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Rebibbia, flash-mob delle detenute per dire al Papa: "Ti vogliamo bene!"

Flash-mob a Rebibbia - AFP

Flash-mob a Rebibbia - AFP

“Pope is pop” è il balletto improvvisato in onore di Papa Francesco svoltosi stamane nella sezione femminile del Carcere di Rebibbia. Una esibizione che ha coinvolto tante ospiti del penitenziario romano. Ce ne parla Davide Dionisi:

Un flash-mob per dire al Papa “Ti vogliamo bene”, “Francesco sei pop”. Questa mattina cinquanta ragazze, ospiti e non, della sezione femminile della Casa circondariale di Rebibbia hanno ballato e cantato insieme il loro inno di gioia dedicato al Pontefice. Detenute di fedi e culture diverse, ma unite da un’unica passione: quella per Papa Francesco e per il suo messaggio di speranza che arriva anche a chi è in carcere. E soprattutto alla vigilia del Giubileo della Misericordia, hanno fatto sentire forte la loro voce dal luogo di restrizione per eccellenza: il carcere, appunto. Ma come nasce questa iniziativa? Ce lo ha spiegato il suo ideatore, Igor Nogarotto:

R. – “Pope is pop” nasce semplicemente dal fatto che mi abbia affascinato Francesco. Io non sono credente, ma mi sono avvicinato alla Chiesa grazie a lui: grazie al suo carisma, grazie al suo essere un po’ al di fuori degli schemi ma soprattutto per essere proprio … “pop”, popolare. Cioè, la voglia di stare in mezzo alla gente, di stare vicino alle persone che ne hanno bisogno. Quindi è nato questo gioco di parole – “pope is pop” – e da lì, poi, tutto un movimento di persone che ha voluto partecipare a questo messaggio. E tutto questo poteva avvenire, secondo me, solo grazie a questo Papa.

D. – Ma perché la scelta di una figura come quella di Papa Francesco?

R. – Al di là del credo, quando hai un personaggio che ha questa forza ti senti meno solo: hai la speranza che le cose possano migliorare. E questo flash-mob di oggi, secondo me, ne è la testimonianza. Intanto, è il primo flash-mob in un carcere italiano: quindi, già abbiamo scritto una pagina di storia. E’ una cosa incredibile. Ma la cosa che credo sia ancora più storica è che si è realizzata un’utopia. Sono detenute che vengono da Stati diversissimi: Tanzania, Nigeria, Liberia, Sudamerica, Canada, italiane anche, ma anche bosniache, armene, filippine che vivono in questo microcosmo. E’ un microcosmo chiuso. Qui ci sono persone che hanno sbagliato, ma esiste il perdono, esiste la misericordia: una misericordia e un perdono costruttivi, riabilitativi. Sono persone che hanno sbagliato, ma possiamo dare loro la possibilità di essere riinserite nella società, attraverso il sacrificio, attraverso il lavoro, attraverso lo studio, anche attraverso attività artistiche … E questa è un’altra cosa che mi sembra che Francesco dica, essendo vicino alle persone. E in più, questa cosa incredibile che ragazze cattoliche, musulmane e ortodosse ballino insieme in maniera univoca per Papa Francesco, per esportare un modello comportamentale.

Secondo la Direttrice della sezione femminile dell’Istituto di pena romano, Ida Del Grosso, queste iniziative hanno una particolare rilevanza e devono essere sempre accolte con favore:

R. – Qualche volta, in carcere, anche attraverso iniziative come queste si riesce a far passare un messaggio di unità, per esempio. Loro hanno superato le loro differenze di lingue, di culture, hanno lavorato insieme per il ballo: per il ballo, ma per un ballo che aveva un significato grande, il significato di dire: “Papa, stai con noi; ti ringraziamo perché pensi sempre a noi: non siamo le ultime della società”.

Qui è ancora vivo il ricordo della visita del Pontefice al Nuovo Complesso. Nell’occasione furono invitate anche le ospiti che vivono a poca distanza dalla sezione maschile. L’emozione di quella giornata speciale ce le ha raccontate la stessa direttrice.

R. – E’ stato un evento di grandissima commozione: tutte loro, sia prima sia durante, hanno pianto, hanno pregato per i loro figli – per esempio – perché si tratta di donne e quasi tutte sono madri. Alcune hanno i bambini con sé nella Sezione Nido, ma altre sono madri di bambini che hanno all’esterno, con un dolore immenso per la lontananza da loro. Quindi, hanno vissuto quell’esperienza della Messa che il Papa ha celebrato con loro come se fossero persone libere, come se fossero persone che non hanno commesso un reato! In qualche modo hanno potuto anche far vedere ai loro famigliari quanto il carcere possa dare loro delle possibilità: anche quella di incontrare il Papa. Perché no?