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E ora chi promuove l'ideologia gender dice che "non esiste"

Manifestazione in difesa dei figli in Piazza San Giovanni - ANSA

Manifestazione in difesa dei figli in Piazza San Giovanni - ANSA

Dopo l’imponente manifestazione delle famiglie in Piazza San Giovanni del 20 giugno scorso, i promotori dell’ideologia del gender hanno cambiato strategia: ora sono passati a negare e smentire tutto. Il servizio di Sergio Centofanti:

Le negazioni dei pro-gender
I social network sono invasi da appelli rasserenanti: non esiste alcuna ideologia “gender”, non esistono indicazioni controverse nelle linee-guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che vuole introdurre l’educazione sessuale in tutte le scuole, non esiste alcun allarme nelle scuole italiane riguardo all’introduzione di corsi promossi da gruppi Lgbt, non esiste alcun timore riguardo alla libertà di espressione su questi temi.

Documento Oms: educazione sessuale "obbligatoria" a scuola
Dunque tutti tranquilli. Le centinaia di migliaia di persone scese in piazza per difendere la famiglia e i figli sono solo ignoranti strumentalizzati, dei visionari, allarmisti che seminano terrore tra le mamme o cattolici sessuofobi e omofobi impegnati in una nuova crociata. Insomma, è tutto un sogno. Purtroppo non è così. Per esempio l’Oms, nel documento intitolato “Standard per l’educazione sessuale in Europa” (facilmente consultabile su internet) promuove l’educazione sessuale "obbligatoria" a scuola. Ovviamente fornendo “informazioni imparziali e scientificamente corrette su tutti gli aspetti della sessualità”, come si legge a pagina 5. Il tutto basato su un pensiero unico: quello del gender, che considera i “vari orientamenti sessuali”, non meglio definibili, ben più importanti del sesso biologico. Una “filosofia” da imporre a tutti.

Cosa si insegna ai bimbi da 0 a 4 anni
L’Oms è consapevole che occorre vincere “resistenze basate principalmente su paure e idee erronee”. In effetti, gli appare del tutto normale che ai bimbi da 0 a 4 anni, come leggiamo a pagina 38, si chieda di “trasmettere informazioni” su “gioia e piacere nel toccare il proprio corpo" e "masturbazione infantile precoce”.  Sarebbe interessante capire le modalità della trasmissione di queste informazioni a bimbi così piccoli – ma non è specificato – e sarebbe interessante osservare la scientificità e l’imparzialità degli insegnanti cui consegniamo i nostri figli. Invece, per i ragazzi “molto” più grandi, parliamo dai 4 ai 6 anni, si comincia a parlare di “amore verso persone dello stesso sesso” (pagina 40) e delle “diverse concezioni di famiglia” (pagina 41).

Genitori e insegnanti si mobilitano
L’Oms denuncia il fatto che “solamente in pochi Stati tra quelli appartenenti alla vecchia Unione Europea – specialmente nell’Europa meridionale – l’educazione sessuale non è ancora stata introdotta nelle scuole” (pagina 12). Ma c’è anche un altro fatto: tanti genitori e tanti insegnanti denunciano casi concreti nelle scuole italiane in cui in modo surrettizio si sta tentando di imporre questo tipo di educazione. E si stanno mobilitando “dal basso”. In modo pacifico e democratico.

In Italia, intanto, i sindacati minacciano battaglia al maxiemendamento sulla riforma della scuola su cui il governo ha annunciato per oggi al Senato il voto di fiducia. A preoccupare le associazioni dei genitori e insegnanti  è in particolare l’articolo 16 che recepisce l’emendamento Martelli sull’educazione alla parità di genere in tutte le scuole di ogni ordine e grado. “Si tratta di un modo clandestino attraverso cui lo Stato sta introducendo l’ideologia gender nella scuola”, spiega Marco Dipilato, segretario del Comitato “Famiglia Educazione e Libertà”. Paolo Ondarza lo ha intervistato:

R. – Questo articolo 16 del maxiemendamento dice: “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e sensibilizzare studenti, docenti e genitori sulle tematiche indicate all’articolo 5 comma 2 del Decreto Legge 93”.

D.  – Formulato così è  un provvedimento assolutamente condivisibile…

R. – Sì, posto così, sì. Non c’è assolutamente riferimento all’ideologia di genere. Non è evidente subito, ad una lettura superficiale, il problema. Il punto è questo: quando si legge un testo, quando si passa dalle parole ai numeri, solitamente, chi legge non fa caso ai numeri. Bisogna andare a vedere che cosa dice il Decreto Legge 93 all’articolo 5 perché è proprio quello che viene inserito nella riforma della scuola. Quindi occorre un lavoro di approfondimento.

D. – E che cosa dice?

R. – Si dice che si fa riferimento a un “piano di azione straordinario contro la violenza sessuale  e di genere”. Anche qui i termini sono ancora condivisibili e anche l’obiettivo. L’articolo 5 dice: “Il ministro delegato per le pari opportunità elabora un piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”.

