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Padre Lombardi: "I miei 25 anni alla Radio Vaticana"

Padre Federico Lombardi - ANSA

Padre Federico Lombardi - ANSA

Il nostro direttore generale, Padre Federico Lombardi, dopo 25 intensi anni di servizio lascia a fine febbraio la Radio Vaticana. Era arrivato nell'emittente nel 1991 come direttore dei programmi, quindi nel 2005 era stato nominato direttore generale. I superiori nel 2001 gli affidarono il Centro Televisivo Vaticano e dal 2006 la direzione della Sala Stampa vaticana, incarico che ancora conserva. Al microfono di Roberto Piermarini, in questa lunga intervista Padre Lombardi ripercorre i suoi 25 anni alla Radio Vaticana:

R. - Quando sono venuto alla Radio non conoscevo direttamente il mondo vaticano, ma prima di essere Provinciale dei gesuiti italiani ero stato alla Civiltà Cattolica per oltre 10 anni e come per altri gesuiti prima di me (penso in particolare ai Direttori Padri Martegani e Tucci) questa era stata un’ottima scuola preparatoria per affrontare le questioni della informazione e comunicazione in sintonia con il servizio del Papa e della Santa Sede. Oltre a seguire con continuità e da vicino l’attività del Papa come non avevo mai fatto, per me le novità più affascinanti erano l’orizzonte mondiale dell’attività di informazione della Radio e la grande internazionalità della comunità di lavoro, con personale di 60 nazionalità, con culture, lingue e alfabeti diversissimiInoltre dovevo abituarmi a un genere di espressione diverso da prima: non più lunghi articoli molto documentati, ma pezzi brevissimi, da dire in uno o due minuti. Un’espressione il più sintetica e il più chiara possibile: in questo credo che la mia formazione matematica mi abbia un poco aiutato. Nei primi 15 anni, dal 1991 al 2005, sono stato Direttore dei programmi, e l’aspetto prevalente è stato l’attenzione ai contenuti informativi, ma non meno la grande vicinanza alla vita delle redazioni e alle molte persone che le costituivano. Rapporti umani molto intensi e profondi, soprattutto con redattrici e redattori, ma anche con tecnici con cui avevo rapporti frequenti anche se non dipendevano direttamente da me. Devo dire che questo forse è stato il periodo più “felice”, in cui ho potuto dedicarmi a tempo veramente pieno alla missione della Radio Vaticana, da mattina a sera praticamente ogni giorno, quasi senza interruzione.

D. - Ma in seguito Lei ha avuto anche altri compiti…

R. - E’ vero. Dal 2001, i Superiori per diverse circostanze mi hanno affidato anche il CTV e dal 2006 si è aggiunta pure la Sala Stampa. Ma dal 2005, con la partenza del P.Borgomeo, sono stato nominato Direttore generale, e questo rispetto a prima era un compito per certi aspetti più amministrativo, che richiedeva meno vicinanza continua alle persone, e quindi in certo senso anche più compatibile con gli altri compiti che mi erano stati affidati nel frattempo e che naturalmente richiedevano una parte consistente del mio tempo. Sommariamente in una giornata normale mi dividevo più o meno così: primo mattino e pomeriggio/sera alla Radio, centro della mattina alla Sala Stampa, fine mattinata al CTV. C’era molto da fare, ma non ho mai pensato di chiedere di lasciare la Radio Vaticana. E’ la missione per cui i miei superiori religiosi mi hanno inviato a servire in Vaticano. L'ho sempre considerata la prima e fondamentale, e mi sono sempre ritenuto impegnato alla fedeltà al servizio delle persone che per prime mi erano state affidate. Naturalmente ho cercato di fare con tutto l’impegno possibile anche gli altri compiti, molto importanti, ma la mia “casa” in Vaticano è sempre rimasta la Radio.

