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Kenya. Alta Corte annulla chiusura del campo profughi di Dadaab

Campo rifugiati di Dadaab  - AFP

Campo rifugiati di Dadaab - AFP

L'Alta Corte del Kenya ha annullato la decisione del governo di chiudere il campo profughi di Dadaab, il più grande del mondo, in cui sono accolte quasi 700 mila persone, in gran parte parte somali. "La decisione del governo di cacciare i rifugiati somali - ha sentenziato l’Alta Corte - è un atto di persecuzione di un gruppo, è illegale, discriminatoria e quindi incostituzionale e viola il diritto internazionale" andando a colpire chi fugge dalla fame, dalla guerra civile e dalle violenze dell'estremismo islamico. Inoltre, il Tribunale ha stabilito che il governo keniano non ha provato che i rifugiati somali possono tornare in patria in sicurezza. Fonti governative di Nairobi sostengono che il campo di Dadaab viene utilizzato dal gruppo terroristico al-Shabab per reclutare nuovi membri e come base per sferrare attacchi in Kenya. Tuttavia, non sono state fornite prove al riguardo. La stragrande maggioranza dei profughi vuole restare. Il governo del Kenya ha reso noto che farà appello contro la decisione. Al microfono di Giulia Angelucci, il commento del direttore di Africa-Express.info, Massimo Alberizzi: 

R. – E’ stata l’Alta Corte del Kenya che ha bloccato la chiusura di Dadaab. Quindi c’è la volontà giudiziaria, ma la volontà politica non c’è! Ci sono dei problemi… Sarebbero 260 mila i rifugiati somali che dovrebbero essere rimpatriati e sicuramente si può trovare un minimo di soddisfazione naturalmente su questo, però non è certo che vada a buon fine tutta l’operazione e che quindi il campo rimanga aperto. D’altro canto, questo campo - dove sono stato più volte – è molto, molto pericoloso per il Kenya, perché non riescono a controllare quella massa di somali che continuamente arrivano e che vivono lì. Il campo è praticamente gestito dalle mafie, mafie che controllano tutto il commercio della benzina, del carburante; il commercio del cibo, il commercio perfino delle schede telefoniche. Quindi è abbastanza complicato e questo preoccupa molto le autorità kenyote, perché il Kenya è un nervo scoperto – se vogliamo – e c’è sempre il rischio di attentati, di infiltrazioni, di fondamentalisti islamici verso l’ex colonia inglese e poi verso l’Europa.

D. - Una decisione, quella di chiudere il campo e di rimpatriare i rifugiati somali, che è stata rinviata più volte….

R. – Sì, il campo è aperto dal 1991…. La decisione, sì, è stata rinviata più volte perché dal punto di vista umanitario è francamente una cosa odiosa rimpatriare della gente che va via dalla guerra, dalla fame, dai disagi che questo comporta… D’altro canto, però, ci sono i problemi di sicurezza del Kenya e riuscire a coniugare le due cose è abbastanza difficile e trovare una soluzione che rispetti i diritti umani e quindi rispetti anche la sicurezza del Kenya è complicato.

D. – A difesa di queste persone, oltre l’Onu e in questo caso la magistratura, chi c’è?

R. – Non c’è nessuno! Ci sono le organizzazioni non governative che, ovviamente ci tengono al rispetto dei diritti umani e quindi lottano perché resti aperto, ma non c’è un piano strategico che permetta di trovare la soluzione per i due problemi, appunto quello umanitario e quello della sicurezza. Si potrebbe smembrare il campo, ma sono già 3-4 e sono vicinissimi: il campo di Dadaab è composto da un campo solo. Risulta di fatto un campo solo a distanza di 4-5 chilometri uno dall’altro. Pensare ad una soluzione non di rimpatrio, ma di tutela della loro incolumità smembrandolo in vari campi, tenendoli così maggiormente sotto controllo. Questo, però, ha un costo ovviamente.

D. – L’Africa - e in particolare il Kenya - ha adottato delle misure contro i rifugiati che sono simili ad alcune linee europee. E’ un segno di globalizzazione, in senso ovviamente negativo?

R. – Oggi in Kenya ci sono misure di sicurezza molto, molto forti. Per esempio: per entrare nei supermercati, c’è un check dei metalli, ti fanno passare in mezzo a porte che controllano se tu hai addosso dei metalli e quindi delle pistole, quindi dei mitra; le borse devono essere messe nei tunnel di controllo ai Raggi X. E questo soprattutto dopo il Westgate, l’attacco commerciale al centro commerciale del Westgate nel settembre di qualche anno fa. E si vive in quel modo, soprattutto nella capitale ovviamente e sulla costa, dove il rischio di infiltrazioni dalla Somalia è ancora più alto, perché lì si arriva proprio via terra o addirittura via bara: le frontiere sono già estremamente permeabili in quella parte del mondo. La situazione di sicurezza è abbastanza precaria in Kenya, anche se oggi è molto più tranquillo rispetto a qualche anno fa. Il problema è l’intelligence: se l’intelligence è in grado di muoversi bene, di fare i controlli bene, di investigare bene, allora si può pensare di tornare ad una situazione antiattentato al Centro Commerciale Westgate; l’intelligence del Kenya è aiutata dagli israeliani… E’ abbastanza difficile la situazione!