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Sant'Egidio. Corridoi umanitari: altri 40 siriani giunti in Italia

Siriani arrivati oggi all'aeroporto Fiumicino di Roma - ANSA

Siriani arrivati oggi all'aeroporto Fiumicino di Roma - ANSA

Altri 40 profughi siriani, tra cui diverse donne e bambini, sono arrivati oggi all’aeroporto di Fiumicino, grazie ai corridoi umanitari promossi da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola Valdese. Il progetto avviato il 15 dicembre 2015 ha finora consentito di raggiungere l’Europa in tutta sicurezza e legalmente ad oltre 500 persone. Un modello che funziona e che vede la preziosa sinergia tra società civile e Ministeri degli Esteri e dell’Interno italiani. Il piano prevede mille arrivi entro il 2017. Sul gruppo accolto oggi e gli accordi per nuovi corridoi Marco Guerra ha intervistato Daniela Pompei responsabile del settore immigrazione della Comunità di Sant’Egidio:

R. – Sono nuclei familiari, in genere moglie e marito; ma anche signori anziani, i genitori cioè degli adulti, con bambini. Ci sono diversi bambini. Ci sono poi 4-5 singoli, di cui due usciti dal carcere: si tratta di due cristiani che sono stati liberati e che sono venuti via. Saranno ospitati in tutta Italia, in tante regioni italiane: due famiglie vanno a Fano; una famiglia va a Rimini; una, vicino Varese e un’altra a Napoli; un’altra famiglia in Sicilia e due rimarranno a Roma; e anche i singoli rimarranno momentaneamente a Roma. Si tratta quindi di un’accoglienza diffusa. Saranno accolti da parrocchie, associazioni; una famiglia sarà accolta dai valdesi della Sicilia… Questo modello, che abbiamo cominciato a sperimentare con i corridoi umanitari, prevede questa accoglienza diffusa su tutto il territorio, garantendo così effettivamente anche integrazione.

D. – Parliamo di siriani, quindi di famiglie siriane, anche cristiane, che fuggono dalla guerra e dalle persecuzioni: mi conferma questo?

R. – Sì, sono siriani; provenienti essenzialmente da tre città che soffrono molto: quelli che vengono da Aleppo sono i cristiani; i musulmani vengono da Homs, che è ormai distrutta; e persone che vengono dalle vicinanze di Damasco e da alcuni villaggi che sono praticamente presi dai ribelli. Arrivano da queste tre grandi città…

D. – L’iniziativa odierna rientra nel progetto ecumenico avviato il 15 dicembre 2015, dopo la firma di un accordo con i Ministeri degli Esteri e dell’Interno italiani. Può parlarcene?

R. – L’accordo è del dicembre 2015 e il primo nucleo familiare arriva il 4 febbraio 2016 e il 29 febbraio il primo grande nucleo. Ad oggi sono arrivate 540 persone, attraverso sei voli diversi. Già alla fine di febbraio noi prevediamo l’arrivo di altre 120 persone. Quasi tutti sono siriani; c’è qualche iracheno, che abbiamo incontrato in Libano. L’esperienza è stata molto positiva: tanto è stata positiva che è stata giudicata una best-practice a livello internazionale, che pensiamo di replicarla. Si è già sottoscritto con la Conferenza episcopale italiana un nuovo Protocollo aggiuntivo per altre 500 persone, però questo sarà un corridoio dall’Africa. Quindi: il primo Protocollo che abbiamo sottoscritto prevede mille persone e ne sono giunte 540 e pensiamo che entro il 2017 arriveranno tutti; nel frattempo c’è un nuovo Protocollo per altri 500, che arriveranno invece dall’Etiopia per eritrei, sudanesi, sud-sudanesi e somali.

D. – Questo modello funziona perché coniuga umanità, sicurezza e legalità. Voi, in questo modo, volete additare all’Europa un modello, un modo di gestire i flussi che funziona?

R. – Esattamente! Innanzitutto noi volevamo dire che è possibile un altro modo di fare entrare le persone, che non è quello dell’arrivo attraverso i trafficanti di uomini, che non è quello dell’arrivo attraverso il mare, con i morti in mare… E’ possibile un altro modello e altri Paesi possono adottarlo, tanto che sta per essere sottoscritto il Protocollo anche con la Francia: lo ha annunciato il primo ministro Cazeneuve, che prevede sempre il coinvolgimento delle Chiese evangeliche francesi, della Comunità di Sant’Egidio e della Conferenza episcopale francese. Noi speriamo molto che l’Europa adotti questo modello, perché si tratta di un modello che effettivamente garantisce sicurezza per i profughi, ma  garantisce anche molta sicurezza per i cittadini europei.