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Viganò: vi racconto il primo anno del dicastero per la Comunicazione

Mons. Dario Edoardo Viganò

Mons. Dario Edoardo Viganò

Ricorre oggi il primo anno del Motu Proprio con il quale Papa Francesco ha istituito la Segreteria per la Comunicazione. Al microfono di Alessandro Gisotti, il prefetto del dicastero, mons. Dario Edoardo Viganò, ripercorre questi 12 mesi e indica i prossimi passi nella riforma dei media vaticani:

R. – Io raccolgo le riflessioni intorno a tre punti. Anzitutto un piccolo lavoro ordinario nella costruzione del nucleo iniziale della Segreteria per la Comunicazione: quindi penso all’organizzazione propria di un dicastero nuovo, quel lavoro che va dalla stesura degli Statuti all’organizzazione degli uffici. Questo è stato il primo lavoro. Il secondo è l’analisi dell’esistente: sono 9 le istituzioni coinvolte ed era importante conoscere il loro modello di lavoro, le persone e quindi non tanto una storia di quanto già esiste e ancora meno un giudizio sulla storia dei media vaticani. Un’analisi, invece, per cogliere le professionalità presenti; individuare quelle da far crescere, nella logica della valorizzazione del personale e, soprattutto, nella costruzione di gruppi misti di lavoro. Il terzo aspetto è comunicare: comunicare alle istituzioni. Io personalmente ho girato tutte le istituzioni per raccontare un po’ – a grandi linee – il processo della riforma e poi comunicare ai gruppi la logica di lavoro della riforma, le motivazioni, quali sono i criteri che guidano questo cammino. Un lavoro affascinante, certo anche con quale difficoltà e qualche fatica ma un lavoro decisamente affascinante, che oggi ha visto coinvolte circa 400 persone, per un totale di oltre 140 riunioni. E siamo all’inizio…. Verso fino luglio e certamente a partire da settembre inizieranno dei seminari - seminari che abbiamo organizzato insieme alla Business School della Luiss e alla Facoltà di Management e di Economia della stessa università - e lì alcune persone cresceranno per capire cosa vuol dire lavorare in team, qual è il processo motivazionale… Insomma tutto quel lavoro che è un importante accompagnamento nei processi di riforma.

D. – All’inizio di questo mese, all’inizio di giugno, nella sessione del C9 lei ha potuto aggiornare il Papa e il Consiglio dei Cardinali, che hanno espresso grande soddisfazione sullo stato di attuazione della riforma. Può condividere qualche elemento di questo incontro, oltre a quello che abbiamo potuto leggere nel comunicato pubblicato dalla Sala Stampa nell’occasione?

R. – Anzitutto lo stile di lavoro: io credevo di dover essere presente per un’ora nel pomeriggio, invece - da prima delle 16 fino alle 19 - sono state tre ore di lavoro insieme al Santo Padre e ai nove cardinali. Un lavoro che è stato anzitutto quello di ascolto dei passi che io ho raccontato, che abbiamo fatto tutti insieme, e delle prossime tappe. E poi i cardinali hanno preso la parola e hanno fatto molte, moltissime domande e anche molto concrete, molto tecniche. E’ stato un momento molto importante di conoscenza delle realtà stesse. Penso, ad esempio, quando ho raccontato loro alcuni numeri e questo è importante perché loro devono assumersi l’onore di alcune decisioni. Oltre a questo metodo, prima di concludere, c’è stata l’occasione per sintonizzarsi su alcune questioni molto concrete, in cui ho chiesto l’assunzione di una responsabilità condivisa.

D. – Lei ha più volte sottolineato che la riforma dei media vaticani riguarda non solo le strutture, ma anche i processi di comunicazione. Perché è così importante per lei?

