Leggi l'articolo Vai alla navigazione

Social:

RSS:

Radio Vaticana

la voce del Papa e della Chiesa in dialogo con il mondo

lingua:

Vaticano \ Papi Precedenti

Mons. Andrich: l'umiltà è la grande eredità di Giovanni Paolo I

La casa Natale di Giovanni Paolo I - RV

La casa Natale di Giovanni Paolo I - RV

A Canale d’Agordo concelebra la Messa per il 38.mo anniversario della salita al Soglio Pontificio di Albino Luciani anche il vescovo emerito di Belluno, mons. Giuseppe Andrich. Il presule ricorda la figura di Giovanni Paolo I al microfono del nostro inviato Massimiliano Menichetti ha intervisto il vescovo emerito mons. Andrich:

R. – L’ho conosciuto quando ero ragazzo e nelle parole dei miei paesani e suoi conterranei è sempre stato venerato come un vero prete: “don Albino”, “don Albino”… La parola sua era riportata con un’autorevolezza particolare, perché se diceva qualcosa lo diceva per il bene degli altri ed era molto, molto stimato in Paese.

D. – Papa Giovanni Paolo I ribadiva: “Raccomando sempre non solo la grande carità, ma le piccole opere di carità…

R. – A proposito di questo, io credo che abbia mutuato moltissimo da San Francesco di Sales, la sua spiritualità e anche la visione che occorreva avere in quel momento storico della sua vita, dell’importanza del laicato e in particolare della famiglia. Quindi, con ottimismo, con fiducia nelle persone, individuare quali erano gli atteggiamenti veramente essenziali per la vita di un cristiano e di un laico, chiamato a professare la sua fede e viverla nella secolarità.

D. – Sempre con un occhio grande verso l’amore di Dio, ribadiva: “Noi siamo oggetto, da parte di Dio, di un amore intramontabile”: c’è questa grande apertura…

R. – Certo, certo. Le sue frasi erano: “Se tu tradisci l’amore di Dio, Lui non ti tradirà mai. Lui è fedele e in particolare nei confronti di quelle persone che non si accorgono più del suo amore”. Quindi, anche se magari non usava la parola misericordia, ma l’amore sconfinato di Gesù sempre fedele, nonostante qualsiasi incorrispondenza da parte dei suoi seguaci e degli uomini.

D. – Papa Luciani nel suo primo Angelus, il 27 agosto del 1978, ribadisce: “Non ho né la sapientia cordis di Papa Giovanni né la preparazione e la cultura di Papa Paolo”, e sottolinea: “Dovrò cercare di servire la Chiesa”, e chiede preghiere, affidandosi. Il suo motto è “Humilitas”. Veramente, tutto nel segno dell’umiltà…

R. – In quel sabato sera, quando fu annunciata la sua elezione io lo ricordo bene: ero parroco… Quelle parole che disse, l’umile richiesta che noi conoscevamo, le sentivamo così coerenti con la sua umiltà, con il suo atteggiamento, era veramente qualcosa di vero, qualcosa che anticipava anche quello che è avvenuto nell’elezione di futuri Papi, perché sentiva che il bisogno di ognuno di noi è avere quell’aiuto dall’alto per cui il Signore se dà un compito, dà anche le grazie per assolverlo.

D. – Qual è l’attualità di Papa Luciani, la sua eredità?

R. – L’umiltà che sempre ha prediletto come enunciato, ma anche come pratica di vita. E l’ascolto. L’umiltà e l’ascolto credo siano veramente una eredità da raccogliere, oggi.

D. – Qual è il segno, l’aspettativa per tutti i pellegrini e i fedeli, che partecipano oggi a questa giornata?

R. – Credo sia anche la riconoscenza, perché il Segretario di Stato che viene, che celebra, possa portare quella parola che corrisponde oggi a quello che Dio ci chiede, comunità cristiane e a noi cristiani, in un momento di grave difficoltà, soprattutto per avere fiducia in quello che viene non dalla scaltrezza umana, ma dalla Parola di Dio.

Tanta l’emozione degli abitanti di Canale d’Agordo che ogni anno ricordano il loro “don Albino”, sacerdote vescovo, patriarca di Venezia e poi Papa. Al microfono del nostro inviato, Massimiliano Menichetti, il sindaco Rinaldo De Rocco:

R. – Mi vengono in mente tante cose... Quando “don Albino”, come noi affettuosamente continuiamo a chiamarlo, è stato eletto Pontefice, io ero un emigrante in Germania. Erano circa le 19 di sera, quando al telegiornale vidi la figura del Papa e naturalmente mi commossi al pensiero che un mio compaesano era diventato Papa.

D. – Praticamente tutti in paese lo chiamano “don Albino” e non Papa Luciani…

R. – Noi continuiamo a dire affettuosamente “don Albino”, perché eravamo abituati a chiamarlo così. Quando veniva a trovarci, predicava in Chiesa, era sempre tanto disponibile, affabile con tutti. Diceva sempre: “Bisogna parlare in maniera chiara, affinché chiunque riesca a capire quello che si dice”. Riusciva a trasmettere i suoi pensieri e quello che voleva dare sia ai bambini sia agli adulti con una semplicità estrema. E questo – la sua persona – colpiva e ha sempre colpito la gente.

D. – Grande anche la sua attenzione verso i bisognosi…

R. – Anche lui da piccolo aveva patito la fame. Durante la Seconda Guerra mondiale, aiutò i parroci affinché potessero portare aiuto alle famiglie e soprattutto agli ammalati e a coloro che ne avevano bisogno. Poi, quando era a Venezia – diciamolo francamente – non girava quasi mai vestito da cardinale o da Patriarca ma con una tonaca nera e andava a trovare gli ammalati, le persone che avevano bisogno, gli operai… Il papà fu emigrante per tanti anni e sapeva cosa voleva dire l’emigrazione: il lavorare e il sacrificarsi per poter mantenere la famiglia... E ha cercato di fare tutto quello che poteva per tutte le persone che avevano bisogno di aiuto.

D. – Papa Luciani è una figura che è nel cuore di migliaia di persone. Che cosa ha lasciato soprattutto, secondo lei?

R. – Gli scritti che ci ha lasciato e le sue testimonianze dimostrano veramente l’attaccamento alla Chiesa, con una visione anche moderna dei problemi che possono avere le famiglie. L’esempio che ci lascia è soprattutto l’obbedienza – l’obbedienza alla Chiesa e al Papa – e l’amore che deve sovrastare tutto: l’amore per Gesù Cristo e per Dio. Ci lascia una grande testimonianza di pace e amore. Sono passati 38 anni da quando salì alla cattedra di Pietro e anche da quando il Signore se lo riprese con sé. Però, in tutti questi anni non si è mai affievolito l’amore per Papa Luciani. Tanto è vero che abbiamo quaderni, quaderni e quaderni scritti dalla gente che arriva a Canale, e nei quali le persone ringraziano e chiedono suppliche.

D. – In qualità di primo cittadino, cosa vuole dire ai pellegrini e ai tanti turisti che arrivano a Canale d’Agordo?

R. – Spero che i pellegrini che continuano ad arrivare, specialmente adesso con il nuovo museo, trovino soddisfazione, ma proprio nel loro cuore dei momenti di pace, affinché coloro che pregano, vengono e chiedono una grazia, possano riceverla. E possano portare con loro, quando escono da Canale d’Agordo, questa pace, gioia e amore che Papa Luciani può dare loro.


(Massimiliano Menichetti)