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A Roma una boutique solidale promossa dalla Caritas

Caritas di Roma - ANSA

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Vestiti e capi d’abbigliamento donati dai cittadini e risistemati per la vendita. Questo è l’obiettivo dell’Emporio Savoia, la boutique solidale inaugurata in questi giorni a Roma. Il progetto, realizzato dalla Caritas di Roma e dall’Ipab Asilo Savoia, ha visto la partecipazione degli ospiti delle strutture Caritas. Alla presentazione era presente anche il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che è stato intervistato da Gianmarco Murroni, insieme al presidente Ipab, Massimiliano Monnanni, e al direttore della Caritas di Roma, Monsignor Enrico Feroci. Il primo intervistato è il presidente della Regione, Zingaretti:

R. - “Qui c’è un esempio di una cosa che sembra impossibile, ma che, grazie in questo caso alla Caritas e all’Ipab, non lo è e cioè cambiare costruendo, e non distruggendo. Questo negozio era chiuso da due anni e mezzo. La Caritas è di gran lunga la struttura – la comunità – più protesa verso l’assistenza nei confronti di chi ha bisogno: sta sperimentando forme nuove di allargamento della sfera di cittadinanza. Quello che è accaduto è che si è messa insieme un’opportunità – un manufatto chiuso da due anni – e immagino quante persone siano passate su questo marciapiede, e guardando le serrande vuote, abbiano detto: 'Ma qua non cambia mai niente!'. Oggi, l’incontro tra questa disponibilità e la Caritas crea una novità positiva, che io mi auguro dia fiducia, su questo concetto semplice: che anche le situazioni più complesse, disperate o difficili, se c’è la buona volontà, in realtà possono cambiare, e in meglio, costruendo il futuro”.

D. – Presidente Monnanni, come funziona questo laboratorio?

R. – Il laboratorio è la parte terminale di un percorso di collaborazione che vede l’asilo “Savoia” insieme alla Caritas diocesana di Roma. Questo è il negozio, la vetrina dove si vendono gli abiti che vengono rimessi in sesto e recuperati da 40 volontari che sono stati formati dalla Caritas; e nello stesso tempo funge anche da laboratorio artigianale per le attività di riparazioni sartoriali. Questo consente alle donne che sono entrate nei circuiti assistenziali di Caritas Roma, di poter avere un percorso occupazionale e quindi un reinserimento sociale e lavorativo. Quindi abbiamo pensato, in un momento di crisi e anche di chiusura degli esercizi commerciali, di destinare questo spazio, che era vuoto da tempo e non era più sul mercato in termini di affitto, ad un’attività che è sociale, di impresa, ma che è anche un sostegno alla rinascita del quartiere.

D. – Quanto è importante per le persone più sfortunate essere coinvolte in progetti come questo?

R. – Io penso che sia un aspetto fondamentale. Come già abbiamo fatto con Caritas per l’Emporio alimentare, oggi con l’Emporio Savoia, che non è alimentare, dimostriamo che, anche nei momenti più sfortunati, bisogna salvaguardare la dignità delle persone. Io penso che tutte le persone, anche quelle più sfortunate, entrando in un negozio o in un supermercato solidale, che quindi si pone il problema di aiutare una persona sfortunata, debbano avere la stessa sensazione e non sentirsi chiuse in un circuito di emarginazione. Noi pensiamo che questo sia un servizio, e anche un modo per recuperare spazi pubblici inutilizzati: cioè trasformali in luoghi di inclusione, in centri di opportunità per le persone più svantaggiate; e ciò in un’ottica di responsabilità ed autonomia, e non assistenziale, in cui il ruolo delle persone in situazioni di disagio è limitato a un ruolo passivo di ricettori o di persone che attendono un beneficio.

D. - Mons. Feroci, la solidarietà è anche offrire una possibilità alle persone più sfortunate…

R. – La solidarietà significa rendersi conto della persona che si ha davanti, e far sì che quella persona possa camminare con le proprie gambe, aiutarla a ritrovare la dignità del proprio vivere. E quindi è stata aperta questa boutique della solidarietà, perché vorremmo che le persone che lavorano possano dire a loro stesse: “Io mangio con il lavoro delle mie mani”. Perché altrimenti la Caritas, in quanto tale, se diventa sempre e solamente quella realtà che dà qualcosa agli altri, può diventare assistenzialismo e rovinare le persone. Dico “rovinare” perché poi le persone attendono che qualcuno faccia qualcosa per loro, e questo non è dignitoso. Quindi questo è il primo passo per una strada nuova che vorremmo intraprendere: continuare ad aiutare veramente chi ha bisogno – questo è necessario –  ma se si possono prendere le persone, farle camminare con le proprie gambe: questo è l’obiettivo che ci è stato messo davanti agli occhi.

D. – Papa Francesco ha raccontato più volte la storia di San Francesco, che si è spogliato delle sue vesti nobili per abbracciare Dio. Questo progetto ricorda un po’ l’atto del donare le proprie vesti per aiutare gli altri?

R. – Sì, io spero che chi dona qualcosa ai poveri non lo doni per liberarsi di quello di cui non ha più bisogno. Nel Vangelo c’è scritto: “Dai il superfluo a chi ha bisogno”, ma il superfluo oggi noi lo intendiamo in maniera distorta: il superfluo non significa: “Non ho più bisogno, non mi serve più”. Il superfluo viene da una parola latina che significa: “ciò che sta sopra”; e ciò che sta sopra significa che è a disposizione di tutti. E quindi tu ti devi rendere conto del bisogno dell’altro; perché il superfluo si misura dalla sazietà dei bisogni o dalla necessità delle persone che si hanno davanti. Ecco, noi vorremo che si misurasse dalla necessità che sta nel cuore o nella situazione di ogni persona. Allora, non è più: “Io non ho bisogno di questo, lo do a te”. Noi abbiamo tutti bisogno di vivere, mangiare, avere una casa, lavorare; e questo per mettersi al servizio di chi è al bisogno.