D. - In tanti anni non saranno mancate le difficoltà…

R. - Le difficoltà non mancano mai. Il tempo più travagliato – per quanto riguarda specificamente la Radio – è stato quello delle discussioni e accuse per il cosiddetto “elettrosmog”, per l’attività del Centro Trasmittente di Santa Maria di Galeria. La questione esplose alla fine del Grande Giubileo, nel gennaio del 2001, fu caldissima per diversi mesi, fino all’estate, poi continuò ancora a lungo ma con intensità più ridotta. Naturalmente era duro essere accusati – in modo certamente ingiusto – di fare del male, perfino di uccidere i bambini; ma per fortuna avevamo la coscienza a posto e credo che proprio per questo sapemmo sostenere la prova con responsabilità, pazienza, serietà morale e competenza scientifica.

D. - Quali sono le cose che le hanno fatto più piacere, o rispettivamente più dispiacere in questi anni?...

R. - Quelle che mi davano la gioia più grande erano le testimonianze di ascoltatori che vivevano in situazioni difficili e riuscivano a farci arrivare un messaggio di gratitudine per il nostro servizio. Ricordo le lettere di una infermiera volontaria laica in Somalia, sola in un mondo nella totalità musulmano, che ci ascoltava regolarmente…ricordo le 40.000 lettere di gratitudine arrivate dall’Ucraina nel primo anno dopo la caduta del regime sovietico…e per fortuna gli esempi si potrebbero moltiplicare a lungo. Per contrasto il dispiacere più grande che continuo a portare con me è quello di non aver potuto realizzare un programma in lingua hausa. Era molto intensamente richiesto dai Vescovi della Nigeria settentrionale, una regione che come sappiamo oggi è teatro di violenze e tensioni, dove imperversano i Boko Haram. Io lo avevo già organizzato, praticamente a costo zero, contando su collaborazioni volontarie di religiosi nigeriani a Roma e su contributi realizzati in uno studio radio cattolico in Nigeria. Avrebbe potuto essere ascoltato bene, e l’unico costo aggiuntivo sarebbe stato quello dell’energia elettrica per trasmetterlo, non più di 10.000 Euro in un anno (meno di 30 Euro al giorno…). Avevamo già fatto la prima trasmissione e mi fu imposto di sospenderlo – ritengo per la preoccupazione che la Radio non si “allargasse”…Per i nigeriani fu una delusione molto grave. Per me fu una decisione sbagliata, contraria alla comprensione di una vera necessità umana ed ecclesiale a cui potevamo dare una risposta piccola ma significativa, di attenzione e di sostegno per popolazioni povere e provate…

D. - Ma a parte questo insuccesso, la Radio Vaticana ha fatto molto in questo senso nella sua storia…

R. - Sì. Questo era un caso tipico dei servizi che si potevano – posso dire ancora si possono? – fare con le onde corte e solo con esse. E questo è il motivo per cui noi – anche io personalmente – ne ho difeso pervicacemente l’uso fino ad oggi e sono immensamente grato ai colleghi del Centro di Santa Maria di Galeria che hanno svolto il loro compito con eminente competenza e dedizione, conservando l’operatività del loro Centro – nel suo genere un vero gioiello! - con rigorosa economicità. Naturalmente mi è del tutto chiaro che le tecnologie della comunicazione hanno aperto nuovi spazi importantissimi, e oggi vitali e preponderanti, verso cui bisogna assolutamente riorientare moltissime risorse. Ma nel DNA della Radio Vaticana e della sua missione fin dalle origini e poi in particolare nel tempo della Chiesa oppressa dai totalitarismi, soprattutto comunisti, c’è stato sempre il servizio dei cristiani oppressi, dei poveri, delle minoranze in difficoltà, piuttosto che la sudditanza assoluta all’imperativo della massimizzazione dell’audience. Naturalmente la misura dell’audience va tenuta in conto adeguato, ma non è tutto. Spero che questo non venga dimenticato neanche in futuro nel discernimento sugli sviluppi della comunicazione vaticana. E’ una bella sfida: come tener veramente presenti i poveri, come combattere la “cultura dello scarto” nel mondo nuovo della nuova comunicazione.

D. - Ma Lei è d’accordo che una riforma della comunicazione vaticana era ed è necessaria, e che questo farà cambiare profondamente la Radio Vaticana in cui Lei ha vissuto?...

