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Il Papa a Diocesi di Roma: rinunciare ai recinti e avvicinarsi alle famiglie

Il Papa al Convegno della Diocesi di Roma - AP

Il Papa al Convegno della Diocesi di Roma - AP

La pastorale familiare raggiunga ogni famiglia, abbia un atteggiamento di compassione e valorizzi la testimonianza degli anziani. Questo, in sintesi, l’invito del Papa che, nel tardo pomeriggio, ha aperto il Convegno della diocesi di Roma, nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Il tema al centro della riflessione è “‘La letizia dell’amore’: il cammino delle famiglie a Roma alla luce dell’Esortazione apostolica ‘Amoris letitia’ di Papa Francesco”. L’incontro è iniziato con il saluto del cardinale vicario Agostino Vallini. I lavori proseguono domani sera con i cinque laboratori tematici nelle 36 prefetture della diocesi di Roma. Le conclusioni, con la relazione del cardinale vicario e la presentazione degli orientamenti pastorali, sono state fissate per il 19 settembre. Il servizio di Debora Donnini:

Percorrere le strade aperte dal cammino sinodale per comprendere meglio l’Esortazione apostolica “Amoris laetitia”: è quanto il Papa intende fare con il suo discorso al Convegno della Diocesi di Roma. Per aiutare a fare questo delinea, attraverso immagini bibliche, tre fondamentali questioni: arrivare a tutte le famiglie, non mettere in campo una pastorale dei “ghetti” e dare spazio agli anziani con la loro testimonianza.

La vita di ogni famiglia deve essere trattata con cura
Francesco ricorre all’immagine di Mosè a cui Dio dice davanti al roveto ardente di togliersi i sandali. Un’immagine che si declina nel ricordare che i temi affrontati nei due Sinodi non erano “un argomento qualsiasi”, ma “i volti concreti di tante famiglie”:

“Come aiuta dare volto ai temi! E come aiuta ad accorgersi che dietro alla carta c’è un volto, eh? Come aiuta! Ci libera dall’affrettarci per ottenere conclusioni ben formulate ma molte volte carenti di vita; ci libera dal parlare in astratto, per poterci avvicinare e impegnarci con persone concrete. Ci protegge dall’ideologizzare la fede mediante sistemi ben architettati ma che ignorano la grazia”.

“È la fede – dice – che ci spinge a non stancarci di cercare la presenza di Dio nei cambiamenti della storia”. Le famiglie “nelle nostre parrocchie”, con le loro complessità, non sono, dunque, “un problema” ma “un’opportunità”:

“Opportunità che ci sfida a suscitare una creatività missionaria capace di abbracciare tutte le situazioni concrete, nel nostro caso, delle famiglie romane”.

Bisogna arrivare alle famiglie dei nostri quartieri, non solo a quelle che vengono in parrocchia. E questo incontro ci sfida a non dare nessuno per perso:

“Ci sfida a non abbandonare nessuno perché non è all’altezza di quanto si chiede da lui. E questo ci impone di uscire dalle dichiarazioni di principio per addentrarci nel cuore palpitante dei quartieri romani e, come artigiani, metterci a plasmare in questa realtà il sogno di Dio, cosa che possono fare solo le persone di fede, quelle che non chiudono il passaggio all’azione dello Spirito. E che si sporcano le mani”.

In una parola, sottolinea Papa Francesco, questa riflessione “ci chiede di toglierci le scarpe per scoprire la presenza di Dio”:

“E l’identità non si fa nella separazione: l’identità si fa nell’appartenenza. La mia appartenenza al Signore: quello mi dà identità. Non staccarmi dagli altri perché non mi contagino”.