R. – Direi che è la parte vera: è la vera riforma. Qualcuno, in fondo, mi dice: “Certo, fare un portale multimediale è come scoprire l’acqua calda”… E un po’ è anche vero questo, se uno si fermasse su ciò che appare: sì, può essere un portale più bello, costruito meglio, però tutto sommato quello che si vede è quello che si vede già ora pressappoco... La riforma sta in tutto ciò che non si vede e cioè nel sistema attraverso il quale verranno processate le notizie e soprattutto nel sistema di un nuovo workflow del lavoro. I lavori non saranno più individuali, singoli, ma saranno lavori di team – questo lavoro di team è importante – sapendo che nessuno ha la verità in tasca, soprattutto nel mondo della comunicazione. Impariamo a mettere da parte le proprie esperienze per disporsi ad apprendere, perché questa umiltà è l’elemento necessario di ogni riforma. Le strutture sono strutture e come si vede dall’analisi che è stata fatta delle nove realtà, ciò che è penalizzato è il lavoro, il processo appunto: è come se un motore, che ha tutto, non funziona bene e anziché produrre energia producesse solo calore; la macchina si surriscalda e ad un certo punto si blocca. Qui c’è un motore e il problema è che tutto ruoti bene perché funzioni e possa andare veloce, sappia frenare, sappia accelerare quando c’è da superare… Quando c’è qualcosa che non funziona, la macchina si surriscalda ed è un disastro!

D. – Fin dalla prima riga del Motu Proprio, con il quale è stata istituita la Segreteria per la Comunicazione, si sottolinea che il contesto comunicativo è oggi caratterizzato dalla presenza e dallo sviluppo dei media digitali. Come influisce questo dato così forte sulla visione e sulla realizzazione anche della riforma dei media vaticani?

R. – Mettere in relazione, come ha fatto il Santo Padre, il contesto attuale e la necessità della riforma di un sistema comunicativo è quanto di più nuovo e quanto di più proprio della riforma che ci possa essere. Perché? Perché l’attenzione al contesto storico e culturale non è una concessione delle piccole élite culturali, piuttosto è l’elemento centrale nella logica della fede cristiana, perché non dimentichiamo che la fede cristiana è una fede che vive propriamente della dinamica della legge dell’incarnazione e quindi non è pensabile lasciar fuori il contesto. In Italia, nel Secondo Dopoguerra, le modalità di annuncio del Vangelo e di catechesi erano modalità che la Chiesa assumeva molto diverse da quelle che oggi sono le forme attestabili della comunità cristiana in Italia. Quindi, il contesto determina la prassi della Chiesa, nel senso che la comunità, la comunità cristiana, discerne come essere comunità fedele al Vangelo in un contesto culturale oggi mutato. In questo senso l’attenzione al contesto digitale è quella che ci fa assumere come prospettiva quella che io chiamo “User first”: cioè cercare di smetterla di guardarci l’ombelico, nella certezza che gli altri ci ascoltino e ci guardino. Questo non è un presupposto possibile! E’ piuttosto l’atteggiamento di cercare chi sono i nostri interlocutori, ascoltarli, ascoltare il loro cuore, le loro domande; comprendere la modalità di fruizione dei media che oggi loro hanno: se penso ai media oggi, l’85 per cento sono fruiti in mobilità. Se noi facciamo una radio di programmi, già siamo penalizzati da questo punto di vista… Quindi credo che sia un invito – il Motu Proprio - ad uscire dall’arroganza di una comunicazione unidirezionale e sapere che siamo chiamati a raccontare, a narrare il Vangelo della Misericordia a uomini e donne concreti, a uomini e donne che vivono, giorno dopo giorno, immersi nei media.

D. – Nel primo anno della Segreteria per la Comunicazione è nato anche l’account Instagram di Papa Francesco e il successo è stato immediato. Quale lezione si può trarre da un risultato così?

R. – Certamente Instagram è stato una caso di studio, vista la crescita esponenziale. Devo anche dire che è un caso di studio per il fatto che gli elementi di commento maggiori sono gli elementi più di tratto spirituale, di vicinanza, di condivisione. E anche questo è un elemento interessante, perché quando abbiamo avuto gli incontri con i responsabili di Instagram, uno dei suggerimenti fatti dalla loro équipe era quello di postare foto molto "backstage". La scelta è stata diversa, ma non ha assolutamente penalizzato: sembra invece una strada che è particolarmente apprezzata. La lezione non lo so...  i social media permettono di dire qualcosa, di raccontare: un po’ come quelle frecce scoccate al cuore di Dio, che durano un istante; o come quando una persona viaggia per strada, a piedi o in macchina, vede una edicola della Madonna, dice una giaculatoria… E’ un po’ come un mantenere viva nel cuore una dinamica di visione spirituale della propria esistenza.

