “guerra giusta”. Nato a Boschetto, frazione di Cremona, nel 1890, divenne sacerdote 22 anni dopo. Don Mazzolari morì a Bozzolo il 12 aprile 1959. Visse le due guerre mondiali, anche come cappellano. Tanti gli incarichi da vicario a parroco. Instancabile la sua testimonianza al fianco degli ultimi, dei lontani. Un cristianesimo incarnato dentro la storia, senza paura anche durante il periodo fascista. Oltre 50 le sue pubblicazioni. Definito “profeta” da Paolo VI e “Tromba dello Spirito Santo in terra mantovana”, da Giovanni XXIII, don Primo non si stancò mai di schierarsi al fianco dell’uomo. Note le sue omelie nella Messa per il primo maggio, San Giuseppe lavoratore:

“...che il lavoro diventasse possibile per qualsiasi, perché dietro le braccia senza lavoro ci sono delle famiglie che non mangiano. E poi c’è un’altra rivendicazione dal mondo del lavoro: la fatica deve essere giustamente retribuita, non per vivere appena, ma per vivere da uomini e da cristiani”.

Il postulatore: don Mazzolari, un prete che ha vissuto in mezzo alla gente
Una Chiesa che dialoga, povera tra poveri era l’asse che guidava il suo agire, convinto che la testimonianza cristiana avrebbe sanato i mali del mondo.

La figura e la spiritualità di don Mazzolari sono un punto di riferimento per la vita cristiana di questo tempo”. Così il postulatore don Bruno Bignami, presidente della Fondazione "Don Primo Mazzolari":

R. – Don Primo è stato un prete semplice perché ha vissuto il suo ministero in mezzo alla gente. E anche quando il vescovo gli aveva chiesto, dopo la Prima Guerra mondiale, di tornare a insegnare in seminario, la sua richiesta esplicita invece è stata quella di condividere la vita della gente. Ma a partire da questa esperienza molto umile, molto semplice c’è anche un modo di essere credenti dentro la storia, che Mazzolari ha portato avanti, e cioè di essere preti che sanno ascoltare, accogliere le provocazioni che la storia presenta e anche offrire risposte alla luce del Vangelo. Da questo punto di vista, possiamo parlare di un Mazzolari come innamorato del Vangelo: questa mi sembra la prerogativa principale. Non a caso i suoi testi sono stati scritti molto spesso come commento a testi evangelici e anche la sua predicazione è stata apprezzata in ogni parte d’Italia.

D. – Due guerre mondiali accanco dei lavoratori, accanco degli umili, dei più poveri, in difesa dei diritti, in difesa dell’uomo …

R. – E’ stata una vita, la sua, segnata dagli eventi storici molto drammatici, a partire proprio dalle due Grandi Guerre. E Mazzolari è stato coinvolto in entrambe: nella prima come soldato semplice, poi come cappellano militare; nella seconda invece come uomo che ha appoggiato la resistenza e poi è dovuto anche scappare, fuggire dalla parrocchia per alcuni mesi perché ricercato e sostanzialmente condannato a morte.

D. – Di fronte a qualunque difficoltà non si è mai scoraggiato …

R. – E’ sempre stato un uomo di speranza: anche dentro questi eventi drammatici ha costruito la speranza. Non a caso, è stato una figura tra le più significative nel secondo dopoguerra, quando si è trattato di ricostruire il tessuto italiano in un clima da una parte di pacificazione, dall’altra però anche dando un contributo da cattolico perché ci fosse al centro il bene comune, le istanze dei poveri, le necessità del mondo del lavoro … Insomma, le tante preoccupazioni che hanno spinto questo prete ad essere vicino alle istanze della gente.

D. – Però, per quanto riguarda le istanze nel mondo del lavoro – sottolineava – “la Chiesa è la prima che difende le persone”, e riagganciava la necessità di un “giusto salario, di un giusto lavoro, altrimenti le famiglie non si sfamano, altrimenti la vita non c’è, non può esistere” …

R. – Sono famose le sue omelie in occasione del primo maggio: Mazzolari celebra il primo maggio in parrocchia come momento forte già negli Anni Venti, quando era parroco a Cicognara. In una delle ultime, faceva un paragone molto evidente tra il sacrilegio di un sacerdote che butta via l’Eucaristia e chi non pagava la giusta mercede agli operai: questo come riconoscimento del valore del lavoro e come riconoscimento del lavoro stesso.