R. - Certamente, la grande evoluzione nella comunicazione si è imposta anche per i media vaticani ed è per questo che la riforma era necessaria e va realizzata con coraggio, con la consapevolezza e l’apprezzamento della nuova cultura e delle nuove tecnologie che la caratterizzano.
Per questo, soprattutto dai secondi anni novanta alla Radio abbiamo fatto un grande sforzo per entrare nel mondo della comunicazione digitale e della multimedialità, non abbiamo più pensato solo alla produzione di programmi audio, ma abbiamo sviluppato un grande sito multilingue e la presenza nella rete in diverse forme, compreso infine anche l’uso intenso dei social media, passando così dalla unidirezionalità della comunicazione alla interazione. Tanto che quando festeggiammo il 75° della RV nel 2006, io cercai di far passare il discorso che noi ci chiamavamo sì ancora “Radio Vaticana”, ma in realtà non eravamo più una radio nel senso stretto del termine, eravamo diventati un importante centro di produzione di informazioni e approfondimenti multilinguistico e multiculturale che diffondeva il suo servizio con le tecnologie e le forme più appropriate per raggiungere il pubblico nelle diverse parti del mondo: come aveva fatto Pio XI con Marconi, usando le tecnologie più innovative del tempo, così noi facevamo oggi. In realtà io ho amato il nome della Radio Vaticana, che esprime una grande storia, ma nei tempi recenti ho sentito questo nome in certo senso come una trappola, una fonte di equivoco: perché lasciava pensare che noi fossimo bloccati a produrre solo programmi audio per la diffusione radiofonica tradizionale e questo rinforzava naturalmente le obiezioni dei critici, che ci accusavano di spendere molto per un’attività limitata a un medium solo e per di più tradizionale. Questo non era affatto vero, e se solo si guarda il nostro sito lo si capisce. Ma in ogni caso io credo che sia bene ora andare aldilà del nome “Radio Vaticana”, per liberarci dal peso di questo equivoco. Nella riforma in corso questo avverrà naturalmente.

D. - Insomma, Lei vede bene la riforma in corso?...

R. - La riforma è certamente benvenuta. Tutte le volte che mi si diceva che bisognava fare esami e cambiamenti della Radio Vaticana – ad esempio nelle famose riunioni del “Consiglio dei 15 cardinali per lo studio della situazione economica” - rispondevo che certamente erano sempre necessari, ma che ciò avrebbe dovuto avvenire nel contesto di un esame e di una riforma complessiva dei media vaticani, poiché essi venivano da una storia in cui erano nati successivamente e separatamente, come media specifici, mentre ora siamo entrati nel mondo della multimedialità e della convergenza digitale. Quindi sono perfettamente d’accordo che si proceda e mi pare che l’approccio complessivo adottato sia corretto. E’ anche giusto che ne portino la responsabilità persone più giovani di noi, più aperte e più convinte delle possibilità del nuovo.

D. - Si è parlato spesso dei risparmi economici che la riforma dovrebbe portare…

R. - E’ vero, anche se non bisogna dimenticare che l’impegno per il risparmio non comincia da oggi. Alla Radio dal 2003 si è attuato un piano regolare di riduzione del personale complessivo, profittando soprattutto dei cambiamenti tecnologici ma senza licenziare nessuno, che ha comportato la riduzione di circa 70 unità pur conservando la sostanza della produzione dei contenuti informativi. Quindi, a parte la già prevista e da tempo avviata riduzione dell’attività di trasmissione in onde corte e a parte certe indubbie possibilità di risparmio conseguente alla razionalizzazione e al buon coordinamento di certe attività, dubito che si possano fare risparmi radicali senza rinunciare ad attività importanti. Per quanto riguarda la Radio poi, essa ha in realtà garantito una notevole quantità di servizi diversi, che non si limitano affatto alla produzione e diffusione radiofonica. Ad esempio: servizi di produzione e diffusione dell’audio nelle cerimonie e attività vaticane, documentazione al servizio non solo delle proprie redazioni, ma anche più ampiamente dei media vaticani e non, rappresentanza del Vaticano nel mondo delle telecomunicazioni e dei broadcasters internazionali, interpretariato e traduzioni in diverse lingue richieste dalla Segreteria di Stato, ecc. Tutti questi servizi si possono riorganizzare e redistribuire nel più ampio contesto della riforma, ma se non si vogliono eliminare avranno bisogno di personale e strumenti come prima, e in certi casi anche più di prima…E allora i costi continueranno ad esserci, anche se non saranno più imputati alla “Radio Vaticana”… Insomma non bisogna illudersi di poter fare molto di più e meglio investendo meno risorse. La comunicazione costa e continuerà a costare, ma è giusto e necessario continuare ad investire in essa, se no la riforma verrà costretta in una gabbia troppo stretta.

