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Papa Francesco \ Udienza Generale e Angelus

Papa: Siria, convertire cuori di chi semina morte e distruzione

La devastazione in Siria - REUTERS

La devastazione in Siria - REUTERS

All’udienza generale in Piazza San Pietro, il pensiero del Papa è andato a quella che ancora una volta ha definito l’“amata Siria”. Il servizio di Giada Aquilino:

Il sedicente Stato islamico (Is) continua a colpire, nonostante su più fronti si intensifichino azioni contro Raqqa, la cosiddetta “capitale” del Califfato in Siria, e Falluja e Mosul in Iraq. Lunedì, una raffica di attacchi suicidi senza precedenti e rivendicati dall'Is ha devastato la zona costiera siriana, a Tartus e Jabla, zone vicine alle più importanti basi militari russe di tutto il Medio Oriente. A quegli “attentati terroristici” il Papa ha fatto riferimento in Piazza San Pietro ricordando le vittime, “un centinaio di civili inermi”:

“Esorto tutti a pregare il Padre misericordioso, pregare la Madonna, affinché doni il riposo eterno alle vittime, la consolazione ai familiari e converta il cuore di quanti seminano morte e distruzione”.

La devastazione dunque non si ferma. I gruppi jihadisti dell’Is in queste ore sono messi sotto pressione dalle forze che puntano alla liberazione di Raqqa, mentre in Iraq si combatte nella zona di Falluja. Qual è allora la strategia dell’Is in questa fase? Risponde Stefano Maria Torelli, esperto di Medio Oriente e ricercatore dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi):

R. – In Siria, l’obiettivo principale e strategico rimane la lotta contro il regime di Bashar al-Assad, che è individuato come il nemico principale da sconfiggere, nell’ottica di allargare il proprio territorio controllato e di poter quindi espandere i confini del sedicente Califfato. Chiaramente, questo è un obiettivo al momento molto difficile da perseguire: le forze di Assad sembrano resistere e anzi contro-avanzare, sostenute anche da attori internazionali come l’Iran e la Russia. Perciò, per esempio, l’ondata di attentati contro città come Tartus nella costa del Mediterraneo e altre ritenute roccaforti della famiglia alawita – quindi del regime di Assad – è un segnale, anche preoccupante, del fatto che l’Is ha ancora almeno le possibilità di condurre degli attacchi di questa portata. E quindi, non si può dire che sia in una fase di ritirata.

D. – In questo momento, forze curde guidate dall’ala siriana del Pkk, con alcune componenti anche arabo-siriane, puntano alla liberazione di Raqqa, la cosiddetta “capitale” del Califfato in Siria. Chi sono questi miliziani?

R. – La “formazione ombrello” che, secondo quanto è stato annunciato, sta conducendo proprio in queste ore operazioni nel tentativo di riconquistare la città di Raqqa si chiama Sdf, “Syrian Democratic Forces", "Forze democratiche siriane”. È in realtà un’alleanza di gruppi armati, tuttavia monopolizzata dall’ala militare del Partito curdo siriano, il quale è a sua volta molto legato al Pkk turco. Quindi, per la grande maggioranza si tratta di milizie siriane curde, sostenute anche apertamente dagli Stati Uniti, al cui interno vi sono pure delle milizie arabe. Questo elemento è molto importante, perché la presenza di combattenti arabi e non curdi è fondamentale nel momento in cui l’obiettivo è quello di riconquistare una città come Raqqa, che per la maggior parte è popolata da arabi e dove i curdi non sono proprio ben visti.

D. – In Iraq, su Falluja, marciano l’esercito iracheno, le milizie sciite di Hashd al Shaabi e i gruppi armati delle tribù sunnite locali che sono fedeli al governo iracheno, con l’aiuto della coalizione internazionale. Che fronte è?

R. – Si tratta soprattutto di forze dell’esercito regolare iracheno. A differenza del fronte siriano, in Iraq c’è ancora un esercito ufficiale dello Stato che sta conducendo le operazioni. C’è poi anche l’apporto di milizie sciite. Gli sciiti, come noto, hanno in Iraq un loro peso e nell’Is hanno forse il nemico maggiore. Quindi, c’è una convergenza di milizie sciite ed esercito regolare iracheno, in uno scenario che è ancora però abbastanza incerto. Infatti, la città di Falluja, a differenza di Ramadi, non è stata ancora riconquistata completamente dalle forze regolari irachene: in questi giorni si continua a combattere e c’è anche un’emergenza umanitaria, perché ci sono decine di migliaia di civili che stanno abbandonando le proprie case con scenari che purtroppo abbiamo già visto in altri contesti.