Serve una logica della compassione verso le famiglie
La seconda immagine è quella del fariseo che prega ringraziando Dio di non essere come gli altri uomini. Il Papa mette in guardia dalla tentazione di credere di guadagnare in identità quando ci si differenzia dagli altri. Tutti, invece, “abbiamo bisogno di convertirci” e gridare assieme al pubblicano: “Dio mio abbi pietà di me che sono un peccatore”, dice Francesco. Questo ci fa avere un atteggiamento di umiltà, fa “guardare le famiglie con la delicatezza con cui le guarda Dio”. Ed è proprio l’accento posto sulla misericordia ad aiutare ad avere “il realismo di Dio”:

“Nulla è paragonabile al realismo evangelico, che non si ferma alla descrizione delle situazioni, delle problematiche – meno ancora del peccato – ma che va sempre oltre e riesce a vedere dietro ogni volto, ogni storia, ogni situazione, un’opportunità, una possibilità. Il realismo evangelico si impegna con l’altro, con gli altri e non fa degli ideali e del ‘dover essere’ un ostacolo per incontrarsi con gli altri nelle situazioni in cui si trovano”.

Questo non significa “non essere chiari nella dottrina” ma “evitare di cadere in giudizi che non assumono la complessità della vita”. “Il realismo evangelico si sporca le mani perché sa che ‘grano e zizzania’ crescono assieme”, afferma. Citando “Amoris laetitia”, Francesco dice di comprendere “coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione”. Ma “credo sinceramente”,  afferma, che Gesù vuole una Chiesa che “nel momento in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo”, “non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada”. In una parola: una Chiesa capace di assumere “una logica della compassione verso le persone fragili”.

Il Papa, parlando a braccio, fa riferimento ad un capitello che si trova nella Basilica di Santa Maria Maddalena a Vélazay, in Francia, dove Giuda impiccato viene portato sulle spalle da Gesù. E a don Primo Mazzolari che ha capito la complessità della logica del Vangelo dice:

“E quello che si è sporcato di più le mani, è Gesù. Gesù si è sporcato di più. Non era un pulito ma andava dalla gente, tra la gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere. Torniamo all’immagine biblica: 'Ti ringrazio, Signore, perché sono dell’Azione Cattolica, o di questa associazione, o della Caritas, o di questo o di quello, e non come questi che abitano nei quartieri e sono ladri e delinquenti': questo non aiuta la pastorale”.

Gli anziani, preziosi testimoni dell’amore
L’ultima immagine richiamata è quella del profeta Gioele che parla di anziani che faranno sogni profetici. Il Papa sa le difficoltà dei giovani – il 40% dei ragazzi dai 25 anni in giù non ha lavoro – e si chiede, dunque, quale speranza possano avere. Torna, dunque, un tema caro a Francesco: quello degli anziani e della loro testimonianza. I nonni possono, infatti, testimoniare la gioia di aver fatto una scelta d’amore e averla preservata nel tempo. Scartare gli anziani, come spesso fa la società, porta a perdere “la ricchezza della loro saggezza”, avverte il Papa. E proprio la “mancanza di modelli”, non permette alle giovani generazioni di “avere visioni”, cioè di fare progetti perché si ha paura del futuro. E il Papa ha aggiunto, parlando ancora a braccio, riferimenti alla sua esperienza durante le Messe del mattino a Casa Santa Marta, dove vengono tante coppie che fanno 50 o 60 anni di matrimonio. E il Pontefice esorta a mostrare questo amore ai giovani che invece, magari dopo due o tre anni, vogliono tornare “da mamma”. La testimonianza di chi ha lottato per qualcosa che valeva la pena, invece, aiuta ad alzare lo sguardo, ed è preziosa:

“Loro si sentono scartati, quando non disprezzati. A noi piace, nei programmi pastorali: ‘Questa è l’ora del coraggio’, ‘questa è l’ora dei laici’, ‘questa è l’ora…’. Ma se io dovessi dire, questa è l’ora dei nonni! ‘Ma, Padre, Padre, lei va indietro, lei è preconciliare’! Eh: è l’ora dei nonni, che i nonni sognino, e i giovani impareranno a profetizzare, cioè a fare realtà con la loro forza, con la loro immaginazione, con il loro lavoro, i sogni dei nonni”.

Bisogna rinunciare ai recinti per incontrare gli altri
“Rinunciamo ai recinti”, conclude il Papa, esortando ad “entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri”. L’invito di Francesco è quello di sviluppare una pastorale familiare “capace di accogliere, accompagnare, discernere e integrare”, e di conoscere “la forza della  tenerezza”, “perché la vita a noi affidata” possa svilupparsi secondo “il sogno di Dio”.

Dopo il discorso, il Papa ha risposto ad alcune domande.