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Turchia: caccia a un 28enne kirghizo per l'attacco di capodanno

Foto in ricordo delle vittime dell'attentato di Istanbul - AP

Foto in ricordo delle vittime dell'attentato di Istanbul - AP

In Turchia continua la caccia all’attentatore che nella notte di capodanno ha ucciso 39 persone in una discoteca di Istanbul. I sospetti si concentrano su un 28 enne di origine kirghize, arrivato in Turchia da poco più di un mese. 14 le persone finora fermate nell’ambito delle indagini sull’attacco, rivendicato dallo Stato Islamico. Tra queste la moglie del presunto killer e gli agenti immobiliari che gli avevano affittato casa nella città di Konya, nel centro del Paese. Intanto il governo ha annunciato un probabile prolungamento dello stato d’emergenza in vigore da luglio per altri tre mesi. La nazionalità del ricercato sposta i riflettori sul jihadismo in Asia centrale, come spiega Stefano Silvestri, consigliere dell’Istituto Affari Internazionali al microfono di Michele Raviart:

R. – Da parecchio tempo, soprattutto dalla guerra in Afghanistan, in realtà, il fenomeno dell’estremismo islamista ha preso piede nelle ex repubbliche sovietiche. La Turchia naturalmente è collegato a questo perché molti di questi popoli sono di origine turca, condividono in qualche misura le origini, ma anche in parte le lingue che parlano hanno radici analoghe. E quindi la Turchia ha sempre tenuto aperto il confine per queste persone. C’è stata spesso un’immigrazione in Turchia da parte di kirghisi, turkmeni, uzbeki. Quindi non meraviglia che ci siano queste minoranze e non meraviglia che tra queste minoranze ci siano dei jihadisti.

D.  – Abbiamo visto chiaramente che ci sono legami religiosi, culturali, linguistici. Allora, perché la Turchia è un obiettivo?

R. – La Turchia per un certo periodo ha favorito i movimenti jihadisti nel mondo arabo, in particolare in Siria. Poi, lentamente, ha rotto i legami e nell’ultimo accordo con russi e iraniani ha invertito la sua posizione contribuendo a coagulare una parte più realista, moderata, che si appoggia alla Turchia e che è disposta, per un periodo perlomeno, ad accettare Assad. Però questo, nello stesso tempo, ha spinto altre minoranze a diventare più jihadiste perché adesso vedono i jihadisti come gli ultimi rivali rimasti di Assad. La Turchia in un certo senso è diventata un obiettivo ancora più forte per i jihadisti.

D. – C’è il rischio di instabilità in questi Paesi in queste aree dell’Asia centrale, da dove vengono questi jihadisti, sulla falsariga di quello che è successo con lo Stato Islamico in Siria e in Iraq?

R. – Ci sono rischi qua e là e ci sono stati anche momenti di tensione abbastanza forti. Però ricordiamo che in questi Paesi c’è ancora una struttura di polizia e di Stato forte, ereditata dall’Unione Sovietica, che finora ha represso con molta forza questi movimenti, non è riuscita ad eliminarli però non credo che riusciranno a rovesciare i governi.

D. – Come si comporta la comunità internazionale nell’affrontare, prevenire o affrontare il terrorismo in questi Paesi dell’Asia centrale?

R. – Direi che a  livello internazionale si lascia mano libera a questi governi. La cosa non suscita grande interesse, se ne sa pochissimo. Sono anche Paesi abbastanza isolati. L’interesse viene quando si rischia che ci siano delle saldature tra talebani e minoranze jihadiste nel Turkmenistan o in Uzbekistan, che possono in qualche maniera accrescere i problemi, per esempio, in Afghanistan.