D. - Il prossimo passo della riforma prevede un “accorpamento” di Radio Vaticana e CTV. Lei conosce il CTV, che cosa prevede?...

R. - Sono molto contento di questa prospettiva, che è del tutto naturale. Come Lei ricordava sono stato per oltre 11 anni Direttore anche del CTV, che è stato per me come una seconda famiglia dopo quella della Radio. In quel periodo il mio mandato era di promuovere “sinergie”, ma non è mai stato di pensare a una integrazione, quindi ho cercato di sviluppare la buona collaborazione senza alterare la identità distinta delle due entità. Ma una integrazione è - come dicevo - naturale. Quando si vede una diretta televisiva si vedono immagini e si ascoltano i suoni, le parole del Papa. Finora nello stesso evento le immagini sono prodotte da una istituzione (il CTV) e i suoni da un’altra (la Radio). Strano no? Non per nulla in quasi tutti i Paesi si parla di “Radiotelevisione”. Ma in realtà in ogni caso noi collaboravamo da sempre gomito a gomito. Un’altra dimensione in cui si è lavorato molto insieme è stata quella della presenza nella rete: così i Canali su Youtube, le Videonews degli eventi vaticani, ecc. sono stati sviluppati insieme. Le persone si conoscono e sono abituate a lavorare insieme: non ci sarà difficoltà a sentirsi ancora più strettamente uniti. Faccio solo una considerazione: la piccola dimensione del CTV dal punto di vista del numero del personale gli ha garantito sempre una grandissima agilità di movimento, progettazione e decisione. La “scala gerarchica” era cortissima: era quindi facile decidere e agire…Un organismo più complesso e grande può avere qualche rischio di pesantezza in più. Credo che una delle sfide della riforma sia di  integrare e coordinare i diversi enti mediatici senza appesantire e complicare. Mi auguro che ci si riesca bene.

D. - A suo avviso, quali sono le eredità principali che la Radio Vaticana consegna alla nuova realtà della comunicazione vaticana?

R. - Direi due anzitutto: una culturale e una umana. Dal punto di vista culturale la Radio ha sviluppato e custodito nella sua storia un’eccezionale ricchezza di comunicazione multilinguistica e multiculturale, per inculturare il messaggio dei papi e della Chiesa in molte culture diverse: quasi 40 lingue, in una quindicina di alfabeti diversi, come si vede subito se si dà uno sguardo al sito. Si tratta di una esperienza preziosa dal punto di vista ecclesiale; un laboratorio di unità nella varietà: unità della missione, varietà delle lingue. Vivere alla Radio è una scuola di universalità cattolica. Ritengo che questa ricchezza vada conservata, e sono contento che ciò sia riconosciuto anche nelle linee della riforma. Penso che una sua riduzione per motivo di risparmio economico sarebbe in realtà un vero impoverimento della comunicazione vaticana. In realtà credo che il senso acuto della missionarietà della Chiesa possa farci trovare altre vie per non ridurre la varietà, anzi per arricchirla ancora. Ne abbiamo un segno recente nell’apertura della nuova pagina web coreana nel sito della Radio, da me desiderata da molto tempo e infine realizzata senza spese aggiuntive di personale grazie all’appoggio dell’Ambasciata presso la Santa Sede e della Conferenza episcopale. Sono molto contento che il Prefetto della Segreteria per la Comunicazione e la Segreteria di Stato abbiano accolto con favore questo progetto. Penso che in questa direzione si possa e si debba continuare ad aprire nuovi orizzonti della nostra missione.

