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Immigrazione: l'emozione di far nascere Francesca Marina

Pozzallo, un uomo prega dopo essere sbarcato - REUTERS

Pozzallo, un uomo prega dopo essere sbarcato - REUTERS

Decine e decine di persone morte per quella che è l’ennesima tragedia del mare. Almeno quaranta migranti sarebbero annegati nel Canale di Sicilia per un incidente avvenuto poco prima delle operazioni di salvataggio. Lo riferisce Save the children, che riporta dichiarazioni di alcuni superstiti. Anche oggi sono state fatte sbarcare sulle coste italiane centinaia di persone, tra Sicilia, Calabria e Campania, due gli scafisti arrestati a Lampedusa e Pozzallo. E proprio a Pozzallo sono state sbarcate, e poi portate in ospedale a Modica, la giovane mamma nigeriana e la sua bimba nata a bordo della nave della Marina militare “Bettica”. Francesca Marina, questo il nome datole dai militari, “Gift” (Dono in inglese) il nome invece scelto dalla madre, è stata aiutata a nascere da Sara Modde, medico del Cisom, il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta. Francesca Sabatinelli l’ha intervistata:

R. – E’ il miracolo della natura, della vita. E’ stato tutto molto naturale, in sé. Il problema era la mamma che era malata, quindi dal punto di vista prettamente medico ci ha fatto sudare un po’. Il parto, la nascita è stata abbastanza tranquilla, un po’ faticosa fisicamente pure per noi, però la signora era alla prima gravidanza, quindi è normale.

D. – Per lei, dottoressa, l’emozione qual è stata?

R. – Una grande emozione, anche se in un primo momento io l’emozione tendo a metterla un po’ da parte per mantenere la lucidità per fare quello che bisogna fare. L’emozione viene dopo, tutta insieme. L’emozione è stata quando l’ho portata a Pozzallo, ho portato la mamma e la bambina a Pozzallo per mandarle in ospedale (a Modica - ndr), soprattutto per la mamma perché la bambina veramente era tranquillissima, stava veramente bene, una bellissima bimba. Ogni tanto sorrideva, voleva mangiare poverina, purtroppo non potevamo attaccarla al seno perché la mamma era sotto farmaci e quindi le abbiamo dato qualcosa noi, un po’ di acqua e zucchero, non avevamo niente altro da poterle dare, però, era tanto carina! Quando l’ho presa in braccio, appena è nata, è stata un’emozione. L’abbiamo lavata, avevamo fatto approntare una culletta, c’era anche il fiocco rosa!

D. – E tutto questo aiutati anche dai marinai?

R. – Anzitutto, voglio dire che è stato un team sanitario: io sono il medico di bordo, è vero, però c’era un’ostetrica della Fondazione Rava, l’infermiera della Marina Militare, c’era un infermiere della Croce Rossa militare, insieme a noi c’erano anche un volontario degli elicotteristi e un altro volontario del Battaglione San Marco, che ci hanno aiutato parecchio. Avevamo approntato una zona sanitaria con eventuali kit di emergenza, sia neonatale che per la mamma, grazie a Dio non è servito.

D. – Lei è da ottobre che, a mesi alterni, sta lavorando per l’emergenza migranti con il Cisom (Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta). A parte l’emozione di questa bellissima storia, immagino che non sia sempre tutto così…

R. – No, in effetti no. Non tanto, purtroppo, per i morti raccolti: sono stata fortunata, non me ne sono capitati moltissimi, devo essere sincera. E’ brutto dirlo, ma quando uno è morto ci si fa il segno della Croce e si mette un po’ in disparte e si pensa ai vivi. Il problema è quando ci sono persone che stanno male, che hanno ingerito acqua, che hanno ingerito carburante, che hanno traumi difficili da trattare: quelli ti impegnano, ti impegnano a fondo, ti impegnano emotivamente. Mi è capitato, una delle mie prime esperienze oltretutto, una donna che era stata violentata prima di partire: era completamente sotto shock e avevamo avuto difficoltà a capire cosa fosse successo. Quello è stato traumatico anche per me. Come dicevo prima, l’emozione, per fortuna e purtroppo, viene tutta dopo, tutta insieme e dopo. Questo ci lascia il tempo di essere lucidi nel momento in cui dobbiamo operare. Però poi ci verrebbe da piangere. Ma è così per tutti, per tutto il personale sanitario ma anche per i militari. Io ho visto fare cose veramente meravigliose, e non solo con i bambini che inteneriscono di per sé. Vorrei ringraziarli, sia la Marina sia la Guardia Costiera, perché veramente fanno un lavoro duro, massacrante, al quale molti di loro non sono stati preparati. E mi può credere: danno il 110%. Posso dire che oltre alla crescita professionale che mi ha dato questa esperienza, mi ha aiutato anche a crescere come persona perché ti dà una visione della vita completamente diversa. Tu li vedi, li prendi, li metti sul ponte di una nave, poi li guardi tutti insieme, in una visione d’insieme, e ti rendi conto di essere nato dalla parte fortunata del mondo. E veramente c’è da ringraziare il Signore. Hanno un coraggio, questi migranti! Le donne che partono incinte, oppure intere famiglie con bambini al seguito, e capisci che dall’altra parte c’è tanta disperazione, perché per fare una cosa del genere vuol dire che non c’è altra scelta, e che l’alternativa è solo la morte. Però, a loro volta vanno incontro alla morte, vanno incontro all’ignoto, partono, molti, senza sapere cosa faranno una volta arrivati. Sono veramente coraggiosi. Sono loro, quelli coraggiosi.

