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Trump cambia politica commerciale: no a Tpp, rinegoziare Nafta

Parte la politica Usa di Trump - AP

Parte la politica Usa di Trump - AP

Inizia a prendere forma la politica del neopresidente americano Donald Trump. Tra le prime misure, la limitazione dei fondi per le organizzazioni che praticano l’aborto e nel settore del commercio internazionale, il ritiro di Washington dal Partenariato Trans-Pacifico (TPP), che regola gli investimenti degli Usa con altri 11 Paesi dei continenti americano e asiatico, e la volontà di rinegoziare il NAFTA, il Trattato di libero scambio con Canada e Messico. Sul significato di queste decisioni, Giancarlo La Vella ha intervistato Mattia Diletti, docente di Politica Internazionale americana, all’Università La Sapienza di Roma:

R. – Sono trasformazioni importanti e stiamo vivendo un’epoca importante. Va visto in che direzione va il mondo e in che direzione vanno le relazioni tra i Paesi: perché non è un presidente isolazionista. E’ vero che è un presidente protezionista, ma lo è relativamente, nel senso che la sua idea è quella che sostanzialmente nel sistema si vada "liberi tutti", adesso. Gli Stati Uniti declinano la posizione di pivot della gestione degli accordi commerciali globali, con i quali danno e prendono ma comunque danno indirizzo; e questo "liberi tutti" genererà reazioni in tutte le capitali mondiali, vale a dire: lo stesso Messico, adesso può pensare di andare a cercarsi i cinesi; non siamo più nel ’94, quando si fece l’accordo in cui gli Stati Uniti erano l’unica potenza … c’è veramente un mondo in movimento, e i cinesi faranno la loro politica più aggressiva nella ricerca di accordi bilaterali. Non è solo l’America, ma tutti cercheranno accordi tra Paesi – le medie e le grandi potenze – e quindi avremo un momento quantomeno interessante, da osservare.

D. – Una situazione che rischia di far fuori l’Europa, in questo momento di crisi nel dialogo interno di Bruxelles …

R – L’Europa deve decidere che fare, perché tutti i Paesi hanno la potenzialità e l’occasione per fare politiche diverse; bisogna scegliere di farle. Si capirà quanto conti la dimensione europea, quanto conti la dimensione nazionale, quanto conti la dimensione tedesca; se gestita male è un colpo per l’economia europea, se gestita in modo intelligente si possono limitare i danni. Poi, con l’Europa, in questo momento c’è un discorso aperto sulla questione delle spese economiche, anche in termini di difesa …

D. – La politica estera che sta disegnando Donald Trump, rischia di creare un futuro di contrapposizioni, soprattutto tra le grandi potenze?

R. – Non c’è dubbio. Non sappiamo a che livello, non sappiamo in che modalità; aspettiamo di vedere come verranno gestiti alcuni passaggi di crisi, se è vero o meno – per esempio – che i coreani vogliono testare un altro missile e dirigerlo verso gli Stati Uniti per vedere l’effetto che fa; non sappiamo bene cosa accadrà … Però, Trump ha anche un approccio realista perché è uno che sostanzialmente vuole fare gli affari che considera migliori per il suo Paese. Quindi probabilmente in alcuni frangenti ci sorprenderà. E’ più pragmatico che ideologico. Quindi, vedremo quale sarà poi la vera modalità di gestione delle crisi.

D. – E’ plausibile, secondo lei, un confronto che alcuni osservatori fanno tra Donald Trump e il Reagan prima maniera, o addirittura Bush padre, altri presidenti dell’area repubblicana?

R. – No, perché loro erano atlantisti, il contesto della Guerra Fredda era un contesto troppo diverso; Trump è una cosa nuova, è una cosa nuova il momento storico che stiamo vivendo … Chissà se hanno ragione quegli economisti che dicono che il centro di accumulazione capitalistica mondiale, quello dell’Asia – l’America sta cercando di frenare questa inversione di tendenza – era un mondo diverso e quei repubblicani erano molto più simili ad alcuni democratici di quanto non sia Trump simile a quei repubblicani.