D. - Diceva anche una eredità umana. Che cosa intendeva?

R. - Intendo che la comunità di lavoro della Radio, pur nella sua eccezionale complessità per diversità di età e di culture, ha fatto un lungo e non facile cammino di conversione – delle persone e dei gruppi operativi – per passare dalle tecnologie e dai modi di lavorare tradizionali a quelli odierni. Quando sono arrivato alla Radio si usavano solo macchine da scrivere e registratori a nastro: oggi i nostri giovani non sanno neanche che cosa siano…ricordo un viaggio che facemmo in Svizzera con un gruppo di lavoro di tecnici e di redattori per vedere e studiare i primi sistemi di elaborazione ed editing digitale dell’audio per scegliere il nostro…Quanta strada si è fatta insieme! E ora ci sono più di trecento persone dedicate e motivate, che desiderano continuare a impegnarsi per il servizio della Santa Sede con le loro capacità umane e professionali e con la loro motivazione ecclesiale. Vanno accompagnate e valorizzate per quanto possibile. I responsabili della riforma hanno assicurato più volte la stabilità dei posti di lavoro e mi sembrano molto orientati a offrire possibilità di miglioramento e qualificazione professionale. Questo è molto buono. Ora che la riforma si è messa in cammino, se si riuscirà anche a sbloccare lo stallo, ormai un po’ prolungato, dei giusti riconoscimenti di stabilità dei contratti e dei livelli di inquadramento adeguati, si contribuirà alla serenità del clima di lavoro e all’entusiasmo nell’impegno di tutti per camminare per strade nuove e raccogliere nuove sfide di servizio ecclesiale.

D. - Lei è stato l’ultimo Direttore gesuita della Radio Vaticana. Come vivono i gesuiti questa situazione?

R. - Grazie di aver evocato il servizio della Compagnia di Gesù alla Radio Vaticana. E’ un aspetto importante di questi oltre 80 anni di storia, perché fin dall’inizio i Papi la hanno affidata ai gesuiti. Vi sono state figure eminenti nel corso di questo cammino: pensiamo a Gianfranceschi, Soccorsi, Stefanizzi, Martegani, Tucci, Borgomeo e tanti altri, come Pellegrino, Farusi, Quercetti, Maffeo, Giorgianni, Moreau, Matis e più recentemente Arregui, Gemmingen, Koprowski e così via…Tutte persone che sono state felici di dedicare generosamente al servizio del Papa e della Chiesa le loro forze migliori, in certi casi veramente la loro vita. Mi si permetta di dire anche una parola sullo spirito di questo servizio, che siamo sempre stati fieri di svolgere in modo veramente disinteressato. Non lo abbiamo mai sbandierato, ma è vero che il gruppo dei gesuiti in servizio alla Radio non è inquadrato dal punto di vista retributivo come il normale personale vaticano, ma il compenso che viene versato alla loro comunità è calcolato su standard assai inferiori a quelli corrispondenti del personale normale, laico o religioso, permettendo così un risparmio economico non indifferente. E potrei pure aggiungere che portare la responsabilità di una istituzione che ha per natura sua costi considerevoli e non ha praticamente entrate possibili, mette nella condizione un po’ disagevole di dover chiedere sempre molti soldi e non portarne mai. Non molti avrebbero accettato con disponibilità questa situazione per decenni, esponendosi a critiche e obiezioni. Ma noi lo abbiamo fatto senza incertezze, credendo nella missione ricevuta, e credo che nonostante tutto abbiamo fatto anche un buon lavoro insieme ai nostri carissimi colleghi, impiegati, redattori e tecnici. Ora, nel contesto della riforma, il Papa ha manifestato il desiderio che i gesuiti continuino un servizio nel campo della comunicazione; ma non esistendo più la Radio Vaticana, che era loro affidata per Statuto, bisognerà vedere come si possa identificare chiaramente una nuova area di responsabilità dei gesuiti. E’ una questione aperta, di cui i Responsabili della Segreteria per la Comunicazione sono del tutto consapevoli e che certamente approfondiranno in dialogo con i Superiori della Compagnia di Gesù. Intanto, i gesuiti continuano a lavorare serenamente con i loro colleghi e assumendosi le loro responsabilità nell’ambito dell’attività redazionale, informativa e comunicativa di competenza della “Direzione dei Programmi”, affinché il processo di rinnovamento possa svolgersi nel modo migliore. Quindi, andiamo avanti con fiducia, perché la strada diventerà sempre più chiara percorrendola insieme con tutta la buona volontà possibile.