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Caritas: bene i lavori socialmente utili per richiedenti asilo

Richiedenti asilo e immigrati a Torino - ANSA

Richiedenti asilo e immigrati a Torino - ANSA

Saranno presentate mercoledì al Parlamento, dal ministro dell’interno Minniti, le nuove misure in materia di immigrazione. Tra le novità, la proposta di prevedere l’impiego dei richiedenti asilo in lavori socialmente utili nel periodo di attesa della risposta alla loro istanza. Obiettivo di fondo del pacchetto una distinzione più netta tra profughi e immigrati irregolari per i quali si intendono incentivare i rimpatri anche con accordi con i Paesi di provenienza. Tra gli altri provvedimenti l’apertura  di nuovi Cie, Centri di identificazione ed espulsione, con 100 posti ciascuno al massimo, lontani dai Centri, preferibilmente vicino agli aeroporti. Assicurata, sembra, la presenza all’interno della struttura, di un garante per verificare che siano rispettati i diritti degli immigrati. 

Decisamente contraria alla proposta del lavoro ai richiedenti asilo la Lega secondo cui ci troviamo di fronte ad una farsa e di una “genialata” del governo Pd e dei centristi. Adriana Masotti ha sentito Oliviero Forti, referente per l’immigrazione della Caritas italiana:

R. – Noi ci siamo sempre espressi favorevolmente rispetto alla possibilità di rendere attive delle persone che spesso – purtroppo visti i lunghi tempi delle procedure – sono invece in una situazione di inattività, che non fa certo bene a nessuno… Già nel passato avevamo sottolineato l’importanza della Circolare che il Ministero dell’Interno nel 2014 aveva emanato proprio per attività di volontariato all’interno dei Centri in cui vengono ospitate queste persone. Oggi noi pensiamo addirittura un' attività che sia proprio di collaborazione nella gestione dei Centri, come avviene anche in altri Paesi. Si parla di lavori socialmente utili nella proposta del governo: anche questi avrebbero sicuramente un esito positivo per loro e per chi li accoglie.

D. – Al di là dell’occupare la giornata, questo lavoro socialmente utile sarà pagato? Che cosa avete capito voi?

R. – Rispetto a questo non abbiamo ancora elementi. Diciamo che se passiamo dal volontariato puro al lavoro socialmente utile, noi crediamo che debba essere remunerato. Trovare il giusto equilibrio tra un contributo attraverso i lavori socialmente utili e un’attività remunerata: crediamo che questa sia la via migliore. Ci rendiamo anche noi disponibili a discuterne per trovare una formula che sia accettabile e che sia soprattutto accettata da tutti.

D. – Assolutamente contraria a questa idea di far lavorare – dice – i clandestini è la Lega, che ha appunto commentato: “Siamo alla farsa! Dare lavoro ai clandestini, invece di pensare agli italiani…”.

R. – Noi rigettiamo il linguaggio che viene ormai sovente utilizzato da questi partiti ideologicamente orientati, perché non si tratta di clandestini: sono richiedenti asilo e quindi persone che hanno il diritto di fare una domanda di protezione internazionale, al netto del fatto che verrà accolta o meno. Quindi ci troviamo di fronte a delle persone! Affermazioni di questo tipo chiaramente non hanno alcun altro intento se non quello di alzare ulteriormente le preoccupazioni, che già serpeggiano diffuse in tanti contesti territoriali. Per cui crediamo che una situazione così complessa e un tema anche così difficile debba essere sempre affrontata con grande equilibrio ed onestà intellettuale.

D. – Sembra che l’Italia si avvii a segnare, sempre di più, una differenza tra profughi e irregolari e che per questi ultimi si vogliano incentivare le procedure di rimpatrio, anche con accordi con i Paesi di provenienza. Come vede lei quest’orientamento?

R. – Ci sono due piani che vanno considerati. Il primo è la normativa vigente, che evidentemente di fronte ad un rifiuto della domanda di protezione internazionale fa sì che la persona cada in una condizione di irregolarità e quindi debba essere rimpatriata: poi nei fatti questo non avviene, perché non ci sono gli accordi; quelli che ci sono, sono molto deboli e quindi l’effetto è quello di avere tante persone in condizione di irregolarità che – ci tengo a sottolinearlo – non fa mai equazione con criminalità. Questo è quello che oggi noi abbiamo ed è purtroppo uno dei grandi temi che andranno affrontati urgentemente. Il secondo piano: diciamo anche che c’è una normativa a livello internazionale che andrebbe completamente rivista, perché questa distinzione tra chi fugge dalla guerra e chi fugge dalla fame non è più accettabile. Noi continuiamo a dirci, guardando i volti di queste persone, perché un cittadino che proviene dal Mali e fugge da una condizione di grande precarietà esistenziale, perché non ha veramente di come mettere insieme il pranzo con la cena, debba essere considerato soggetto di serie B rispetto a chi fugge dalla guerra in Siria. Se non si fa una seria e profonda riflessione su questi temi - ovvero sulle cause – chiaramente ci troveremo sempre a ragionare su questa dicotomia che vale da un punto di vista giuridico ma che nei fatti non trova alcuno spazio.