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Papa: mafia e terrorismo, cultura di morte opposta al Vangelo

Papa Francesco - REUTERS

Papa Francesco - REUTERS

Il fenomeno mafioso, “da osteggiare e da combattere”, è “espressione di una cultura di morte”, che “si oppone radicalmente alla fede e al Vangelo”. Così il Papa rivolto ai 40 membri della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ricevuti stamane in Vaticano. Non vi scoraggiate, continuate a lottare contro la corruzione e la violenza, li ha sollecitati, sottolineando che il denaro insanguinato dei delitti mafiosi produce “un potere iniquo”. Il servizio di Roberta Gisotti:

Lottare contro mafia, camorra e ‘ndrangheta, che “sfruttando carenze economiche, sociali e politiche, trovano un terreno fertile per realizzare i loro deplorevoli progetti”, e lottare contro il terrorismo “sempre più cosmopolita e devastante”. Un’attività certo “difficile e rischiosa” - ha sottolineato Francesco - “quanto mai indispensabile per il riscatto e la liberazione dal potere delle associazioni criminali, che si rendono responsabili di violenze e sopraffazioni macchiate da sangue umano”.

“La società ha bisogno di essere risanata dalla corruzione, dalle estorsioni, dal traffico illecito di stupefacenti e di armi, dalla tratta di esseri umani, tra cui tanti bambini, ridotti in schiavitù. Sono autentiche piaghe sociali e, al tempo stesso, sfide globali che la collettività internazionale è chiamata ad affrontare con determinazione”.

Da qui l’importanza di collaborare fra gli Stati:

“Tale lavoro, realizzato in sinergia e con mezzi efficaci, costituisce un argine efficace e un presidio di sicurezza per la collettività”.

Poi una  raccomandazione particolare :

“Vi esorto a dedicare ogni sforzo specialmente nel contrasto della tratta di persone e del contrabbando dei migranti: questi sono reati gravissimi che colpiscono i più deboli fra i deboli!”

Per questo, ha aggiunto Francesco, occorre tutelare meglio le vittime, “in cerca di pace e di futuro”, offrendo loro “assistenza legale e sociale”

“Quanti fuggono dai propri Paesi a causa della guerra, delle violenze e delle persecuzioni hanno diritto di trovare adeguata accoglienza e idonea protezione nei Paesi che si definiscono civili”.

Ma accanto alla “preziosa opera di repressione” del crimine – ha osservato il Papa – “occorrono interventi educativi di ampio respiro”, da parte di “famiglie, scuole, comunità cristiane, realtà sportive e culturali”, “chiamate a favorire una coscienza di moralità e di legalità orientata a modelli di vita onesti, pacifici e solidali che a poco a poco vincano il male e spianino la strada al bene.

“Si tratta di partire dalle coscienze, per risanare i propositi, le scelte, gli atteggiamenti dei singoli, così che il tessuto sociale si apra alla speranza di un mondo migliore”.

Quindi “osteggiare e combattere” il fenomeno mafioso, “espressione di una cultura di morte.”

“Esso si oppone radicalmente alla fede e al Vangelo, che sono sempre per la vita. Quanti seguono Cristo hanno pensieri di pace, di fraternità, di giustizia, di accoglienza e di perdono”.

Il pensiero del Papa è corso all’”encomiabile lavoro sul territorio” di tante parrocchie e associazioni cattoliche, per estirpare “dalla radice la mala pianta della criminalità organizzata e della corruzione” e alla vicinanza della Chiesa a quanti “hanno bisogno di aiuto per “uscire dalla spirale della violenza e rigenerarsi nella speranza”.

Francesco ha quindi rassicurato gli uomini e le donne della Direziona nazionale antimafia e anterrorismo:

“Vi sono tanto vicino, nel vostro lavoro, e prego per voi".

Ha chiesto poi a Dio di dare loro “la forza di andar avanti, di non scoraggiarsi” nel loro lavoro, a rischio della vita e di altri pericoli anche per loro famiglie.

“Per questo esso richiede un supplemento di passione, di senso del dovere e di forza d’animo”.

Infine l’invocazione perché uomini e donne delle diverse mafie “si fermino, smettano di fare il male, si convertano e cambino vita”.

“Il denaro degli affari sporchi e dei delitti mafiosi è denaro insanguinato e produce un potere iniquo. E tutti sappiamo che il diavolo entra dalle tasche: è lì, la prima corruzione”.