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Siria. Staffan De Mistura (Onu): fermare le bombe su Aleppo

Civili in Siria - REUTERS

Civili in Siria - REUTERS

In Siria non si fermano gli scontri ad Aleppo: ieri almeno 25 persone, tra cui due bambini, sono rimaste uccise nei bombardamenti. L'Onu chiede una tregua umanitaria per la città che dal 2012 è divisa in due zone: quelle occidentali controllate dai governativi e quelle orientali occupate dalle varie fazioni ribelli. Luca Collodi ha intervistato l'inviato speciale dell'Onu per la Siria, Staffan De Mistura, presente a Rimini per il Meeting promosso da Comunione e Liberazione:

R. – La popolazione della città, dall’una e dall’altra parte – parliamo di due milioni di persone – ha bisogno di aiuto, ma soprattutto di una tregua. Ambedue le parti della città sono bombardate dall’una e dall’altra parte. La parte Est perché da più di quindici giorni ha la strada tagliata; la parte Ovest perché da ormai un mese è in piena zona di conflitto.

D. – Non c’è il rischio che questa tregua possa portare al riarmo le due parti in conflitto?

R. – C’è sempre questo rischio. Ed è il motivo per il quale attualmente quello che abbiamo chiesto è che non si chiami “tregua”, ma “pausa”: è una pausa dai combattimenti per 48 ore ogni settimana. Non è ancora la tregua di Aleppo, ma almeno dà respiro, ossigeno, alla popolazione; perché ci dia il tempo di organizzare una vera tregua.

D. – Le Nazioni Unite sono preoccupate per l’aspetto umanitario della città di Aleppo…

R. – Enormemente. Parliamo di due milioni di persone e di 140mila bambini: bambini come Omran. E parliamo del fatto che l’acqua era diventata e può ridiventare un problema. Siamo ancora in un clima caldo: medicinali, ospedali colpiti, cibo che non arriva nella parte Est ed è molto caro nella parte Ovest. È una popolazione che ha subito già cinque anni di guerra.

D. – L’esito del dialogo tra Russia, Turchia e Iran può cambiare il corso della guerra ad Aleppo, in Siria?

R. – Ogni dialogo è utile. Il vero problema è che finora c’erano vari dialoghi e varie agende.

D. – È possibile oggi distinguere tra ribelli e jihadisti?

R. – Si deve distinguere e sono loro stessi che devono distinguersi.