D. – C'è poi il rifiuto della guerra: sembra un richiamo quanto mai attuale nel tempo presente …

R. – Sì, perché Mazzolari ha avuto il grande merito – secondo me – di riflettere sul tema della pace e del rifiuto della guerra a partire non da astrazioni, ma dalla realtà. Mazzolari aveva vissuto il dramma della guerra in prima persona nel primo conflitto mondiale e questo ha permesso a lui di utilizzare nuove categorie nel leggere il tema della guerra e della pace. E per questo, il “Tu non uccidere”, testo che esce anonimo nel 1955 perché non erano ancora maturi i tempi per un discorso di pacifismo avanzato, anche nel mondo cristiano, quel testo diventa davvero una fonte di energia e di riflessioni sul tema della guerra e del rifiuto del concetto di “guerra giusta”, a partire proprio da un’esperienza, non da riflessioni astratte o campate in aria.

D. – Qual è l’eredità e l’attualità di don Primo Mazzolari?

R. – La sintetizzerei in questo: cioè, un cristianesimo incarnato nella storia. Cioè, la capacità di vivere il Vangelo interpretando ciò che la storia presenta, sapendo essere significativo all’interno della storia.

Il vescovo di Cremona: rapporto esemplare tra don Primo e mons. Giovanni Cazzani
Nulla osta anche per la causa di beatificazione di mons. Giovanni Cazzani, contemporaneo di don Primo, a 37 anni divenne vescovo di Cesena e dal 1914, fino alla sua morte, fu vescovo di Cremona. Mons. Dante Lafranconi attuale vescovo di Cremona:

R. – E’ stato proprio un desiderio, chiedere che le due cause – che procederanno ciascuna per conto proprio – venissero portate all’attenzione dell’opinione pubblica in contemporanea. Perché praticamente l’episcopato di mons. Cazzani copre quasi tutto il tempo ministeriale di don Primo Mazzolari. Mons. Cazzani è morto nel 1952, don Mazzolari è morto nel 1959 e si sa che il ministero di don Mazzolari, la sua figura, i suoi interventi hanno anche suscitato a volte delle perplessità, delle reazioni in cui il vescovo per forza era implicato. Quello che mi ha colpito è il constatare un rapporto tra vescovo e prete veramente bello, esemplare: di un vescovo che dice quello che deve dire, anche quando sa di non far piacere a don Mazzolari; ma lo dice proprio con animo paterno, lo dice con il senso della verità e della carità. E dall’altra parte, don Primo sa rispondere, anche magari puntualizzando: “Non condivido esattamente questo, non condivido … però accetto”. Quindi, la bellezza, secondo me, che è anche un elemento della santità dell’uno e dell’altro, è proprio questo rapporto, vissuto nella verità, nella carità fraterna e anche nella obbedienza.

D. – Qual è il tratto forte dei due?

R. – In don Primo è stato certamente una attenzione precisa, forte a quelle fasce di persone che chiamiamo “i lontani”, come diceva anche lui, o che comunque erano in un atteggiamento non di piena adesione alla Chiesa; di pastore che non si cura soltanto del gregge che è vicino, ma si cura anche di quelli che sono più lontani e fa entrare dentro il suo ministero il respiro di problemi universali. In mons. Cazzani, è stato proprio il suo animo di pastore di una Chiesa che ha dovuto accompagnare durante due guerre mondiali – perché mons. Cazzani è arrivato qui, a Cremona, nel 1914, quindi ha vissuto tutta la Prima Guerra mondiale e anche tutta la Seconda Guerra mondiale. Il pastore-vescovo ha sempre avuto la forza di dire la verità, anche scontrandosi a volte con il regime, ma nello stesso tempo, senza dimenticare che era pastore anche di “queste” persone, che quindi non poteva dimenticare nessuno. Questi due tratti di attenzione a chi è vicino e chi è lontano, intervenendo ora con l’approvazione e ora anche con il richiamo, con il rimprovero, mi sembrano due tratti che alla fin fine trovano espressioni analoghe, sia in don Mazzolari, sia in mons. Cazzani.

D. – Queste due figure, cosa dicono oggi?

R. – Ci indicano che bisogna avere uno sguardo pastorale a 360°, e ci dicono oggi che di fronte alle situazioni mondiali – possiamo pensare ai problemi del lavoro, ai problemi di un’Europa che va costruendosi, ai problemi mondiali della persecuzione nei confronti dei cristiani, dei profughi – bisogna avere un cuore grande che non si chiude sul piccolo problema locale, ma che lo vive intensamente con uno sguardo e con un cuore – soprattutto – aperto anche a questi problemi che sono di carattere universale.