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Egitto. Prete copto ucciso dall'Is. Mons. Mina: martirio continua

Un check-point di soldati egiziani ad al-Arish, nel nord del Sinai - EPA

Un check-point di soldati egiziani ad al-Arish, nel nord del Sinai - EPA

I terroristi del sedicente Stato Islamico hanno rivendicato l’uccisione di ieri di un sacerdote copto ortodosso ad al-Arish, nel nord del Sinai, in Egitto. Padre Rafael Moussa aveva appena celebrato una Messa in cui aveva condannato “gli attacchi terroristici che minacciano la sicurezza del Paese e colpiscono l’unità della popolazione”. Il sacerdote apparteneva alla chiesa di San Giorgio, la stessa di padre Aboud, ucciso nel luglio di tre anni fa. Prosegue, dunque, il martirio delle Chiese d’Oriente, come conferma al microfono di Roberta Barbi il vescovo copto cattolico di Giza, mons. Antonios Aziz Mina:

R. – Ci sono tantissime forme di martirio. C’è il martirio vero e proprio e c’è il martirio di ogni giorno, quello delle persone che non vedono riconosciuti i propri diritti a causa delle proprie confessioni. Quindi il martirio non è mai finito, continua a vivere nella Chiesa. Questo è il secondo sacerdote della stessa chiesa che è stato martirizzato per le sue idee. I sacerdoti non hanno altra arma che la parola, mentre dall’altra parte ci sono le armi da fuoco.

D. - L’Is ha rivendicato questo omicidio: gli estremisti accusano la comunità copta di essersi schierata con il Presidente al-Sisi che mise al bando i Fratelli Musulmani. Tra l’altro ieri, 30 giugno, ricorreva proprio l’anniversario della grande manifestazione contro Morsi …

R. - La comunità copta non si è schierata con al-Sisi, la comunità copta si è schierata con tutto il popolo egiziano perché da sola non poteva fare assolutamente niente. Il popolo egiziano è riuscito a mettere fine a quel diabolico piano che vede la realizzazione dello Stato Islamico in tutto il Medio Oriente, cioè dall’Iraq fino al Marocco. Loro cercano un motivo per mettere zizzania e dividere il popolo. Per questo insisto sul fatto che siamo tutti egiziani e abbiamo tutti la stessa sorte, perché è vero!

D. - In questo angolo di Egitto dunque non hanno valore i richiami all’unità tra cristiani e musulmani che arrivano dal Cairo?

R. - In tutto l’Egitto ora si comincia a vedere la pericolosità di creare differenze tra cristiani e musulmani. Quindi si ritorna alla vita di prima, che si è un solo popolo che deve tenere saldi i rapporti per vivere meglio.

D. - Come s’inserisce l’Egitto di oggi nello scacchiere mediorientale?

R. – Il peso dell’Egitto nella nostra zona è molto importante da tutti i punti di vista: non solo a livello numerico, ma anche culturale, quindi anche sul piano dell’arte, della scienza, di tutto insomma. Se ci sarà una salvezza per il mondo arabo partirà dall’Egitto. Se la pace verrà raggiunta nel nostro mondo, questo dipenderà sempre dall’Egitto.

D. - Come si vive nel Sinai fuori controllo dove ogni giorno c’è un attentato? La comunità cristiana locale ha paura?

R. - Ha paura ma confidiamo nell’esercito che ha un piano molto efficace per combattere l’Is. Ci sono vittime da tutte le parti, anche tra l’esercito e la polizia. Sentiamo sempre che anche loro pagano un caro prezzo per combattere questi estremisti, nel Sinai e altrove. Quando ci incontriamo esprimono dolore; anche i musulmani quando ci vedono fanno lo stesso. Il dolore è dolore. La perdita di un’anima, di un uomo, è sempre dolorosa per tutti quanti.