D. – Il portale unico dei media vaticani è uno dei grande progetti in programma per questo anno. Cosa cambierà per il navigatore interessato all’informazione riguardante il Papa e la Chiesa rispetto a quanto succede oggi?

R. – Il Portale sarà l’assetto visibile di quel processo di cui parlavo: noi vedremo un nuovo portale. L’idea è quella dell’iceberg: noi vedremo una punta, ma è importante tutto ciò che sta sotto. E quindi sarà un portale che avrà video, podcast, immagini, notizie scritte, possibilità di ascoltare live – ad esempio – la radio… Insomma un portale che non sia “molti-mediale”, ma multimediale, pensato perché immediatamente una notizia possa essere processata secondo i linguaggi propri dei vari media. Il vantaggio qual è? Il vantaggio è che non ci sarà più la cannibalizzazione degli utenti, che oggi invece sono utenti basiti, se non addirittura spaesati di fronte a una pletora di portali, di siti e anche di App. Io penso, ad esempio, quanto il portale vaticano non sia stato minimamente visitato il giorno della elezione di Papa Francesco… Siamo stati di fatto inesistenti per il pubblico, che ha preferito il portale di Wikipedia per capire chi era Jorge Mario Bergoglio. Quindi c’è un lavoro da fare molto importante sia di web reputation che di posizionamento. E questo credo che sia molto interessante: cioè diventare noi non una tra le fonti, ma diventare noi la fonte! Non certo la fonte ufficiale, perché questa è la Sala Stampa, ma certamente una fonte importante.

D. – Altro punto forte della riforma dei media vaticani – come è noto – in questo 2016 è l’integrazione della Radio Vaticana e del Centro Televisivo Vaticano. Cosa cambierà per l’ascoltatore e il telespettatore? Cosa migliorerà, secondo lei, per l’utente proprio su quel tema dello “User first”?

R. – C’è un aspetto broadcast anzitutto: quindi certamente ci sarà l’unificazione della Radiotelevisione vaticana, chiamiamola così… poter proseguire in quelle sperimentazioni che già facciamo, soprattutto penso nelle grandi celebrazioni del Santo Padre. Certamente c’è un ripensamento, un riposizionamento e un ampliamento – spero – della copertura di 105, la Radio Vaticana Italiana, perché credo che questa sia molto importante che rimanga radio: è una radio! Quindi è importante che possa venir raccontato, è importante che le persone possano ascoltare la Radio Vaticana, in italiano, probabilmente con molte news, anche in altre lingue. Un radio di flusso su cui bisogna lavorare molto, ma credo che ci siano delle grandi professionalità e si potrà procedere da questo punto di vista. Da ultimo, invece, come diceva già padre Federico Lombardi in occasione dell’80.mo della Radio, quella che noi comunemente chiamiamo “Radio Vaticana” non è più una radio: cioè le redazioni linguistiche sono redazioni che saranno il cuore pulsante, che saranno i protagonisti dell’hub content dell’unico portale: l’unico portale avrà delle redazioni multilinguistiche e multiculturali, in cui ciascuno non solo avrà un approccio testuale, ma anche – per esempio – proseguirà a fare o a fare meglio o fare differentemente quel momento breve – che va dai 12 minuti e in altre redazioni molto di più - di audio, che diventeranno dei podcast, che verranno poi scaricati e messi a disposizione. Quindi questo credo che sia un po’ il cammino che ci attende in questi mesi: un cammino che vede sempre più gente entusiasta di essere protagonista di questo cambiamento e di essere protagonista all’interno di un cambiamento che il Santo Padre, Papa Francesco, ci ha chiesto. Mi accorgo da tutte le email che ricevo e dagli incontri che faccio che c’è davvero grande entusiasmo.