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Strage Istanbul, 41 morti. Bizzeti: paura non vince il terrorismo

Passeggeri fuori dall'aeroporto Atatürk di Istanbul - AP

Passeggeri fuori dall'aeroporto Atatürk di Istanbul - AP

Ancora senza un nome la strage di ieri sera all’aeroporto Atatürk di Istanbul, dove in un attacco terroristico sono rimaste uccise 41 persone, 239 i feriti. Tra le vittime 13 stranieri. Per il premier turco, Yildirim, dietro all’attentato vi sarebbe lo Stato islamico. Il presidente Erdogan, condannando l’accaduto, ha sottolineato che è avvenuto durante il mese sacro islamico del Ramadan. Per oggi proclamata giornata di lutto nazionale. Il servizio di Francesca Sabatinelli:

Si è ripreso a volare all’aeroporto Atatürk, mentre continua il lento riconoscimento delle vittime dell’attacco di ieri sera. Ancora sconosciuta la matrice della strage, che Ankara è decisa ad attribuire allo Stato islamico. Si cerca di ricostruire le azioni del commando, forse composto da sette persone, armate di mitra e cinture esplosive. Una di loro, una donna, sarebbe stata arrestata, altre tre sarebbero fuggite, ma si tratta di informazioni ancora tutte la confermare. Tre i kamikaze che, prima di farsi esplodere nell’area degli arrivi internazionali, avrebbero aperto il fuoco, uno di loro con un kalashnikov. Secondo le prime dichiarazioni non si tratterebbe di turchi. Soltanto venti giorni fa, la città era stata colpita da un altro attacco, con 12 morti e rivendicato dai curdi del gruppo Tak. Altre due invece le azioni terroristiche attribuite all’Is, a gennaio contro il quartiere turistico di Sultanahmet e a marzo nella via dello shopping Istiklal. Il commento di mons. Paolo Bizzeti, vicario apostolico di Anatolia:

R. – Questo attentato si inserisce in una serie di attentati che hanno colpito la Turchia e anche l’Europa in diverse città di primo piano. Dunque, c’è certamente una strategia di destabilizzazione, c’è certamente una volontà di imporsi all’attenzione da parte di queste organizzazioni terroristiche. Il problema di fondo – a mio parere – è molto grave e si può affrontare soltanto se si vincono queste spinte alla divisione, alla contrapposizione. Dobbiamo controbattere alle voci che insegnano l’odio verso gli altri, da qualunque parte esse vengano.

D. – Perché la Turchia?

R. – La Turchia è un crocevia, è una nazione che è stata anche molto ospitale, che ha accolto molti rifugiati. La Turchia è un luogo in cui ci sono tante presenze, la Turchia sicuramente si trova coinvolta nelle vicende del Medio Oriente, essendo in prima linea, essendo a contatto stretto. Poi, certamente, ci sono anche delle divisioni all’interno…

D. –  Lei in questo momento si trova molto distante dal luogo dell’attentato, è ovvio però che le ripercussioni siano in tutto il Paese. Cosa capta in questo momento, all’indomani di una strage di questo tipo?

R. – Certamente, il dolore e lo smarrimento delle persone è generalizzato. Dobbiamo stringerci ancora di più, con affetto, a questa nazione. La gente è smarrita, perché fino a ieri la Turchia è stato un Paese tranquillo e ormai da molti anni… Io credo, però, che le reazioni delle persone non siano diverse da quelle che si respirano a Bruxelles, a Parigi. Ovunque la gente è smarrita, perché vede innalzarsi di nuovo muri, vede di nuovo contrapposizioni, ascolta le parole di queste persone che predicano la divisione, l’odio e la contrapposizione. Allora, dobbiamo capire che le vie della pace passano, prima di tutto, attraverso le parole quotidiane che vengono diffuse: se vogliamo entrare in un reale processo di pace, dobbiamo mettere in un cantone tutti coloro che predicano l’intolleranza, che predicano la mancanza id rispetto degli altri. La gente normale, anche in questo Paese, è convinta che la pace sia possibile. Tuttavia, purtroppo, molti sono i fattori che si sono accumulati in questi anni e che hanno portato a questa situazione, che adesso è un po’ fuori controllo. D’altra parte, non ci si può aspettare, facendo la guerra in alcuni Paesi del Medio Oriente, che poi non ci siano delle conseguenze. E io penso che tutti siamo coinvolti, in vario modo e a vario titolo, nelle guerre che hanno insanguinato il Medio Oriente negli ultimi anni.

D. – Al di là del gravissimo costo umano che queste azioni hanno, ci sono delle forti ripercussioni economiche per un Paese che ha sempre fatto del turismo una importantissima voce del suo bilancio. Stiamo vedendo, in queste ore, che la Turchia sta cercando di tornare rapidamente alla normalità. Lo stesso governo non intende divulgare troppo le drammatiche immagini e ha messo quasi un fermo alle notizie che possono circolare. Perché, secondo lei, questa strategia del governo?

R. – Io credo che le ripercussioni sul turismo, ormai da un anno, un anno e mezzo, siano molto gravi – lo vediamo anche noi riguardo ai pellegrinaggi dei cristiani, che praticamente sono scomparsi. Tuttavia, questa propaganda della paura, questo terrorismo mediatico, fa il gioco dei terroristi. Per cui, io ritengo che effettivamente dobbiamo rispondere al terrorismo continuando a vivere la nostra vita quotidiana con serietà, con impegno, perché queste persone cercano una grande pubblicità per poter esercitare la loro attrattiva. Noi dobbiamo, invece, spingerli in un angolo e far capire che sono persone che non esprimono la volontà della gente, la volontà dei popoli. Per cui, ritengo opportuno che si distingua tra le notizie e quel ricamare sulle notizie che diffonde la paura. Con la paura non si vince il terrorismo!