D. - Questo piano di azione straordinario è un piano del governo?

R. – E’ stato presentato il 7 maggio 2015 alla Presidenza del Consiglio dei ministri e quindi ha il massimo grado di ufficialità. Innanzitutto, questa violenza di genere viene denominata prima “violenza tra uomini e donne” e dopodiché si chiama “violenza di genere”. Anche nei termini è facile capire poi dove si vuole arrivare perché alla fine per contrastare la violenza di genere occorre fare azioni, tra cui l’educazione di genere.

D. – In cosa consiste?

R. – Leggendo il testo di questo piano di azione straordinario c’è un paragrafo specifico sull’educazione. E’ il paragrafo 5.2 che dice: “Obiettivo primario deve essere quello di educare alla parità e al rispetto delle differenze, in particolare superare gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini, ragazzi e ragazze, bambine e bambini, sia attraverso la formazione del personale della scuola e dei docenti, sia mediante l’inserimento di un approccio di genere nella pratica educativa”.

D.  – Che equivale a promuovere quell’indifferentismo sessuale contro cui si è scesi in piazza sabato scorso?

R.  – Certo. Arrivare a “identità di genere”, che è un termine che non ha basi scientifiche, significa proprio tentare di introdurre questo nuovo pensiero.

D. – Non sta facendo supposizioni, si sta basando su dei testi…

R. – Sì, sto leggendo un documento.

D. – Dopo la manifestazione quello che viene detto è: “l’ideologia del gender non esiste è qualcosa che è stato inventato, in realtà esistono i gender studies… Ma lei mi sta dicendo che poco cambia tra una definizione e l’altra?

R. – Certo. Tra l’altro è stato fatto anche un tentativo di mettere un po’ a  tacere questa preoccupazione quando il testo era in esame alla Camera con una sostituzione dei termini, proprio per fugare quella preoccupazione. Dove si diceva “educare alla parità di genere” è stato accettato il cambiamento del termine per cui oggi nel maxiemendamento leggiamo “educare alla parità tra i sessi”. Quindi ci possono dire: state tranquilli non parliamo di genere, parliamo di sessi.

D.  – Però poi i rimandi ai documenti a cui mi ha fatto riferimento rimangono...

R. - Esatto e allora occorre da parte nostra fare lo sforzo di leggere, di documentarsi a fondo, di cercare di capire. Noi siamo andati a prendere un testo che è stato pubblicato un paio di anni fa, per capire cosa è questa educazione di genere, educazione al genere. Ne ho sottomano uno che si intitola proprio “Educare al genere” ed è stato pubblicato nel 2013. Cito solamente alcuni passaggi. Si parla di “demistificare la rigida dicotomia con cui si è soliti pensare alla dimensione del genere” - se noi pensavamo al genere in modo dicotomico, cioè o maschio o femmina, qui l’obiettivo è demistificare la dicotomia – “a partire dalla revisione dei concetti stereotipati quali, ad esempio, l’idea che esistano in natura soltanto due sessi: maschio e femmina cui corrispondono a livello socio-culturale due generi, uomo-donna”. Penso sia sufficiente per capire di cosa stiamo parlando.

D. – Se il ddl “Buona scuola” del governo Renzi passa così com’è,  tutto questo entrerà nelle scuole italiane?

R. – Purtroppo sta già entrando e sicuramente continuerà ad entrare, addirittura, con l’avallo dell’istituzione.

D. - In cosa differisce questa parte del “Buona scuola” dal ddl Fedeli? La sostanza è la stessa?

R. – La sostanza è la stessa. Qua il problema è che si vuole anticipare tutto, farlo entrare in un disegno di legge, la riforma della scuola, che è nato per ben altri scopi ed ha ben altri obiettivi: la riforma della scuola è nata per altro, non per introdurre l’educazione di genere nella scuola.

D. – Sta dicendo: il ddl Fedeli agisce alla “luce del sole”, qui invece si sta facendo entrare clandestinamente l’educazione di genere nella riforma della scuola… Ma perché tanta clandestinità?

R. - Credo che se venisse dichiarato apertamente alle famiglie l’obiettivo, la maggior parte dei genitori si opporrebbe e non sarebbe d’accordo. Siamo consapevoli di essere in una convivenza democratica e che ognuno ha la libertà, il diritto, di avere una sua personale visione. Va bene anche la visione omosessualista, gender, tutto; il problema è che però ci deve essere un confronto aperto e soprattutto la possibilità per tutti di esprimere la propria visione. Il problema è che oggi, lo Stato, che dovrebbe garantire il suo essere super partes, purtroppo invece non si fa più garante della possibilità data ad ogni cittadino di esprimere la propria visione, ma ne assume una: la fa propria e attraverso il ministro dell’Educazione la vuole in qualche modo imporre a tutti.