La nascita di Francesca Marina-Gift è stato proprio un “dono” per tutte queste persone che per mesi vivono accanto alle drammatiche sofferenze di chi arriva dal mare. Mauro Casinghini, direttore del Cisom, al microfono di Francesca Sabatinelli:

R. – Le storie di vita sono uno dei tanti motivi che ci spingono, ovviamente, a continuare in questo nostro estenuante lavoro di soccorso sanitario in mare. Ogni tanto, abbiamo il piacere di assistere a questi bellissimi momenti, che si contrappongono violentemente a tante esperienze di morte che viviamo, purtroppo, spesso, a volte anche quotidianamente.

D. – Negli ultimi giorni, si parla del weekend, sono stati soccorsi e sono stati portati sulle coste italiane circa 6.000 migranti, un numero che cresce sempre più…

R. – Sì, certe volte abbiamo l’impressione di svuotare il mare con il cucchiaio e ci rendiamo conto anche che se non cambia radicalmente la politica in un senso molto più vasto, molto più coinvolgente, in cui vengano affrontati anche altri temi che in questo momento ancora non vengono toccati – e mi viene in mente un piano di cooperazione che abbia un valore per i Paesi da cui originano i flussi – qui rischiamo sempre di mettere "pezze" a una situazione che invece dev’essere affrontata strutturalmente, con una pianificazione non certo all’impronta, e nemmeno con un’ottica di qualche anno, ma con una pianificazione che abbia un’ottica di più anni, dieci, venti, ma anche trenta, se vogliamo cercare di risolvere il problema da qui a un futuro.

D. – Il Cisom non ha mai mancato di manifestare la sua contrarietà all’interruzione dell’operazione “Mare Nostrum”, spiegando sempre che “Triton” non avrebbe mai potuto sopperire alla grande attività di “Mare Nostrum”. Bruxelles sembrava che volesse prendere dei provvedimenti, in realtà, non è stato fatto granché…

R. – In quell’occasione, la montagna ha partorito un topolino perché in realtà triplicare lo sforzo economico a favore di “Triton” significa sostanzialmente triplicare l’altezza della cancellata che comunque l’Europa erge a 30 miglia dalle sue coste, non risolvendo certo il problema dei flussi. Il problema dei flussi non si risolve sicuramente nemmeno con “Mare Nostrum” solamente, che è stata un’operazione di grande soccorso, di grande successo per il numero di persone che sono state soccorse, con i rischi che però sono anche stati giustamente evidenziati, e cioè che un’operazione di questo tipo potesse in qualche maniera favorire, dall’altra parte, i trafficanti di morte che invece non debbono essere assolutamente favoriti. Ecco perché noi sosteniamo che i flussi migratori dall’Africa vanno risolti innanzitutto con iniziative, cioè con qualcosa di nuovo che possa in qualche maniera farci sperare che in un futuro il problema si possa vedere risolto. E poi con un sistema di iniziative che possano in qualche maniera arginare sia il discorso dei naufragi in mare,  e in questo campo, la Guardia costiera, la Guardia di finanza e la Marina ce la stanno mettendo e che la metteranno sempre tutta, ma anche sicuramente il lavoro della diplomazia e di una cooperazione allo sviluppo a livello europeo, che possa intervenire sui Paesi origine dei flussi, creando quantomeno la speranza che questa povera gente possa immaginare un futuro anche a casa propria. E questo possiamo ottenerlo solo con un lavoro deciso da parte della diplomazia europea e con un lavoro di cooperazione allo sviluppo in cui si identifichino le priorità, ovviamente a livello europeo, e anche fondi a livello europeo.