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Messa al bando armi chimiche: anche Angola aderisce a trattato

Logo dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche - REUTERS

Logo dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche - REUTERS

L’Angola è divenuta il 192° Paese ad aderire alla Convenzione per la messa al bando delle armi chimiche, come informa l’agenzia Misna. Il trattato, siglato a Parigi nel 1993 ed entrato in vigore il 29 aprile 1997, sarà vincolante per Luanda dal prossimo 15 ottobre. Il testo vieta la produzione, l’uso e la proprietà di agenti chimici destinati ad uso bellico. La decisione dell’Angola, che ha alle spalle una lunga guerra civile durata da metà degli anni 70 fino al 2002, giunge in un momento particolarmente delicato per il Paese, che sta affrontando una grave crisi finanziaria ed economica dall'ultimo trimestre del 2014, a causa della vertiginosa caduta delle entrate provenienti dalla vendita di prodotti petroliferi. Sull’importanza dell’adesione dell’Angola alla Convenzione, Giada Aquilino ha intervistato Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo:

R. – Sicuramente è un passo importante per il Paese stesso ed è un segnale per l’intera Africa. Non dimentichiamo che l’Africa, sconvolta purtroppo da tante guerre ancora in atto, è anche un continente che è stato in grado di aderire ad una zona di disarmo nucleare. Praticamente, è il primo continente a livello mondiale che ha aderito a questo progetto. Però, per quanto riguarda la messa al bando delle armi chimiche, rimangono fuori alcuni Paesi.

D. – Di quali Stati stiamo parlando?

R. – Ci troviamo oggi con 192 Paesi che hanno firmato e ratificato questo trattato. C’è un altro Stato che ha firmato già nel ’93 la Convenzione ma non l’ha mai ratificata: è Israele. Mentre rimangono fuori altri Paesi come la Corea del Nord, l’Egitto e il Sud Sudan da poco costituito.

D. – In questo campo, che interessi ci sono in gioco?

R. – Egitto e Israele rispecchiano una realtà mediorientale difficilissima, una situazione di tensione che si protrae ormai purtroppo da 60-70 anni. Quindi, a fronte di Israele che non ha ratificato, anche l’Egitto non ha fatto un passo analogo. La Corea del Nord ha puntato addirittura a realizzarsi di nascosto un arsenale nucleare, seppure decisamente modesto e limitato. Anche l’arma chimica è ovviamente un altro strumento in mano a questo regime. Altro discorso riguarda il Sud Sudan, che vive una situazione di estrema difficoltà e quindi credo che i passi in questo senso siano da percorrere, anche se non possiamo certo ritenere che sia dotato di grandi arsenali chimici. Non dimentichiamo però che l’arma chimica viene detta ‘l’arma nucleare dei poveri’, perché in realtà qualunque industria chimica teoricamente può trasformare i propri prodotti - che possono essere per la pulizia della casa o componenti per le attività industriali - in armi pericolose. Si tratta comunque di un’arma molto difficile da gestire.

D. – La Convenzione vieta la produzione, l’uso e la proprietà di agenti chimici destinati ad uso bellico: eppure nelle guerre di oggi ancora si parla di tali armi. Perché?

R. – E’ un trattato internazionale e, come tutti i trattati, purtroppo possono essere anche violati. Però certamente è una dichiarazione di volontà, è un segnale positivo a livello regionale per i Paesi vicini, nel momento in cui uno Stato dichiara un determinato atteggiamento, ma è anche un segnale a livello globale, per cui l’intera comunità mondiale, di fatto, riesce ad esprimere una volontà di pace e di distensione. Quindi c’è una pressione morale, politica da parte degli altri Paesi verso quelli che ancora non hanno ratificato o non hanno neppure firmato il trattato affinché ci arrivino. Ovviamente è un’operazione di tipo diplomatico, è una pressione politica, non certamente di tipo militare, come peraltro abbiamo visto nella drammatica vicenda della Siria: una serie di pressioni hanno fatto sì che anche il regime di Damasco, in pieno conflitto, aderisse a questo trattato.