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Vicariato propone corso di formazione alla luce dell'Amoris Laetitia

Il cardinale vicario Agostino Vallini - ANSA

Il cardinale vicario Agostino Vallini - ANSA

Prende il via oggi, al Pontificio Seminario Romano Maggiore, “Fare pastorale familiare”, un itinerario di formazione per operatori di pastorale familiare, fondato sui contenuti dell’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia. Otto gli incontri a cadenza quindicinale, più due giornate di ritiro fino al 21 maggio. “Con questa iniziativa – spiega mons. Andrea Manto, incaricato del Centro diocesano per la pastorale familiare – si intende creare una equipe di famiglie che possa affiancare i vescovi di settore, trovare coppie che, assieme ai parroci e ai movimenti, sappiano far nascere e portare avanti la pastorale familiare per prefettura. Perché la fede si rafforza donandola e condividendola”. Francesca Sabatinelli ha lo intervistato:

R. – La diocesi di Roma sta facendo un grosso sforzo di rilancio della pastorale familiare per creare sinergie tra tante realtà che già esistono e che sono operative nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti e che hanno a cuore la famiglia. Anche per rileggere la ricchezza che c’è, le esperienze che ci sono, nella luce nuova della “Amoris Laetitia” e sostenere sempre di più un cammino che renda la famiglia stessa soggetto di pastorale familiare, quindi protagonista di un lavoro di pastorale familiare. Direi che il percorso che i due Sinodi e l’Esortazione di Papa Francesco ci indicano è quello di partire dalle famiglie così come sono e far diventare proprio il loro quotidiano una spinta, una forza da mettere in gioco, perché la bellezza, il vissuto della famiglia possa diventare contagioso, nel senso: capace di attrarre, di stimolare, di creare sempre più comunità guardando a una Chiesa come famiglia di famiglie.

D. – Il cardinale vicario, nello spiegare l’applicazione di “Amoris Laetitia”, ha sottolineato in passato che la via del Papa ai divorziati risposati è un invito al discernimento. Allora, che cosa fare, come fare per seguire le persone segnate da quello che è stato definito “l’amore ferito e smarrito” rimanendo "fedeli alla dottrina della Chiesa"?

R. – La relazione conclusiva del cardinale vicario è stata ampia, su questo tema, ci ha indicato tante vie. Il primo concetto importante è lavorare per rinforzare la famiglia, lavorare – come anche “Amoris Laetitia” chiede – sulle persone, sulle famiglie o anche sulle coppie che magari già convivono, ma desiderano accostarsi al Sacramento e vivere con maggiore consapevolezza una scelta di vita, la vocazione al matrimonio. Poi, c’è il tema delicato delle persone che hanno una precedente unione fallita, che hanno poi intrapreso una nuova unione con altre persone. Su questo, anche, il cardinale ha voluto essere chiaro dicendo che in primo luogo l’“Amoris Laetitia” sgombra il campo da atteggiamenti di chiusura. Le situazioni delle persone, in qualunque stato della loro vita matrimoniale si trovino, riguardano comunque cristiani che vanno accolti, accompagnati e poi anche – dopo opportuno discernimento – integrati sempre più nella vita della Chiesa. Rispetto a questo, ci stiamo attrezzando per valorizzare esperienze che sono già in atto. C’è la necessità di un ripensamento che integri e che aiuti a entrare nella fatica e anche nell’impegno di seguire caso per caso le situazioni e di arrivare anche a integrare il rapporto tra la coscienza e la norma, cercando di evitare però sia quello che il cardinale dice essere un atteggiamento anche un po’ superficiale di un certo lassismo, così come quello di una chiusura e di un rigorismo che non consentirebbero di sviluppare una efficace azione pastorale che tenga conto – sono parole del cardinale – dell’accompagnamento, del primato della persona sulla legge.

D. – Quindi, quale dev’essere la caratteristica principale del percorso di accompagnamento previsto nei confronti di persone che per varie ragioni non arrivano alla nullità matrimoniale?

R. – Il cardinale ha accennato alla possibilità di una proposta di vita cristiana che possa anche far rivedere lo spirito e l’atteggiamento che si tiene in queste nuove unioni, dicendo che una cosa è il matrimonio che è naufragato nonostante tentativi di tenerlo insieme, oppure quando un membro della coppia abbia subito violenza psicologica, fisica o semplicemente una ingiusta e irrimediabile chiusura da parte dell’altro componente, che si è fatto carico di questo abbandono e, pian piano, con fatica, ha ricostruito una unione stabile, duratura e solida. Questo è diverso dal cambiare con superficialità, passando da un’unione all’altra, disinvoltamente. Questo lavoro di discernimento è un lavoro che richiede anche formazione morale e spirituale sempre più approfondita nei sacerdoti; richiede anche un tempo e un cammino per non banalizzare il tema del matrimonio. Oggi, sempre più, si vede il tema di giovani che decidono di non sposarsi o di convivere o di persone che dopo il naufragio, il fallimento di un matrimonio vivono una sorta di situazione non definita. Credo che il nostro tempo richieda la capacità di fare arrivare a tutti il messaggio e la misericordia ma anche l’esigenza di una maturazione nell’amore e nella capacità del donare se stessi con autenticità, con fedeltà e con vera passione, che vuol dire insieme gioia ma anche capacità di sacrificio, orientati a costruire qualcosa che sia un elemento solido della propria vita. In fondo è qui che si gioca il destino eterno e, se mi permette, anche il destino della società: nella capacità di avere riferimenti stabili e uno stile di comunione e di condivisione che parta dal nucleo familiare come suo motore.