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Al via a Roma la mostra transmediale su "Quo vadis"

Immagine tratta dal film "Quo vadis" di Enrico Guazzoni (1913) - RV

Immagine tratta dal film "Quo vadis" di Enrico Guazzoni (1913) - RV

Al via questa domenica presso l’Istituto polacco di Roma la Mostra dedicata a “Quo vadis, la prima opera transmediale” che ricorda la scrittura e il successo del famoso romanzo storico di Henryk Sienkiewicz. In programma nei prossimi giorni anche un interessante convegno alla Casa del Cinema, accompagnato dalla proiezione di alcuni film tratti dal capolavoro. Il servizio di Luca Pellegrini:

“Bisogna che nella letteratura ci sia più compassione e felicità che non nella realtà”. Queste parole Henryk Sienkiewicz le scriveva nel 1895 ad un amico, dieci anni prima di vincere il Premio Nobel per la letteratura. In quell’anno cominciava anche ad essere pubblicato a puntate il romanzo storico che lo avrebbe poi reso famoso nel mondo: “Quo vadis”. I fasti della Roma neroniana, il martirio dei cristiani, il grande incendio e il grande eroismo, l’amore e la lotta: fu un successo enorme. Che viene ricordato a Roma ripercorrendo le tappe storiche che hanno portato alla scrittura del capolavoro, per capire le ragioni che lo hanno fatto diventare un fenomeno della cultura di massa, veicolato anche dall’appropriarsi quasi subito del cinema. Coinvolgeva certo i lettori e gli spettatori la segreta passione tra il tribuno Marco Vinicio e la cristiana Licia, incarnando quest’ultima l’eroina di quella che lo stesso Sienkiewicz vedeva come una “grande epopea cristiana”. Monica Woźniak, docente di Letteratura polacca alla Sapienza di Roma e curatrice della Mostra, interpreta per noi questa immagine dello scrittore:

R. - Sienkiewicz era sempre attratto da grandi romanzi epici. Infatti aveva cominciato la sua carriera con una grande saga sulla Polonia seicentesca, chiamata “La trilogia”. Però, avendo sempre amato molto i classici e avendo soggiornato anche diverse volte a Roma e in Italia, si era innamorato proprio della Roma antica e voleva in qualche modo evocare questo mondo e ricostruirlo nel suo romanzo, anche sullo sfondo del grande scontro tra il mondo romano in decadenza, il mondo pagano, e la nascente cristianità.

D. - Nel Novecento il successo del romanzo sembrò inarrestabile, dopo la Seconda Guerra Mondiale quasi sparì dagli scaffali e dall’interesse. Quali sono secondo lei le ragioni?

R. - Penso che ci siano diversi fattori e che “Quo vadis”, in quanto romanzo, e lo stesso Sienkiewicz, sia stato “divorato”, se possiamo dire così, dal suo stesso successo a livello popolare, a livello della cultura di massa. E infatti anche a questo vogliamo dedicare il nostro convegno che sarà un convegno interdisciplinare durante il quale noi discuteremo anche della presenza di “Quo vadis” in diverse altre arti. Era un tema che piaceva ed era un tema che in qualche modo incitava la fantasia dei lettori. Però se noi pensiamo al romanzo di “Quo vadis”, la cosa che lo distingue da altri tantissimi romanzi simili è prima di tutto una buona preparazione, la conoscenza degli autori classici che ha permesso a Sienkiewicz di creare questa visione del mondo antico così vivace, così tangibile. Infatti, soprattutto tra i romani, c’erano tantissimi che hanno cominciato a guardare la propria città con occhi diversi, a riscoprirla, grazie proprio al romanzo.

D. - Professoressa, lei ritiene “Quo vadis” il primo esempio di una vera e propria “transmedialità” dell’epoca moderna, proprio quella che la Mostra esemplifica in modo attento. Che cosa significa?

R. - Pensiamo all’influsso che “Quo vadis” ha avuto su altre arti: sul teatro, sulla musica, anche sulla poesia dialettale, ma soprattutto sul cinema. Sul cinema infatti si è scoperto il potenziale di “Quo vadis” fin dall’inizio, fin dai primi anni dell’esistenza. Il primo adattamento di “Quo vadis” risale al 1901. Però, soprattutto se pensiamo al film di Enrico Guazzoni del 1913, è un film basato su “Quo vadis” ed è un film importantissimo per lo sviluppo del cinema, per la storia del cinema. E’ il primo kolossal storico italiano, il primo film che utilizza non i fondali ma delle decorazioni vere, il primo lungometraggio, quasi due ore. E poi le illustrazioni, le immagini del film, che diventano a loro volta l’ispirazione per altre opere. Per esempio, adattamenti teatrali e cinematografici hanno ispirato poi dei sonetti in dialetto romanesco, anche in napoletano, che raccontavano la storia di “Quo vadis”, però la storia proprio di come venne girato questo adattamento. Dunque, insomma, c’è tutta la stratificazione che passa attraverso diverse dimensioni della cultura.