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Terrorismo: allerta nel mondo. Tunisi chiude 80 moschee

Presidi militari a Tunisi  - AFP

Presidi militari a Tunisi - AFP

Livelli di allerta massima in tutto il mondo dopo la lunga scia di attentati firmati dall’estremismo islamico che ieri ha colpito in Africa, Europa e Asia, suscitando cordoglio e sdegno. L’attacco più grave in Tunisia dove sono 38 finora i morti tra i turisti presenti sulla spiaggia di Sousse. Lutto anche in Kuwait e in Francia per gli attentati di ieri. L’Eliseo avverte: dobbiamo imparare a convivere con la minaccia costante, ma agiremo senza sosta. Dal premier italiano, Matteo Renzi, l'appello ai Paesi dell'area europea e asiatica a collaborare nel contrasto al terrorismo.Il servizio di Gabriella Ceraso:

E’ stata una notte di rimpatri a Tunisi: tanti i turisti che hanno lasciato i resort del golfo di Hammamet, teatro ieri della strage di 38 bagnanti da parte di un commando armato arrivato via mare. Una decina i cadaveri riconosciuti, sono per lo più britannici. E da Londra il premier Cameron commenta: “Non c'e' posto per questi estremisti, li sconfiggeremo". Intanto, stretta sulla sicurezza da parte del governo tunisino che ha chiuso ottanta moschee e ha richiamato i riservisti. Stato islamico in azione anche a Londra: stamani sventato un attentato in occasione di una parata militare a Merton, mentre resta allerta massima nella regione di Lione in Francia, teatro ieri dell’assalto ad un impianto di gas industriale a St. Quentin Fallaviers, con la decapitazione di un uomo per mano di Yassin Salhi, 35 anni, seguace dell’Is, ancora sotto interrogatorio insieme a tre familiari. Ignoti tuttora i motivi del suo gesto. Sicurezza rinforzata anche in tutto il Kuwait, dopo l'attentato kamikaze rivendicato dal sedicente Stato islamico che ha colpito ieri la moschea sciita di Imam al-Sadiq, nel centro di Kuwait City. 26 i morti e 227 i feriti.

Sul significato di questa scia di attacchi, il parere di Matteo Pizzigallo, esperto di Relazioni internazionali all’Università Federico II di Napoli. L’intervista è di Massimiliano Menichetti:

 R. – Stiamo assistendo a una escalation nella quale lo Stato islamico vuole dimostrare la sua capacità militare, la sua forza, la sua organizzazione, in grado di creare terrorismo diffuso globale, che colpisca tutti. La cosa sulla quale riflettere è che sono state colpite città lontane quasi simultaneamente, in un giorno che ha un significato molto importante: la celebrazione macabra dell’anniversario di un anno dalla presa di Mosul. La strategia di fondo è quella di gettare nel panico tutti coloro che si oppongono all’Is.

D. – In Kuwait, un attentatore è entrato in una moschea sciita e si è fatto esplodere al grido di “Allah è grande”. Un attacco contro i musulmani, oltre che contro l’Occidente. Come stanno le cose, secondo lei?

R. – E’ l’uno e l’altro. C’è una specie di priorità di obiettivo. Primo punto è quello della guerra contro gli sciiti, per riaffermare il primato della confessione sunnita rispetto agli altri. E poi, contemporaneamente, bisogna portare la guerra in Occidente e gettare l’Europa nel panico. I due fronti sono simultanei, ci si muove nello stesso tempo.

D. – Si alza l’allarme praticamente in tutto l’Occidente. Quale deve essere la risposta internazionale?

R. – Penso che l’ispirazione che ci ha dato il Santo Padre nell’approccio alla politica globale e internazionale in questo momento sia importante e decisiva, nel senso che bisogna – come ha detto il presidente francese Hollande – non farsi prendere dal panico, non abbassare la guardia, non avere timore e non avere paura. In secondo luogo, si deve intensificare l’attività di Intelligence, di informazione e di prevenzione, per quello che riguarda la sicurezza delle città europee. E, in terzo luogo, richiamandomi al pensiero del Santo Padre, bisogna avviare una riflessione complessiva sulla gestione delle relazioni internazionali e della politica internazionale, cioè cominciare ad avviare una riflessione per cercare di rimuovere le cause profonde che determinano il disagio e le guerre in larga parte del continente.

D. – Ma come si interviene concretamente in un’area dove giocano molte forze, come gli Stati Uniti, la Russia, le monarchie del Golfo?

R. – L’Iran, la Russia, le monarchie del Golfo, la Turchia sono un problema e allora devono fare parte anche della soluzione del problema, ossia la pace si fa con tutti. Quindi, bisogna sedersi intorno a un tavolo e prendere atto che sono falliti definitivamente, si sono frantumati i confini di tutta l’area del Medio Oriente, così come furono concepiti alla fine della Prima Guerra mondiale. Quindi, di conseguenza, bisogna convocare una grande conferenza internazionale in cui, senza preclusioni, pregiudizi ideologici da parte di nessuno degli attori statuali e non statuali, muoversi in questa direzione. E se questo costerà il sacrificio di ridisegnare quelle frontiere che, peraltro, non furono disegnate dai popoli che ci abitavano, ma furono disegnate dalle grandi potenze, questo dovrà essere accettato.

D. – Non sono i bombardamenti in Iraq e in Siria che risolvono la questione…

R. – Non bastano. La militarizzazione del problema non è la soluzione del problema, può servire soltanto, nel brevissimo periodo, a fiaccare una resistenza ed attività. In due anni, ha visto, non si è prodotto niente.